
Antoine D'Agata Diario intimo Sfuggire alla logica tradizionale della rappresentazione del visibile; evitare una mera e schematica documentazione di tipo sociale; stabilire un rapporto interiore tra lo sguardo dell’autore e ciò che viene raffigurato; negare la funzione sovrastrutturale del reportage per trasportare la fotografia in una dimensione creativa senza regole e condizionamenti; cogliere intimamente la vita di persone la cui espressione esistenziale è all’insegna della purezza assoluta; avere il coraggio di confrontarsi con i propri fantasmi, senza pudori e ipocrisie.
La fotografia di Antoine D’Agata è il risultato del superamento concettuale e ideologico della superficiale questione nella quale spesso si impantanano quegli autori che credono di poter raccontare oggettivamente il mondo. Come sostiene giustamente D’Agata: "una fotografia non è che una menzogna"; ed è il processo di selezione dello spazio e di rielaborazione estetico-stilistica di un dato apparentemente incontrovertibile che diviene nell’operazione di riproduzione fotografica "altro", aggiungiamo noi.
Ciò che insegue l’artista francese non è dunque la semplice descrizione di luoghi o la raffigurazione di azioni umane, seppur estreme, ma la possibilità di far emergere dal buio dell’inconscio le sensazioni profonde che un individuo (il fotografo) prova davanti a situazioni marginali che sfuggono all’organizzazione sociale borghese.
L’occhio di D’Agata non esprime giudizi di carattere moralistico, non indaga antropologicamente, non propone immagini su cui riflettere politicamente. La sua cifra espressiva è invece basata su uno svuotamento di senso comune per stabilire un legame diretto tra sguardo dell’autore, composizione delle inquadrature e sensibilità del fruitore. In tal senso, le opere di Antoine D’Agata riescono a costruire una fitta rete di proiezioni in base alla quale chi guarda finisce per diventare parte integrante dell’opera, proprio attraverso uno scioccante e intimo testa coda proiettivo.
La mostra Diaro Intimo allestita presso La Galleria Santa Cecilia di Roma, basata su un’ampia selezione di scatti relativi ai tre lavori denominati Mala Noche, Stigma, Insomnia, riesce a far emergere con forza la poetica di un autore che proprio per la sua indiscutibile particolarità si eleva al di sopra dell’attuale appiattimento relativo ad un settore della fotografia contemporanea, di derivazione realistica.
Le inquadrature di D’Agata sono imprevedibili e anticonvenzionali, la scelta dei soggetti decisamente alternativa, l’uso del mosso e delle sfocature evidente e significante. I contorni della realtà vengono dilatati e deformati, i corpi sembrano piegarsi e disporsi in pose innaturali. La figura umana perde la sua sostanza borghese per riguadagnare una fisicità animalesca e mitica oppure per smaterializzarsi in un incubo visuale sempre più vicino all’abisso.
Il fotografo di Marsiglia sembra aver assorbito le grandi lezioni dei maestri delle arti visive del Novecento, dalla pittura al cinema. Così, guardando alcuni suoi lavori sembra praticamente inevitabile l’accostamento a certe opere di Francis Bacon o ad alcune atmosfere del cinema di David Lynch.
Sogno e realtà, incubo visionario e percezione del mondo, angoscia e sessualità, poetica del corpo e delirio incontrollato della mente, solitudine onanistica e condivisione carnale del piacere, dolore esistenziale e erotismo vitale: sono tutti dualismi presenti nell’arte di Antoine D’Agata, dualismi che per la loro natura contraddittoria finiscono per rendere la fotografia di questo autore estremamente complessa e capace di rivelare al fruitore la propria condizione di individuo sofferente e perso in un nulla, riempito di fittizie architetture sociali, burocratiche e religiose artificiosamente costruite dall’uomo per negare il vuoto che lo circonda.
Maurizio G. De Bonis
©CultFrame 01/2005
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