Painting of Modern Life

L’esordio della fotografia sembrò minare alle basi la pittura come atto di interpretazione del reale. Quello che invece accadde fu l’instaurarsi di una fertile e vivace dicotomia tra i due mezzi espressivi, i cui confini si sono fatti via via sempre più labili e indistinti. Così, se da un lato la pittura, indirizzandosi prima verso l’astrattismo, come reazione al realismo fotografico, si è volta poi alla reinterpretazione realistica o iperrealistica della società moderna, d’altro canto la fotografia ha seguito un percorso inverso, fino ad assumere qualità grafiche e pittoriche.
Molto spesso i rapporti tra fotografia e pittura presentano caratteri comuni, in una sorta di osmosi, per cui se la rappresentazione che abbiamo del mondo è ormai mediata da foto, film e video, la pittura ora si serve di quelle immagini per reinterpretare il nostro modo di relazionarci ad esso.

The Painting of Modern Life, mostra in programma alla Hayward Gallery, si pone in maniera ambiziosa come la prima indagine approfondita sull’uso e traslazione dell’immaginario fotografico in pittura negli ultimi cinquant’anni.
Il punto di partenza è fissato negli anni Sessanta, con i lavori di artisti che reagirono all’ortodossia dell’espressionismo astratto, primo fra tutti un iconico Andy Warhol, con la sua ripetizione drammatica dell’incidente stradale fotografato nella Contea di Orange e quella degli scontri razziali di Los Angeles. Sono anni in cui gli artisti fanno ricorso alle foto di giornali, riviste, film e pubblicità, in una crescita esponenziale di soggetti e possibilità espressive. In Gerhard Richter il processo di revisione della realtà è assolutamente non referenziale, la foto è un punto di partenza per una narrazione altra, che nel tessuto pittorico caratterizzato da molteplici linee orizzontali, sembra svanire in un atto di cancellazione parziale, che spinge lo spettatore a voler vedere di più. Richter afferma di praticare la fotografia attraverso mezzi alternativi, annullando le differenze e invertendo le relazioni. Simile approccio sembra essere alla base dei lavori di Richard Hamilton, che, tra il 1968 e il 1969, basandosi su una foto sfocata di un evento accaduto poco tempo prima, l’arresto del mercante d’arte Robert Fraser e del cantante Mick Jagger, per possesso di stupefacenti, ritrae i personaggi mentre vengono portati via nell’auto della polizia. In Hamilton la luce del flash dei paparazzi si materializza nel metallo delle manette, la visione sintomatica della Londra di quell’epoca si basa sul gioco di parole del titolo, che richiama la rivoluzione culturale Britannica, ma anche il peso della sentenza.
Si prosegue poi con i lavori di Luc Tuymans, generati da molteplici fotocopie o Polaroid di bassa qualità, in cui la sfiducia nel valore delle immagini come dato reale è storia contemporanea, che siano le immagini documentarie di prigionieri durante la prima Guerra del Golfo o la passeggiata di Hitler nel suo rifugio bavarese, esaltata da toni di luce romantica.

Vija Celmins reinventa le foto per ottenere una qualità diversa, servendosi di spunti e soggetti particolari, come un’automobile a Pearl Harbor, un aeroplano in Vietnam o l’autostrada fotografata dal volante. Immagini dinamiche, che conservano una qualità intrinseca di immutabile staticità, accentuata dalla resa materica del mezzo pittorico. Controllo e distacco, l’atto di guardare come registrazione degli stati psicologici nello spazio. Il nuovo ruolo del pittore è quello di spettatore fuori dalla situazione che viene ritratta, osservatore privilegiato e, al contempo, outsider.
Judith Eisler si serve del fermo immagine come momento per investigare un evento altrimenti non discernibile, mentre Elisabeth Peyton reinterpreta, idealizzandole, le celebrità dell’attualità e dello spettacolo, da John Lennon alla Regina Madre, unendo ai toni vibranti dei colori ad olio pose e atteggiamenti tipici della fotografia di moda.
La mostra si chiude sulla reinvenzione della foto familiare, un qualcosa di convenzionale e ripetitivo, ma intensamente personale, che nei lavori di artisti come Hamilton o la già citata Peyton assume valore di archetipo, rappresentando lo spazio occupato nel mondo da amici e familiari come composizione iconica, dagli effetti variamente intimi o formali.

Claudia Colia

©CultFrame 12/2007
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Andy Warhol
Big Electric Chair, 1967
Silkscreen and acrylic
on primed canvas
(c) Licensed by the Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc/ARS, New York and DACS London 2007
Courtesy Froehlich Collection, Stuttgart



Robert Bechtle
'61 Pontiac, 1968-69
Oil on canvas
(c) Robert Bechtle
Courtesy Whitney Museum of American Art, New York





Relazioni
Hayward Gallery, Londra





Informazioni
CittàLondra
Quando04/10/2007-30/12/2007
DoveHayward Gallery
IndirizzoSouthbank Centre
Telefono(44)8703800400
Orario10-18
ven./sab. 10–22
(ch. 24-26/12)
Biglietto£ 8.00
CuraRalph Rugoff
 
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