Vita


Nancy Goldin nasce a Washington il 12 settembre 1953 da genitori ebrei, appartenenti alla classe media e le cui idee, moderatamente liberali e progressiste, vengono messe a dura prova quando il 12 aprile 1965 la figlia maggiore Barbara Holly, all’età di diciotto anni, si toglie la vita. I Goldin si rifiutano di accettare e di raccontare l’accaduto sia all’esterno delle mura domestiche, per mantenere una certa rispettabilità nei confronti dei vicini piuttosto conservatori, sia all’interno, nella convinzione che un simile atteggiamento possa aiutare a sopravvivere loro e i tre figli rimasti. Invece, l’effetto ottenuto è l’opposto: non soltanto Nancy non crede alla versione di un incidente accaduto alla sorella, ma addirittura sviluppa un desiderio quasi ossessivo e insanabile nei confronti della verità, anche se è dolorosa o sconfortante.

Dopo qualche anno, nel 1969, capisce di averne abbastanza di una vita familiare e scolastica forzatamente convenzionale, quindi si iscrive alla Satya Community School (a Lincoln), da lei stessa soprannominata la "hippie free school" per le idee più aperte che circolano in essa. Giorno dopo giorno il pensiero della sorella comincia ad affievolirsi e quasi a svanire, perciò Nancy – con un atteggiamento debitore della sua vecchia passione per la psicanalisi – decide di prendere in mano la macchina fotografica per salvare se stessa e gli amici più intimi dall’azione dissolvente del tempo. Fra le persone care che entrano in quegli anni nella sua vita ci sono David Armstrong e Suzanne Fletcher, i quali hanno un’influenza determinante su di lei. Infatti, è grazie a loro che, una volta trasferitasi a Boston per studiare alla School of the Museum of Fine Arts, viene introdotta nel nightclub The Other Side e nella subcultura delle drag queens. La Goldin le riprende in una serie di fotografie (tutte in bianco e nero), perché è affascinata dal loro mondo parallelo, fatto di frivolezze e di eccessi ma che, collocandosi al di fuori delle convenzioni, risulta in un certo senso più autentico.

Dalla fine degli anni Settanta la vita di Nan cambia ancora più radicalmente, complice il nuovo trasferimento nel 1978 prima a Londra, poi a New York. Prende a Bowery un piccolo studio che condivide con alcuni amici e, per mantenersi, lavora come barista in un nightclub. Frequenta assiduamente i club della sottocultura di Times Square, club che diventano la causa primaria della sua vita sregolata e della dipendenza da alcool e droghe, ma che danno nuova linfa al suo lavoro. Infatti, proprio in questo periodo, la Goldin mette a punto il suo caratteristico "sguardo": abbandona il bianco e nero per il colore (dai toni della quotidianità) e per l’uso costante del flash; riprende esclusivamente la sua vita e quella degli amici più vicini (come Cookie Mueller, Sharon Niesp, Bruce Balboni e David Armstrong); proietta le sue fotografie in slide show, come fossero filmati, in club aperti alla sperimentazione come il Rafiks Underground Cinema, il Mudd Club e più tardi il Maggie Smith’s Tin Pan Alley. Col tempo aggiunge fotografie nuove e risistema costantemente la serie fino a quando, nel 1986, ha materiale sufficiente per allestire una mostra alla Burden Gallery di New York e per pubblicare un libro fotografico dal titolo The Ballad of Sexual Dependency: la maggior parte delle immagini presentate raccontano di relazioni sentimentali in bilico tra voglia di autonomia e bisogno di dipendenza.

Nella seconda metà degli anni Ottanta la Goldin ottiene un grande successo: il suo lavoro comincia a essere portato e apprezzato in gallerie e musei di varie città americane ed europee, mentre The Ballad viene proiettata ai Film Festival di Edimburgo e di Berlino; contemporaneamente, questo periodo è segnato dall’ingresso prepotente dell’AIDS nella vita di Nan. La malattia, infatti, colpisce molti suoi amici (fra cui anche Cookie Mueller, la sua amica di sempre): la Goldin soffre con e per loro, riesce a documentarli con tatto e quasi con riservatezza quando scoprono di essere sieropositivi, quando mostrano i primi segni della malattia, quando sono in fase terminale, quando muoiono mentre le persone che li amano piangono. È un momento di crisi affettiva e interiore che la porta a rivedere i suoi stili di vita; decide di farla finita con alcool e droghe, così nel 1988 entra in una clinica per disintossicarsi. Con sé ha, come sempre, la macchina fotografica con la quale scatta molti autoritratti inondati, qualche volta, dalla luce diurna che Nan scopre in quel momento così particolare della sua vita. Inoltre, diventa un’attivista dei gruppi Act Up e Visual AIDS tramite i quali organizza la prima grande mostra a New York sul tema dell’AIDS e promuove l’istituzione della giornata mondiale su questa malattia che viene ricordata il primo dicembre di ogni anno.

