
Josef Koudelka - Retrospective Les rencontres d'Arles 2002 La grande retrospettiva dedicata a Josef Koudelka costituisce la punta di diamante della XXXIII edizione dei Rencontres d'Arles e caratterizza il ritorno alla direzione del festival, dopo 15 anni (12 dei quali trascorsi a capo della Magnum, l’agenzia di Koudelka ma anche di Parr e Sarfati), di François Hébel. Il ricorso a uno dei maestri riconosciuti della storia della fotografia sembra quasi una risposta all’anonyme con cui Gilles Mora ha titolato l’ultima delle tre edizioni a lui affidate, che peraltro hanno visto un crescente calo delle affluenze che Hébel sembra fermamente intenzionato ad invertire in vista del 2003, riproponendo già da quest’anno un festival in grande stile che ha visto raddoppiare i giorni di durata, le sedi espositive, le serate al Théatre antique e non solo.
La mostra di Koudelka, a cura di Robert Delpire, si articola in tre sezioni esposte in sedi diverse. All’Espace Van Gogh si parte con le immagini degli inizi, nei primi anni Sessanta: su una parete opere che uniscono forza espressiva ed essenzialità grafica usando una riduzione tonale spinta spesso ai soli bianco e nero, in volti intensi che rimandano al primitivismo delle avanguardie o in silhouettes sfuocate di ballerini; sull’altra alcuni paesaggi tagliati in formato panoramico che contengono in nuce lo spirito dell’artista ceco e quelli che saranno gli esiti ultimi della sua ricerca. Fotografando negli stessi anni gli spettacoli del teatro Za Branou di Praga, impara a «vedere il teatro come la vita, poi la vita come un teatro»; i limiti del mezzo sono spinti all’estremo e pare davvero che gli attori recitino solo per lui. Nella seconda sala ecco la serie "Gitans", il lavoro svolto nella Slovacchia orientale tra il ’62 e il ’70 con cui Cartier-Bresson lo accoglierà alla Magnum. L’impronta della grande fotografia francese dei decenni precedenti è chiara, ma un potente senso della morte e del tragico lo contraddistingue. Koudelka va oltre il documento antropologico, la compartecipazione alla vita di un popolo esule da mille anni anticipa quella che sarà la sua stessa sorte. Nel 1968 fa un viaggio in Romania e torna a Praga il 21 Agosto, il giorno dell’invasione sovietica.
Nell’Eglise des Trinitaires 11 immagini 70x100 di quel giorno, persino troppo famose per parlarne: non è solo storia della fotografia, è Storia e basta. Nel 1970 fugge e diviene apolide. La serie "Exils" completa la seconda esposizione: «il suo talento nell’appropiarsi visivamente di luoghi e persone, scrive Delpire, l’ha salvato dall’esilio»; la percezione del precario equilibrio dell’esistenza è costante. Come in "gitans", Koudelka ricerca il senso religioso, le tradizioni, la vita comunitaria, alternandoli a scene di desolazione.
Il percorso si conclude nella splendida chiesa gotica des Frères Prêcheurs, finalmente recuperata e accessibile. Qui, per la suggestione dell’allestimento, dell’installazione sonora e delle immagini, più che visitare una mostra si ha la sensazione di compiere un’esperienza esistenziale sul mondo. Nel buio, si è accolti da due gigantografie su tela poste agli estremi della navata. Le fotografie panoramiche di Chaos, stampate della lunghezza di oltre un metro o oltre due, sono un viaggio terreno fuori dal tempo storico. La rovina, la desolazione causate dalla guerra, dall’inquinamento, dall’abbandono sono una parabola sulla stupidità della volontà distruttrice dell’uomo a fronte di quella del Tempo. Le linee che attraversano questi paesaggi danno il senso della ricerca impossibile di un senso da poter dare alla storia. Se non si può conferire questo senso al mondo, Josef Koudelka riesce però, di fronte a questi scenari, a dargli una forma trovandovi la bellezza della luce e della composizione. Solo attraverso questa l’esistenza sembra trovare stabilità.
Daniele De Luigi
©CultFrame 08/2002
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