
Diario da Peshawar Fotografie di Giorgio Cosulich Negli ultimi mesi gli organi di informazione e i mass media sono stati inondati da immagini del Pakistan, e successivamente dell’Afghanistan. La solita inevitabile inflazione di scatti e filmati, spesso caratterizzati da una tendenza all’appiattimento espressivo, generato anche dalla fretta del consumo che impone il vortice inarrestabile della comunicazione contemporanea. Si sente dunque il bisogno, di fronte a una tragedia come quella che riguarda decine di migliaia di persone distrutte dalla fame, dalla povertà e della guerra, di fermarsi a riflettere per cercare di comprendere come certe situazioni socio-politiche internazionali possano determinare incredibili sofferenze nella vita degli esseri umani.
Uno spunto adatto per metter in pratica questo tipo di approfondimento è fornito dalla mostra di Giorgio Cosulich, denominata Diario da Peshawar, allestita presso la galleria Acta International di Roma fino al 7 marzo 2002.
Nato a Roma nel 1970, Cosulich ha lavorato e vissuto per diversi anni a NewYork, città dove ha operato nel mondo della moda ed è stato assistente di Marco Glaviano. La sua cifra poetica è però fortemente legata al reportage, settore dell’arte fotografica che l’ha portato a documentare situazioni molto diverse tra loro, dai campi profughi di Kukes in Albania fino alle manifestazioni in occasione del G8 di Genova del luglio 2001. L’esposizione romana ci trasporta nella dimensione di Peshawar, cittadina pakistana ai confini dell’Afghanistan, la cui popolazione ha al suo interno una maggioranza fortissima di fondamentalisti islamici che hanno pubblicamente appoggiato il regime dei talebani.
Lo sguardo di Giorgio Cosulich su questa realtà è estremamente lucido, nonostante sia rintracciabile nelle opere presentate una chiara partecipazione emotiva che gli ha consentito di esplorare un tragico universo di disperazione privilegiando non tanto l’aspetto puramente e aridamente cronachistico quanto piuttosto quello sociale ed umano. I bambini sembrano essere i veri protagonisti del percorso visivo di Cosulich, bambini il cui volto comunica al fruitore una dignità archetipica ed incrollabile ma anche il senso di un’infanzia perduta, forse mai vissuta, che si è bruciata nel dolore e nella violenza. Cosulich riesce anche a cogliere contraddizioni enormi, soprattutto in quegli scatti in cui vengono accostati simboli dell’Occidente a persone assolutamente lontane dalla realtà capitalistica. Inoltre, fornisce un’interpretazione complessa della situazione di quella zona dell’Asia passando indifferentemente dal racconto di fenomeni collettivi alla rappresentazione di sentimenti individuali e privati.
Infine, una nota sul colore, usato in questo caso dal fotografo romano, e sulla luce, elementi che si manifestano nelle venti stampe proposte nella mostra non come componenti autonome ma come fattori linguistici tesi a valorizzare contenuti e significati.
m.g.d.b.
©CultFrame 02/2002
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