
Il circolo delle ragazze - Lauren Greenfield FotoGrafia 2003 - Festival internazionale di Roma Queste foto di Lauren Greenfield colpiscono. Non per particolari esasperazioni tecniche o idee originali, che anzi sono nella norma di un buon reportage sociologico. Colpiscono per la sincerità con cui mettono a nudo uno dei massimi cardini della società moderna: il desiderio di apparire. Come scrive la Greenfield stessa, le sue foto osservano da un punto di vista laterale l’aspetto patologico della vita quotidiana che viene proposto crudamente all’attenzione di spettatori che ne sono comunque parte integrante.
La donna è protagonista assoluta di questi scatti, perché la stessa fotografa s’è sentita nel corso della propria vita inserita in questo perfido meccanismo sociale, meccanismo che ora cerca di radiografare dall’esterno quasi a volerlo esorcizzare. E il disprezzo ma anche il compatimento si possono percepire nelle sue opere, quasi si trattasse di un desiderio di riscatto personale.
Sara ha 19 anni, come molte sue coetanee veste in jeans a vita bassa e ombelico scoperto e con movenze ammiccanti passeggia per le strade di New York, compiacendosi di avere addosso gli sguardi di uomini maturi che la anelano come miraggio sessuale. Questo fa di lei una vera donna, desiderabile e tirannicamente migliore di altre ragazze che lottano quotidianamente con il proprio peso come, ad esempio, le fanciulle grassocce del Campeggio Estivo Perdi-Peso, che si lasciano misurare e, ancora tredicenni, si affannano pur di arrivare ad avere addosso gli stessi sguardi desiderosi. O come quelle ragazze che chiedono ai propri genitori, in regalo per i diciotto anni, un impianto al silicone per il seno.
Le foto di Lauren Greenfield documentano, taglienti al pari di un bisturi, come l’esistenza di queste ragazze ruoti intorno all’apparire sessualmente più appetibili per l’uomo, quasi che questo fattore rappresenti l’unico modo di arrivare, di detenere un potere, ed essere pertanto riconosciute come individui. E questo desiderio porta all’esasperazione, trasformandosi talora nell’unico linguaggio conosciuto per affermare la propria esistenza. Così accade per le indiavolate lap-dancers del Little Darlings, locale di ballerine spogliarelliste le quali svendono il proprio corpo pur di cercare gratificazione nel percepire gli occhi degli uomini puntati sulle loro forme. Esse sanno che da questi individui potrebbero ottenere qualunque cosa. E’ una sensazione di onnipotenza che svanisce appena i riflettori si spengono, quando bisogna lavare il proprio costume di scena in tristi toilettes o risistemarsi l’assorbente che si era nascosto per lo spettacolo. E la vita prosegue squallida e ordinaria in attesa della prossima ribalta.
E’ questa una logica che segue un filo ben preciso, che va da Allegra, che a 4 anni già si mette davanti allo specchio a provare vestitini mimando le pose di Britney Spears, fino a Taylor Wayne o Devon, pornostar siliconate, pronte a diventare icone di carne per gli sguardi dei maschi. Una logica abnorme e falsata che vede sempre la donna cercare di compiacere l’uomo pur di avere diritto di esistere. E questo finisce per annullare l’identità stessa della persona. Infatti, nel momento in cui si raggiunge lo scopo di essere al centro di un mondo illusorio, ci si accorge dell’insoddisfazione che ciò provoca e soprattutto della percezione di essere in un grande nulla. Rabbia, frustrazione e tristezza finiscono per riempire questo vuoto, l’illusione si palesa allora come tale, fino a incolpare e distruggere il corpo, elemento non in grado di far scaturire la felicità.
Lauren Greenfield osserva tutto questo, osserva noi che osserviamo, documenta dall’esterno la relazione tra spettacolo e spettatore, un punto di vista da cui tutto appare ridicolo e deformato nella sua vanesia inutilità, nella falsità dei valori in cui veniamo indotti a credere e di cui diventiamo schiavi. Non è un corpo perfetto a dischiuderci le porte della felicità, non è l’essere sessualmente desiderabili, non è il cercare il significato di noi stessi nell’accettazione da parte degli altri a liberarci dall’ansia di vivere, ma è la profonda consapevolezza del nostro io e dei nostri desideri che ci salva dal vuoto. Ed è questa semplice, quanto misconosciuta, verità che fa in modo che le immagini della fotografa americana colpiscano così cinicamente la nostra dignità, al di là di qualunque aspetto tecnico od artistico.
Filippo M. Caroti
©CultFrame 06/2003
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