
Jonathan Monk Untitled and Unfinished (Afghanistan) Immaginate di avere un desiderio; un desiderio che ad oggi non può essere realizzato. Immaginate di avere un progetto, che in parte può concretizzare questo desiderio. Immaginate una rassegna dedicata a Roma.
Adesso, torniamo alla realtà e cerchiamo di capire cosa propone in questi giorni The British School at Rome con "Viva Roma!"
Da dove parte questa storia? E' successo che nelle pagina finale del libro di Annemarie Sauzeau, "Alighiero Boetti -Shaman/Showan", venisse riportato l'ultimo desiderio dell'artista, uno dei maggiori autori concettuali del nostro paese (nato a Roma e scomparso nel 94): "Alighiero Boetti ha chiesto che quanto prima le sue ceneri siano disperse sopra le acque color lapislazzulo dei laghi di Badir A Mir. Sette laghi di origine vulcanica, in mezzo al deserto, nell'ovest dell'Afghanistan".
A questo punto abbiamo chiaro qual è il desiderio da cui siamo partiti. Desiderio che fino ad ora non è mai stato esaudito, prima per problemi legali, poi, a causa della guerra.
La storia continua con un progetto, che solo un'altro artista concettuale, amante della sperimentazione degli anni '70, poteva ideare. Noto per le sue performance basate su un approccio ironico e dissacrante, creatore di cocktail dal gusto autobiografico e richiami ai miti della cultura, Jonathan Monk vagheggia un viaggio in Afganistan, fin dove Boetti avrebbe voluto veder disperse le proprie ceneri.
Il viaggio immaginario prende corpo quando Cristiana Perrella, curatrice della British School at Rome, vede come contesto ideale per questo progetto la rassegna "Viva Roma!", dove artisti britannici vengono invitati a realizzare lavori ispirati alla città, alla sua storia e ai suoi personaggi. Il più, è fatto.
Monk, però, a causa della precaria situazione politica afgana e oggettive difficoltà per raggiungere i luoghi, viene dissuaso dall'intraprendere questa avventura. Da così incarico ad un giovane del posto, Mustafà Shaibzada, di effettuare il lavoro con precise indicazioni su cosa dovrà riprendere e quando.
Quanto è successo dopo è oggi in mostra. Una sequenza d’istantanee 10x15, scatti eseguiti quasi sempre dall'auto, che fanno rivivere il percorso di avvicinamento ai laghi di Bandi A Mir che saranno ripresi in 8mm.
Le immagini, piccole e poco illuminate, pretendono d'essere viste da vicino; obbligano l'osservatore ad entrare quasi in contatto fisico con loro. Foto semplici, con nessuna pretesa d'essere altro rispetto a ciò che rappresentano. Sequenze nelle quali l'errore, il caso, l'imprevisto (come due foto uguali, stampate per sbaglio) sono tutte variabili non volute ma ben accette come parte stessa del progetto.
I film hanno il sapore dei nostri ricordi adolescenziali. Il rumore della pellicola che corre, trascinata dagli ingranaggi del proiettore, ha un suono d'altri tempi. Le striature, i graffi, lo sfocato sono distanti anni luce dai nostri videotape a prova d'errore.
I minuti scorrono lenti, la macchina da presa è ferma, immobile su di un paesaggio dove nulla ha vita. Una macchia azzurra nel mezzo di un deserto roccioso dove, l'unica percezione del passaggio del tempo è scandita dalle piccole e scostanti imperfezioni del film.
E qui, finisce la storia. Adesso possiamo solo immaginare le ceneri di Boetti volare finalmente libere nel nulla. Sarà così soddisfatto il suo desiderio di volersi annullare in quelle acque, in quel paesaggio immobile e fisso da millenni in cui l'artista sopravvivrà solo fino a quando esisterà negli altri il ricordo della sua presenza.
Maurizio Chelucci
©CultFrame 02/2005
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