
Arte
Nan Goldin ha poco più di cinquant’anni ed è già considerata una pietra miliare della fotografia a livello internazionale. Le sue foto hanno ispirato molti suoi colleghi (si pensi al tedesco Wolfgang Tillmans, all’inglese Richard Billingham o all’olandese Bertien Van Manen), diventando così parte integrante dell’immaginazione visiva contemporanea. Tuttavia, scorrendo superficialmente le sue fotografie, è quasi naturale chiedersi cosa le differenzi da quelle che compongono un qualsiasi album di famiglia; infatti, la Goldin non sembra far altro che cogliere, con l’estetica dell’istantanea, momenti di vita quotidiana senza alcuna particolare storia dietro (come persone che bevono una birra o fumano una sigaretta o guardano dalla finestra) oppure attimi di vita familiare colta in gesti anonimi e ripetitivi. Eppure, c’è differenza.
Innanzitutto, la Goldin si addentra anche nei momenti più intimi della vita delle persone (quelli che in genere vengono relegati nel proprio privato), raccontando sentimenti come la solitudine, lo sconforto, la tristezza, la malinconia, fino a spingersi ancora più a fondo, riprendendo situazioni e comportamenti soggetti a tabù, come il sesso e la malattia. L’artista, infatti, è famosa per i suoi espliciti ritratti erotici di persone eterosessuali e omosessuali (Clemens, il suo giovane amico attore teatrale, si è fatto riprendere più volte in intimità con l’amante); ciononostante, non viene mai usato un linguaggio pornografico o sensazionalistico, perché l’atto sessuale è visto come parte di una relazione più ampia e complessa. Molto toccante è la sua serie di fotografie su Gilles (proprietario di una galleria parigina) e sull’artista parigino Gotscho (suo partner): Nan registra con grande compassione e delicatezza gli ultimi mesi di vita di Gotscho, dai primi sintomi dell’AIDS (impressionante il primo piano del braccio ossuto appoggiato sul lenzuolo del letto d’ospedale) fino alla sua morte nel 1993 spingendo i confini dei tabù sociali a tal punto da addentrarsi in un campo che sino a quel momento era stato di esclusivo predominio maschile, fino a rappresentare addirittura nel 1999 la storia di Greer e la sua trasformazione da uomo a donna.
Ancora: molti suoi scatti trascendono il racconto di vicende specifiche per diventare emblematiche di sentimenti più generali; a tal proposito, è particolarmente significativa The Ballad of Sexual Dependency, la sua serie fotografica più famosa. In 700 istantanee a colori Nan riprende amici, familiari e se stessa alle prese con le proprie relazioni sentimentali, delle quali vengono messi in evidenza sia il contrasto fra autonomia e dipendenza sia l’antagonismo all’interno della coppia. Molte immagini si soffermano, infatti, su due amanti seduti sul letto che, dopo aver fatto l’amore, invece di ricambiarsi sguardi di intimità, guardano in direzioni opposte, dimostrando distanza ed estraniazione fra di loro, come accade ad esempio nella celebre fotografia Nan and Brian in bed (New York, 1983) che appare anche come copertina di The Ballad. Brian (che è stato compagno della Goldin per tre anni) è il soggetto di numerose fotografie che esprimono, con brutale franchezza, il loro rapporto basato più sull’impossibilità di comunicare che sull’idea di amore e segnato da tanti momenti di forte crisi: in Nan One Month after Being Battered (New York, 1984), uno degli autoritratti più spietati, la Goldin ha il volto gonfio dalle percosse che il suo amante Brian le ha dato prima che finisse la loro relazione. Ma l’esempio più eloquente per il suo valore emblematico è The Hug (realizzata a New York nel 1980), nella quale l’attenzione è rivolta all’abbraccio ambiguo di una coppia che non è chiaro se sia travolta dalla passione o piuttosto dall’impegno della lotta. In conclusione, la serie The Ballad è una riflessione sull’amore vissuto nella quotidianità, come è sottolineato anche dall’organizzazione delle fotografie in uno slide show (di 50 minuti) accompagnato da una colonna sonora, fatta di brani musicali di generi diversi (musica classica, pop e rock), come se fosse un film.
