
Bernard Plossu Col treno La spinta concettuale che guida l’azione creativa di un fotografo è, in molti casi, connessa all’esigenza di rappresentare la realtà in cui si vive e, di conseguenza, di bloccare attraverso un semplice scatto il tempo nonché la dimensione ambientale in cui ogni essere umano si muove. Questo approccio visivo rischia però di essere ripetitivo e banale, specie se colui che guarda non riesce ad astrarsi e a sradicare poeticamente la linea del suo sguardo.
Ebbene, Bernard Plossu ha messo in atto con intelligenza una sorta di deviazione. Ha spostato il suo punto di vista, tirandosi fuori dalla staticità del sociale, per raffigurare il visibile in una situazione di movimento continuo ed in una posizione alternativa rispetto a quella del fotoreporter che si accosta all’attualità. In tal senso, la scelta di Plossu di "operare" su un treno gli ha consentito di riprendere la vita cogliendo degli attimi nascosti, strappando al nulla angolazioni inusuali, proponendo prospettive impensabili ma possibili.
Bernard Plossu, d’altra parte, è un fotografo i cui occhi sono sempre stati abituati a cogliere le pieghe segrete del rappresentabile. Autentico artista dello sfocato, l’autore francese cerca di portare alla luce quelle frazioni di esistenza che il nostro occhio non vuole cogliere e soprattutto le ombre e i fantasmi che popolano la nostre giornate.
La mostra allestita a Napoli, presso l'istituto francese, presenta un lavoro effettuato attraversando l’Italia in treno. Messina, Civitavecchia, Genova, Roma, Milano. Ed ancora: la Calabria, la Toscana e la Liguria. Il paesaggio urbano diventa quasi irriconoscibile, spazio metafisico e privo di esseri umani, palcoscenico cementificato. I binari sezionano le metropoli; sono lunghe ferite che aprono degli squarci misteriosi nel territorio, che liberano gli individui dall’angoscia della proliferazione incontrollabile dell’urbanizzazione selvaggia.
Un uomo cammina nella notte in una stazione (Milano 1989), luogo quasi magico di libertà, simbolo del ritorno ma anche porta d’accesso verso una sorta di dimensione anarchica dell’animo, nella quale si celebra l’abbandono della vita quotidiana e della gabbia dell’identità.
Plossu ci mostra un’altra Italia, grazie alla sensazione dinamica fornita dall’idea del viaggio e attraverso la sublimazione del desiderio della fuga. La sua è una fotografia quasi sospesa, in cui il senso è determinato proprio dalla fusione estetica tra il ritmo dello scorrimento e il cambiamento costante del punto di vista; in una danza visiva quasi surreale che mette in risalto la solitudine umana nel labirinto dell’esistenza.
©CultFrame 10/2002
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