
Nino Migliori Materie e memoria nelle scritture fotografiche Gli organizzatori della mostra Materie e memoria nelle scritture fotografiche di Nino Migliori, visto il successo ottenuto, hanno deciso di prolungare l’esposizione dal 25 maggio al 9 giugno. E ciò è stato un bene poiché questa iniziativa merita senza dubbio attenzione.
Molti di noi erano ancora piccoli, troppo, altri lo sono tuttora e non ricordano. C’è stata, tanti anni fa, un’Italia che usciva non solo dalla seconda guerra mondiale ma anche da uno dei periodi più scuri che la nostra democrazia ricordi. La ritrovata libertà riportò serenità, freschezza e nuova voglia in tutti gli ambiti, fotografia compresa.
Una premessa, questa, utile per capire non solo cosa facesse Migliori, ma soprattutto come e con chi.
Nino Migliori inizia la sua sperimentazione alla fine degli anni '40. Conosce le macchine, le formule, la tecnica. Frequenta circoli, si confronta, partecipa a concorsi. E’ l’inizio di uno dei periodi d’oro per la fotografia italiana. La maggior parte dei nomi che oggi leggiamo sulle locandine delle mostre vengono da li, da quei circoli, da quelle discussioni. Ma c’è qualcosa di diverso nel suo percorso. Ancora prima delle immagini di sommeriana memoria, gente del sud e gente del delta, appaiono di estremo interesse ossidazioni, cliché-verre, pirogrammi, idrogrammi, cellogrammi. Nomi che rappresentano non solo una tecnica, un’intuizione, ma soprattutto un modo diverso di pensare la fotografia.
Dicevamo all’inizio che non era certo la tecnica a mancare, e i lavori di reportage neorealista lo provano, così come mostrano un occhio attento, sensibile, legato in parte ad immagini come quelle di Cartier-Bresson, ma con maggiore partecipazione. C’era una voglia nuova, diversa, di utilizzare la luce e i materiali fotografici. Un lavoro simile, e per alcuni versi parallelo, a quello di Veronesi, ma meno formale. La macchina da presa viene messa da parte, i negativi bruciati in alcune parti (pirogrammi), le lastre vengono graffiate. Nelle ossidazioni, inoltre, fa a meno anche di un qualche tipo di negativo, disegnando direttamente su carta con i chimici.
Ma non è che l’inizio. Un percorso che nonostante l’età prosegue. Passa attraverso installazioni e il lavoro sulla memoria, con Muri e Manifesti, quindi si sofferma sulle Mani, poi dà vita ad Herbarium, carteossidate, in un continuo evolversi che lo porta, non poteva essere diversamente, all’uso dei nuovi strumenti di manipolazione come il computer. Tutto questo per arrivare alle Trasfigurazioni.
Fonte ancora oggi di dibattito, "spina nel fianco" nel movimento fotoamatoriale, ha cercato sin dagli inizi di scansare i meccanismi classici d’approccio all’immagine, proponendosi come elemento di rottura. C’è ancora chi sta digerendo i tagli di Lucio Fontana, o cercando una giusta collocazione per l’orinatoio di Marcel Duchamps. Nino Migliori è, in alcuni casi, una sorta di raccordo, di trait d'union, fra il reale ed il concettuale. Tutto il significato di questa ricerca, i passaggi, la storia, ma soprattutto le immagini, sono qui in mostra. E questo spiega la grande richiesta da parte del pubblico e delle scuole di prolungarne la durata.
Maurizio Chelucci
©CultFrame 05/2002
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