
Lee Miller - Frida Kahlo National Portrait Gallery di Londra Doppio ritratto al femminile alla National Portrait Gallery di Londra. L’obiettivo fotografico è puntato su due icone del Novecento, Lee Miller e Frida Kahlo, a cui viene reso omaggio con le mostre inaugurate contemporaneamente - il 3 febbraio - Lee Miller: Portraits alla Wolfson Gallery e Frida Kahlo: Portraits of an Icon lungo la Balcony Gallery. Le loro biografie sono distanti - escluso l’anno di nascita - eppure c’è più di un elemento comune fra queste due donne. C’è l’anticonformismo, la genialità artistica, la bellezza dirompente. C’è anche il riferimento esplicito ad una delle avanguardie artistiche più intriganti del XX secolo, il Surrealismo, intorno a cui entrambe hanno gravitato. Muse ispiratrici o muse ispirate? Lee e Frida sono state linfa vitale per artisti della portata di Man Ray e Diego Rivera, ma hanno anche avuto la forza di prendere parte alla scena artistica in maniera diretta e con un linguaggio assolutamente indipendente.
Lee Miller (1907-1977) da modella per Vogue, a metà degli anni ’20 - è stata fotografata fra gli altri da Steichen, Muray, Genthe, Hoyningen-Heune - diventa fotografa, inizialmente come assistente di Man Ray, a Parigi nel 1929. Già nel 1930 apre un proprio studio, e poco tempo dopo, quando l’amore con l’artista dada-surrealista finisce, torna a New York dove inaugura un nuovo studio fotografico (1932). Non è stata solo una fotografa di moda, Elizabeth (Lee) Miller, durante la seconda guerra mondiale era corrispondente di guerra per l’edizione inglese di Vogue. E’ la prima fotografa di sesso femminile ad essere entrata con le truppe americane nella Parigi liberata, il 25 agosto 1944, e a documentare la realtà sconvolgente di Buchenwald e Dachau. La carrellata dei centoventuno ritratti esposti alla National Portrait Gallery - che si può considerare un’anticipazione rispetto alla retrospettiva che il Victoria & Albert Museum organizzerà nel 2007, in occasione del centenario della sua nascita - proviene, ad eccezione di due vintage, dal Lee Miller Archives, un archivio privato nell’East Sussex che conserva circa 40.000 negativi originali, insieme a manoscritti, macchine fotografiche e altri oggetti personali appartenuti alla fotografa. La Miller e il suo secondo marito, Roland Penrose, trascorsero lunghi periodi nella loro dimora di Farley Farm (East Sussex), soprattutto negli anni ’50. Molti amici li andarono a trovare e furono fotografati, ad esempio Renato Guttuso (1950), Georges Limbour e Jean Dubuffet (1955). C’è anche una bella foto di Picasso e Antony Penrose, il figlio di Lee Miller, che allora aveva tre anni.
Dietro l’obiettivo c’è sempre una forte componente empatica tra chi fotografa e chi è fotografato. Apparentemente spontanei, i ritratti della Miller mostrano una cura particolare per il dettaglio e una composizione sempre equilibrata. Tra i numerosi personaggi della cultura e dello spettacolo ritratti ci sono Colette, Chaplin, Fred Astaire, Jean Cocteau, Elsa Schiaparelli. Spesso gli artisti sono ritratti accanto alle loro opere, Isamu Noguchi, Giorgio Morandi, Paul Delvaux, Jean Arp, Wilfredo Lam, Joseph Cornell e naturalmente Picasso, più volte fotografato negli anni dalla Miller.
Emblematico il doppio ritratto con specchio, scattato a Los Angeles nel 1946, in cui appaiono i due uomini più importanti della sua vita, Man Ray e Roland Penrose.
La galleria di ritratti include quelli di tre fotografi con le loro rispettive macchine fotografiche. C’è Margaret Bourke-White, la prima donna fotoreporter per Life, con cui Lee Miller aveva molte cose in comune, a partire dalla professione dei padri, entrambi ingegneri-inventori, alla stessa formazione artistica al college. L’altra fotografa è Thérèse Bonney, fotografa americana di guerra, con la Rolleiflex in mano. Di impronta surrealista è l’immagine di un giovane fotoreporter di Life con cui Lee Miller lavorò in team durante la seconda guerra mondiale: David E. Scherman ha il volto nascosto dalla maschera anti-gas.
Anche i ritratti fotografici della pittrice messicana Frida Kahlo (1907-1954), a cui la Tate Modern di Londra è in procinto di rendere omaggio con la più grande mostra che sia mai stata organizzata nel Regno Unito (9 giugno – 2 ottobre 2005), provengono dalla collezione di un privato, Spencer Throckmorton, gallerista newyorkese appassionato di fotografie dell’America Latina. Si tratta complessivamente di cinquanta immagini, per lo più in bianco e nero - alcune stampe a colori sono esposte per la prima volta - a partire dalla foto che le fece, all’età di quattro anni, il padre Guillermo, fotografo tedesco che si trasferì in America Latina nel 1891, fino a quella che la ritrae nel letto di morte. Immagini che svelano Frida Kalho nel proprio habitat, come donna e come artista. Oltre agli scatti di fotografi famosi come quelli di Edward Weston, Imogen Cunningham, Manuel Alvarez Bravo, Martin Munkacsi, ci sono quelli di altri fotoreporter, Gisele Freund, Bernard Silberstein, Juan Guzman. Spesso Frida indossa il costume tradizionale delle donne di Tehuantepec e ostenta acconciature estrose e splendidi gioielli etnici. Il suo sguardo è sempre diretto verso l’obiettivo del fotografo, così come negli occhi dell’osservatore che guarda i suoi dipinti. Sappiamo quanto fu importante per lei la propria immagine, quasi un’ossessione. Una forma liberatoria e terapeutica per scotomizzare angosce e dolori. Ma negli occhi di Frida Kahlo c’è sempre un lampo di ironia, un raggio di sensualità. L’energia vitale che si oppone alla sofferenza.
Manuela De Leonardis
©CultFrame 02/2005
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