La sistematicità è, in effetti, un’altra caratteristica del lavoro artistico di Nan Goldin: nella maggior parte dei casi sceglie un tema o un soggetto, dedicandosi a esso per diversi anni. Oltre a The Ballad, è famosa la serie The Cookie Portfolio che comprende una selezione di 15 ritratti realizzati dal 1976 al 1989 alla sua amica Cookie (attrice, poetessa e attivista culturale sulla scena underground di New York). Le fotografie ripercorrono la storia della loro amicizia e di tutti i momenti condivisi: c’è il loro primo incontro in Provincetown nel 1976; c’è il matrimonio di Cookie nel 1986 con Vittorio Scarpati, artista napoletano che viveva a New York; c’è il funerale di Vittorio che morì di AIDS qualche mese prima di Cookie; c’è la sua amica accudita dalla ex amante Sharon che le sta accanto negli ultimi mesi di vita, quando la degenerazione della malattia non le consente più nemmeno di parlare. Ancora una volta, la presentazione di un racconto attraverso gli anni fa sì che The Cookie Portfolio non sia soltanto la descrizione di una storia personale e intima, ma un tributo all’amicizia.
Infine, è importante sottolineare lo sguardo con cui la Goldin riprende i suoi soggetti: la modalità di registrazione è carica di umanità, di empatia e di candida onestà, rivelando anche i dettagli più scioccanti secondo un atteggiamento debitore delle fotografie di Sander, Weegee, Clark e della Arbus. Il suo sguardo è talmente diretto da poter essere paragonato a uno specchio, come suggerisce la sua prima mostra retrospettiva (tenutasi nel 1996) che è stata chiamata I’ll Be Your Mirror, ispirandosi al titolo dell’omonima canzone composta da Lou Reed e la cui prima strofa recita: Sarò il tuo specchio / rifletterò quello che sei / nel caso non lo sapessi / sarò il vento, la pioggia e il tramonto / la luce alla tua porta / per mostrarti che sei a casa. Nan è profondamente animata dal desiderio di registrare e di raccontare tutto ciò che ha a che fare con lei esattamente com’è, nella speranza di salvarlo dall’azione dissolvente del tempo; è un obiettivo talmente importante, a cui si dedica con la fotografia e con la scrittura. Pare, infatti, che conservi dozzine di taccuini (tutti esattamente della stessa misura, forma e colore) su cui è solita appuntarsi pensieri riguardanti persone, luoghi o momenti particolari, come si può vedere nell’immagine Self-portrait writing in my diary (scattata a Boston nel 1989), nella quale la fotografa appare nell’intimità della camera da letto, mentre è intenta a scrivere su un taccuino.
La produzione artistica di Nan Goldin è, quindi, molto più di un "diario pubblico" (come lei stessa l’ha definita), perché nel suo album fotografico non viene tratteggiato soltanto il ritratto di una famiglia nient’affatto comune, ma di un’intera generazione newyorkese che, dagli anni Settanta in avanti, ha fatto emergere tematiche anticipatrici e, spesso, provocatorie, come un diverso concetto di identità sessuale o l’uso di droghe. Perciò, a chi la critica per la scelta dei soggetti, lei risponde con queste parole tratte dal finale del documentario Contacts (1999): «Il mio lavoro è sempre stato equivocato come riguardante un certo milieu di droghe, party selvaggi e bassifondi; ma anche se la mia famiglia è ancora marginale, e non vogliamo far parte della 'società normale', penso che il mio lavoro non abbia mai trattato di questo, ma semplicemente della condizione di essere umani, il dolore, la capacità di sopravvivere, e quanto sia difficile tutto ciò».
Elisa Paltrinieri
©CultFrame 2006
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