
Flor Garduño Testimoni del tempo – Flor Flor Garduño e Graciela Iturbide sono le fotografe che, nel segno della femminilità, assicurano oggi una grande continuità all’identità della fotografia messicana, dopo la recente scomparsa del grande Manuel Alvarez Bravo, maestro di entrambe tra l’inizio e la fine degli anni Settanta. Impressa nella mente la sua indimenticabile fotografia di una donna assopita, viene da pensare proprio a loro, le quali, ridestate, continuano a sognare con gli occhi aperti, dietro la fotocamera.
Di Garduño è stata sottolineata proprio la capacità di «trasformare i sogni, le immagini interiori in fotografie». Aggiungiamo quella di trasformare la realtà in sogno. Quest’ultima è più caratteristica della fase iniziale del suo percorso, fino agli inizi degli anni Novanta e culminata nella raccolta Testimoni del Tempo, l’altra tratteggia meglio i suoi ultimi dieci anni e l’insieme di opere che hanno dato vita a Flor. La mostra della Galleria d’Arte Moderna di Bologna permette di ripercorrere uno dopo l’altro questi due periodi, in una duplice serie d’immagini di grande bellezza. Pur essendo la prima volta in Italia che ciò è possibile, c’è il rammarico per la mancata occasione di un’autentica retrospettiva, che sapesse recuperare anche altre immagini escluse dalle due dette serie, senza limitarsi a giustapporle con l’accompagnamento di un brevissimo testo.
Testimoni del Tempo è un mosaico, compiuto attraverso il Messico, il Guatemala, la Bolivia, l’Ecuador, della vita quotidiana, dei ritmi, dei rituali dei popoli dell’America Latina, uno spiraglio aperto sul loro senso della vita e un commosso omaggio alla loro silenziosa resistenza culturale. Parlare di queste foto è più difficile di quel che sembra, perché mentre si pensa alla raffinata estetizzazione compiuta su luoghi, persone e cose con la ricercatezza delle inquadrature e la delicatezza tonale di stampe ove raramente mancano il punto di luce o il nero denso e avvolgente, mentre si cerca di scoprire il sottile margine che separa le immagini più reportagistiche da quelle posate, ecco che ci si rende conto di come queste categorie siano del tutto fuorvianti. Garduño ha assimilato l’opera dei maestri europei e americani venuti in Messico, soprattutto Weston, ha riflettuto sul surrealismo, ma la profondità delle sue immagini, la ricchezza interiore carica di mistero che esprimono non è spiegabile, se non con una sensibilità capace di sfiorare i valori archetipici ancora rintracciabili nella propria storia. Flor Garduño attraversa il tempo con la fotografia e rintraccia nella realtà il mito, «realtà che per i nostri occhi sono diventate invisibili», come scrive acutamente Carlos Fuentes.
È così che senza cesure si passa alle immagini della serie Flor, calde e brillanti fotografie al platino costruite in luce naturale, prevalentemente in interni semplici ed accoglienti, in cui l’autrice ricrea visioni interiori fondate sulla ricerca del principio femminile, il principio della fertilità. Lo studio è l’assecondamento di un’ossessione, il gioco complice con le proprie modelle e l’accostamento dei corpi a oggetti e animali che sprigionano simbolicità recondite. Viene spesso da pensare a Irving Penn per via della squisitezza delle immagini, ma quanto egli è profondamente americano e dà il meglio nella moda e nei ritratti dei personaggi del suo ambiente sociale, così Garduño è intimamente latina e ci fa sentire il calore, l’ingenuità e l’umana intensità di questi corpi e sguardi.
Daniele De Luigi
©CultFrame 10/2003
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