
James Nachtwey Fotografo di guerra «C’è sempre stata la guerra. È possibile porre fine a una forma di comportamento umano che è esistita in tutta la storia della fotografia? Le proporzioni di questa affermazione sembrano ridicolmente squilibrate. Tuttavia, proprio quell’idea mi ha motivato». Ripercorrere tutto il lavoro pluriventennale di James Nachtwey nei suoi episodi più significativi, è tutt'altro che un semplice viaggio nella storia recente: è un’immersione negli abissi in cui gli esseri umani sono capaci di sprofondare. Entrare nel suo mondo vuol dire capire una vocazione, il significato di una missione che non si può reprimere, nonostante il senso di impotenza con cui essa ti costringe perennemente a fare i conti. Sono i conti di ogni fotoreporter, certo, ma nel caso di Nachtwey ci troviamo di fronte a molto più di questo. Del suo modello, Robert Capa («ha inventato lui ciò che noi facciamo oggi», ha detto in conferenza stampa, dichiarando così il suo debito verso questo maestro), ha trovato in sé e sviluppate le doti di impegno morale, di coraggio, di sensibilità e impegno, e le ha fatte proprie al punto da non dimenticarle mai, nemmeno nei momenti più bui. Ma la vocazione non si impara, ed è cosa di pochi. Per lui, è restare sempre se stesso, umanamente coerente; saper mantenere nella tragedia la freddezza necessaria a vedere la realtà e fotografarla; e al contempo, dar vita ad immagini eccezionali, cariche di verità, di durezza, ma anche di metafore e simbolismi, composte in una forma che colpisce gli occhi, il cuore e la memoria, in equilibrio, come ha sottolineato Grazia Neri, tra emozione e ragione. Le sue sono icone che continuano la testimonianza della sofferenza umana, indietro fino a Francisco Goya e oltre, immagini che non si scordano perché hanno la forza di chi fa ben più che raccontare.
La retrospettiva di Palazzo Magnani presenta circa 160 immagini, articolate con cura meticolosa in sezioni distinte, composte talvolta da gigantografie, talaltra da mosaici di stampe in diversi formati. Ci sono le guerre e le guerriglie: dal Nicaragua ai Balcani, dall'Afghanistan al Rwanda, fino alla Cecenia e all'Iraq. Ci sono le carestie africane, l'inquinamento e la repressione poliziesca negli Stati Uniti d'America, «e al di là e nonostante tutte queste sofferenze ciascun sopravvissuto possiede ancora l'irriducibile dignità che è propria di ogni essere umano».
«Io voglio registrare la storia attraverso il destino di individui. Io non voglio mostrare la storia con la "s" maiuscola, ma piuttosto la tragedia di un singolo uomo, di una famiglia». Ma la storia siamo noi, cantava Francesco De Gregori, e questi uomini, di cui mai sapremo i nomi, diventano storia qui, loro malgrado, in queste fotografie.
E poi ci siamo noi, proprio noi. «Sono stato un testimone e queste fotografie sono la mia testimonianza», «la storia continua a produrre tragedie, ed è molto importante - afferma Nachtwey con saldezza - che esse siano documentate in modo umano. Sento la responsabilità di continuare». Guai a dimenticare che senza di noi, senza il nostro bisogno di avere tali occhi attraverso cui vedere più di quel che ci sarebbe dato, questa vocazione andrebbe perduta, e il suo lavoro diverrebbe inutile.
Daniele De Luigi
©CultFrame 11/2004
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