
Mary Ellen Mark American Odissey Una retrospettiva davvero imponente: sono oltre 120 le fotografie di Mary Ellen Mark esposte alla Galleria Carla Sozzani. Raccontano trentacinque anni di ricerca, studio e lavoro sull’America. Ma non solo. Sono raccolte anche stampe inedite tratte dai alcuni dei maggiori progetti trascorsi, scelte a rappresentanza della sua lunga parabola artistica, e una decina di twins polaroids in anteprima Italiana, provenienti dalla Marianne Boesky Gallery di New York.
La celebre fotografa americana è laureata in storia dell’arte (si vede, nulla s’improvvisa) e collabora regolarmente con riviste quali The New Yorker, Life, Harpers Bazar, Rolling Stones e Vogue. Fu il cinema, però, ad averle offerto i primi incarichi: lavora sul set di Satyricon di Fellini e con Forman alla realizzazione di Qualcuno volò sul nido del cuculo, da cui sviscera il volume Ward 81, uno scorrere tra le irreali e disumane stanze di un manicomio.
American Odissey, in particolare, è una valanga di ironia e amarezza. L’autrice ha definito il suo lavoro un "lungo viaggio benedetto" che le ha permesso di entrare nelle vite di innumerevoli persone, di diventare testimone di una realtà altra, di un mondo che non si nasconde, anzi, si mostra senza paura e vergogna, nonostante la fatica che implica vivere.
Immagini di reportage, anzi, no, ritratti: profondi, emblematici, simbolici. Sono immagini che riempiono gli occhi e fanno sussultare un impeto d’emozione. Sarà forse per la loro astrazione e universalità, sarà per il profondo amore per il diverso da sé – focalizzato su situazioni estreme e difficili – che trasuda dalla carta fotografica, o ancora per l’intimità instaurata con i propri soggetti mediante il "contatto a distanza" attraverso la macchina fotografica…
E’innegabile che l’artista ricerca la conoscenza profonda dell’uomo, un rapporto personale non definito e racchiuso solo nella cornice lavorativa, ma mantiene coi suoi soggetti un contatto prolungato nel tempo, continuativo. Il suo lavoro non è mai concluso, definitivo, ma in progress, pronto a cogliere i cambiamenti, la crescita e la maturità, la decadenza.
Che meravigliosa capacità, quella di osservare la bellezza di un essere umano, esaltare la luce del suo volto, anche quando questo è segnato da infinite sofferenze o celato da un trucco troppo pesante che cerca solo di mascherare l’innata incapacità di inserirsi nella società del cristallo, dove tutto è fragile e abbagliante.
Mary Ellen si serve di contrasti stridenti, accosta l’opulenza fasulla dell’apparire alla ricchezza d’animo degli emarginati che non hanno nemmeno la possibilità di liberasi dall’esoscheletro che li opprime; l’innocenza di bambini vestiti a festa, con pizzi e merletti e i loro giocattoli, a icone violente di adulti falliti, genitori incapaci, ambiziosi, violenti; l’amore – ogni amore: platonico, amicale, carnale – alla sopraffazione narcisa di un io egoista che calca la scena. La speranza nel futuro si scontra con la terribile realtà del passato e del presente: la disastrata famiglia Damm vive in mezzo alla strada nutrendosi di sogni mentre l’ombra del Ku Klux Klan ancora fa trattenere il respiro alle giovani ragazze, oramai "senza più occhi che splendono a sera".
La vecchiaia, l’obesità, la bruttezza più rude, i dettagli trash, l’omosessualità, la prostituzione, la sporcizia in cui alcuni esseri umani sono condannati a vivere come animali… niente è tabù, tutto si può osservare con occhio sottile e mai presupponente, a volte denunciando, a volte constatando, a volte carezzando, compatendo e compartecipando.
L’artista riserva un’attenzione particolare per i luoghi, lo sfondo in cui il personaggio è inserito. Non è mai occasionale, ma curato, in stretto rapporto con il protagonista, al quale aggiunge sfumature impercettibili, ma impossibili da trascurare. Sono opere eterogenee, mai ripetitive, nitide, chiare e dirette. Alcune inquadrature ingegnose precipitano lo spettatore in convergenza con punti di fuga insoliti, sempre funzionali alla lettura e all’interpretazione del soggetto.
In fin dei conti è una narrazione torrentizia da cui è facile lasciarsi travolgere. Non resta che scegliere da che parte stare, non senza qualche incertezza e tormento che alla fine lascia un sapore amaro sulle labbra.
Laura Atie
©CultFrame 11/2003
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