
Black Out Fotografia Giapponese Contemporanea In occasione del quarantesimo anniversario dalla sua fondazione, l'Istituto Giapponese di Cultura in Roma presenta "Black Out": 181 scatti di otto tra i più significativi fotografi giapponesi contemporanei, che variamente illustrano la realtà del Giappone odierno.
I loro personali punti di vista non concorrono in un'unica tendenza artistica, ma si fanno piuttosto interpreti di una comune esigenza di "semplificazione" dei correnti codici visivi, allo scopo di creare nello spettatore lo scarto necessario ad affrancarsi dall'immaginario collettivo per guardare finalmente all'essenza delle cose coi propri occhi. E' proprio questo, spiega nella presentazione del bel catalogo della mostra il curatore Taro Amano, il black out, cui fa cenno il titolo: come da definizione del Webster Dictionary, "spegnere le luci di scena allo scopo di indicare la fine di uno spettacolo teatrale o di una parte di esso", ovvero oscurare le visioni che si affollano nella nostra memoria obnubilando la percezione della realtà.
La meditazione di questi artisti per raggiungere tale scopo prende forme diverse, ma quasi sempre ha come spunto il Paesaggio, campestre o urbano, variamente connotato dalla presenza umana.
Di notevole interesse è l'indagine prettamente linguistica di Keiji Tsuyuguchi, che propone una serie di dittici fotografici, basati su alcuni toponimi di Hokkaido, sua terra, i cui luoghi ritrae con una cesura spazio temporale, alla quale sottende lo scollamento fra fonemi ed immagini ideografiche, fra significati e significanti, all'interno di una riflessione complessa e stimolante sulle implicazioni culturali della colonizzazione giapponese dell'isola Ainu.
Tomoki Imai, Tomoko Isoda e Risa Kayahara isolano, nell'apparente semplicità delle loro visioni, elementi naturali ed architettonici, luci, ombre e linee, che tracciano sulla carta sensibile l'irripetibilità degli attimi nel tempo, inscritta nella distesa compostezza delle loro inquadrature orizzontali; lo stesso tipo d'operazione compie in maniera più concitata il colpo d'occhio fra la folla di Erika Yoshino, mentre Asako Narahashi, s'affida al più inquieto e mutevole moto delle onde, per le sue fascinose riprese dal mare.
"Matatabi", il girovagare di un giocatore d’azzardo itinerante, è il titolo dell'opera di Koji Onaka; in un gruppo di 60 fotografie d'un bianco e nero dal sapore antico, e per il viraggio e per il piccolo formato (quasi a sottolineare la preziosità delle piccole cose quotidiane), egli sembra riecheggiare l'assunto di Bashô: "Ogni giorno è un viaggio, e il viaggio stesso la nostra casa". Diametralmente opposta nell'apparenza la striscia continua d'immagini digitali dai toni bassi, dal blu profondo al nero, di Aruna Kawanabe, contiene in sé lo spunto per una ricerca spirituale di sublimazione dall'inganno della visione.
Ricca di suggestioni e di una concettualità, che s'alimenta nell'intuizione e in una cultura antica, questa mostra restituisce ai nostri occhi lo stupore di un Giappone altro rispetto alla consueta erronea immagine d'una sua occidentalizzazione esasperata.
Rosa Maria Puglisi
©CultFrame 11/2002
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