
Isabel Muņoz Sono labbra carnose, gonfie di promesse di piacere, di offerte sensuali. Percorrono il profilo di un cuore pericoloso che precipita nel vertice di una smorfia, di una fossetta solo immaginabile, ma cosė fortemente desiderabile. Sono il paesaggio di una terra collinare, dolce, feconda.
L'abbandono in un sorriso, appena accennato, non č dimenticanza, č cedimento del senso che apre ad una nuova visione del mondo e dell'arte, della sua estetica: un movimento che porta con sé anche la calda sgranatura del tiraggio su grande formato.
E' il silente benvenuto di Isabel Muņoz: fotografa spagnola di Barcellona, compie i suoi studi al Centro di Fotografia di Madrid con Eduardo Momene e Ramon Mourelle; affina perō la familiaritā con i diversi aspetti tecnici negli Stati Uniti, diventando presto una vera specialista dei processi di stampa. La Maison Européenne de la Photographie di Parigi e il Museo d'Arte Moderna di New York l'annoverano tra gli artisti delle loro collezioni.
Espone ora, alla Galleria VU del Marais, due serie di lavori che impreziosiscono il generoso carnet del Mois de la Photo parigino.
Quelle labbra. Lo sguardo si posa sempre lė, ritorna a sfiorare il loro incanto, a interrogare un mutismo che racconta la storia della tribų guerriera dei dei Surma dell'Etiopa, descrivendone per allusione persino il territorio, la loro terra, la loro luce. Una luce prima, morbida, scivolosa, di cui l'artista si serve avidamente per delineare le forme dei corpi ed esaltarne i dettagli.
Nessuno puō sottrarsi al fascino dell'eleganza efebica di nudi antichi, esili e giovani corpi che assumono pose eroiche e statuarie, vanitosi - a buon diritto - e fieri di quegli arazzi dipinti, incredibili frattali numerici, unico, prezioso vestimento della loro pelle.
Questa pratica decorativa, attivitā invero vitale, insieme alla caccia, esige tempo e cura vicendevole: un "body painting" primitivo e spettacolare da cui scaturiscono infiniti segni e simboli che rivendicano una libertā selvatica e immanente, e ricordano la teknč creativa di velluti e cortecce africane cui Klee, Matisse, Delunay ed altri devono la loro fascinazione, la loro visione e la loro arte. Architetture incredibili di gioielli, armi, vegetazione, strade pittoriche serpentinate, sfarzose mascheredalla dignitā teatrale, possono soddisfare senza esitazione il gusto grafico pių contemporaneo.
Gli sguardi mobili e aperti chiedono un'esplorazione lunga, la contemplazione insaziabile, mossa dalla dignitā di un essere altero.
Ritratti delicati, mai invadenti, riassumono in modo impressionantemente efficace il panorama di una popolazione unica, della sua cultura, del loro vivere.
Vent'anni di lavoro, di viaggi, di incontri
sintetizzati nel tacco di una tanguera, nel fiocco che decora il collo del piede, nella carezza cui accenna il polpaccio avvinghiato alla guida, nel ginocchio erotico, in una mano che stringe la schiena nuda, nel punto ricamato di uno scialle.
Quanto amore, in questi scatti, per il movimento del corpo, per la sua espressione pių seducente, talvolta dolorosa, per il nervoso flamenco o l'inebriante danza del ventre su un tappeto da mille e una notte, per la sua essenza pių autentica, nient'altro che condivisione e desiderio.
Opere semplicemente belle, belle davvero, atte ad esaltare il tempio dell'anima, a rivendicarne, con serena raffinatezza, attraverso le forme pių pure ed equilibrate, lo splendore e l'innocenza.
Laura Atie
©CultFrame 11/2004
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