E poi arrivano gli anni Novanta. La Goldin intensifica i viaggi che le forniscono nuove occasioni per fotografare: grazie all’assegnazione di una borsa di studio dal DAAD, vive per tre anni a Berlino; in seguito, viaggia in Europa, in Giappone, in Italia. Torna diverse volte a Napoli, a cui dedica il libro Ten years after: Napoli 1986-1996, e in Sicilia, dove realizza alcuni fra i suoi più famosi scatti paesaggistici che esprimono anche una riconciliazione con la natura. Pubblica vari libri come Cookie Mueller, The Other Side, A Double Life (insieme al suo caro amico David Armstrong).
Le fotografie di questi anni presentano ancora tematiche legate a una visione sofferta della vita, ma che sono espresse in modo più metaforico; basti citare la suggestiva Honda brothers in cherry blossom storm (scattata a Tokyo nel 1994), nella quale la pioggia di fiori di ciliegio è simbolo della brevità della vita e di quanto sia effimera la bellezza, e The sky on the twilight of Philippine’s suicide (scattata in Svizzera nel 1997), in cui un tempestoso cielo dai toni rossi esprime chiaramente il dolore provato per il suicidio dell’amica. Però, nel complesso, le fotografie di Nan acquisiscono toni più ottimistici: lo dimostra la qualità diversa dei ritratti della scena alternativa di New York, Bangkok, Manila e Tokyo oppure la rappresentazione dell’amore che si esprime anche attraverso i ritratti a Siobhan, sua partner e amica per alcuni anni. C’è un modo più gentile di vedere le relazioni sentimentali e affettive che, ora, diventano luogo di complicità e di tranquilla vita familiare e sono libere dall’antagonismo alla base di The Ballad of Sexual Dependency.

Il 1996 e il 1997 rappresentano anni di bilancio personale e artistico. Infatti, nel 1996 Nan Goldin allestisce al Whitney Museum di New York la mostra retrospettiva I’ll Be Your Mirror (titolo ispirato dall’omonima canzone di Lou Reed). Sulla copertina del catalogo c’è un autoritratto che vale la pena ricordare, perché rappresenta perfettamente il nuovo spirito della Goldin: Self-portrait on the train scattata in Germania nel 1992) mostra il primo piano del profilo del volto della fotografa che guarda fuori dal finestrino del treno verso un paesaggio sfocato. I colori tenui e la tranquillità dell’atmosfera dell’immagine concretizzano il percorso di Nan Goldin che, dopo un lungo e doloroso viaggio, sembra indirizzarsi verso una nuova stagione di maturità e di serenità. Nel 1997 I’ll Be Your Mirror è il titolo scelto anche per il documentario girato con la collaborazione dell’inglese Edmund Coulthard. In 50 minuti di riprese viene condensata con sincerità e umanità la vita e l’opera di Nan Goldin, dalla periferia di Washington D.C. a New York, avvalendosi del contributo di interviste ai suoi più cari amici, di video e di fotografie dell’artista. Il percorso personale di Nan diventa anche il ritratto di una generazione, come viene esplicitato dalla scelta della colonna sonora, affidata a brani di quegli anni di The Velvet Underground, Patti Smith, Television e Ertha Kitt. Il documentario viene mostrato al Festival Internazionale di Edimburgo e al Berlino Film Festival, ha ricevuto un premio speciale dalla giuria del Prix Italia e ha vinto il premio come miglior documentario al Montreal Festival of Films on Art.

Negli ultimi anni Nan Goldin ha realizzato altri documentari, ha allestito nuove mostre e ha avuto incarichi "originali", come quello per la SNCF; infatti, nel 2002 e nel 2003 le ferrovie di stato francesi le hanno affidato la realizzazione di fotografie per una campagna pubblicitaria che deve presentare scene di vita a bordo dei treni della regione parigina. Questo incarico dimostra, oltre al nuovo legame stretto con la città di Parigi, il fatto che la Goldin sia ormai comunemente riconosciuta come colei che riesce a rappresentare la vita quotidiana in tutte le sue sfaccettature, con semplicità ma senza autoreferenzialità né voyeurismo. «Io credo – ha scritto lei stessa – che uno dovrebbe creare da ciò che conosce e parlare della sua tribù… Tu puoi parlare solamente della tua reale comprensione ed empatia con ciò di cui fai esperienza».

Elisa Paltrinieri

©CultFrame 2006


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Copertina del libro
I'll be your mirror
di Nan Goldin
(Whitney Museum of
American Art)

















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