
Nan Goldin - Arturo Patten FotoGrafia - I° Festival internazionale di Roma Esistono molti modi di esprimersi attraverso all’arte fotografica. Vi sono stili e formati differenti, autori le cui idee sono contrastanti e il cui bagaglio culturale si basa su elementi a volte opposti.
Alcuni esponenti della fotografia del novecento, ad esempio, non comunicano solo ed esclusivamente grazie a delle singole immagini, cioè a degli scatti autonomi e compiuti sotto il profilo formale e contenutistico. Stiamo parlando di quegli artisti che amano la dimensione del racconto visivo, della narrazione per inquadrature, e che operano in una realtà creativa molto più contigua al cinema piuttosto che alle arti figurative.
Nell’ambito del Primo Festival Internazionale della Fotografia di Roma sono state presentate due mostre di notevole importanza: The Ballad of Sexual Dependency, 1982 -1995 di Nan Goldin e Patten a Patten di Arturo Patten.
Ebbene, non potrebbero esserci due autori così stilisticamente ed esteticamente distanti, eppure è proprio il senso del racconto li unisce in un discorso poetico profondo e straordinariamente vibrante.
L’esposizione di Nan Goldin, ospitata presso La Galleria Comunale d’Arte Moderna, è basata su un allestimento anticonvezionale. Le opere della celebre fotografa americana sono proiettate in sequenza in un luogo buio con l’accompagnamento della musica. L’atmosfera è esattamente quella che si avverte in una sala cinematografica, in cui un gruppo di persone, abbandonandosi alla sacralità della proiezione, fruiscono di un lungometraggio di fiction o di un documentario. La lunghissima sequenza delle immagini, composta da centinaia di scatti, ripropone il mondo rappresentato dall’obiettivo della Goldin. La vita, la morte, il sesso, gli amici, gli ambienti intellettuali degli USA, la droga, la sofferenza e il dolore, la gioia e il divertimento. Nell’arco di alcuni minuti lo spettatore vede scorrere il film della vita, in cui i destini degli uomini e delle donne vengono raffigurati attraverso una fotografia diretta, solo apparentemente sciatta, che concentra tutta la sua forza sulla condivisone delle emozioni.
In questo caso abbiamo a che fare sostanzialmente con un progetto autobiografico che ci permette di entrare in un universo contemporaneo metropolitano in cui l’esistenza è vissuta spesso fino all’estremo ma in cui, allo stesso tempo, la dolcezza e il contatto umano appaiono fattori assolutamente fondamentali.
Sensazioni completamente diverse si provano invece passeggiando nelle splendide sale delle Terme di Diocleziano che ospitano le opere di Arturo Patten. Recatosi negli USA, in un cittadina che porta il suo stesso nome, il fotografo americano ha effettuato una sorta di perlustrazione visiva incentrata sulla rappresentazione dei volti della gente. Grandi stampe in bianco e nero, di qualità eccellente, fondo scuro, sguardo in macchina. Patten descrive un microcosmo del Maine, grazie alle espressioni, agli occhi e agli atteggiamenti di cittadini anonimi che racchiudono in sé un piccolo mondo da esplorare.
Anche in questo caso ci troviamo a dover interagire da fruitori con una racconto costruito su suggestioni visuali e sulla interiorità dei personaggi ripresi. Ma, mentre lo sguardo di Nan Goldin è senza dubbio più vicino a quello che potremmo definire cinema moderno e sperimentale, e quindi trasgressivo anche sotto il profilo delle regole della composizione, quello di Patten è senza dubbio più tradizionale, anche se non meno intenso ed coinvolgente, e sembra invece far riferimento ad una cinematografia più classica.
Nan Goldin e Arturo Patten hanno dunque dimostrato, pur partendo da presupposti poetici completamente diversi, come anche la fotografia possa essere considerata a tutti gli effetti un’arte narrativa in grado di trasmettere al prossimo sfumature interiori e di far emergere vicende umane individuali e collettive. Tutto attraverso un’assoluta libertà creativa, una precisa ricerca stilistica e il desiderio di confrontarsi con i grandi temi dell’esistenza.
m.g.d.b.
©CultFrame 06/2002
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