Vita


Piergiorgio Branzi è nato il 6 settembre 1928 in una piccola cittadina lungo il corso dell'Arno, Signa, una decina di kilometri da Firenze, terzo di sette figli. Il padre, Renato, impiegato alle ferrovie, è la figura dominante della numerosa famiglia, gestita con autorità dalla madre Lorenza Corsi.
Degli anni dell'infanzia Branzi ricorda le bianche strade assolate della pianura toscana, le ricorrenti tracimazioni invernali del fiume, la domenicale visita paterna di cortesia al "pievano", uomo amabile che la stretta tonaca dai cento bottoni, le spesse lenti da miope al bambino ricordano un "nero coleottero" e che accoglie gli ospiti in un ombroso giardinetto dietro la canonica, con un merlo indiano ed una coppia di pavoni. Ed ancora la "Rinomata Fabbrica di Velocipedi" del nonno materno, tanto orgoglioso della robustezza dei telai da procedere a domenicali dimostrazioni pubbliche lasciandoli cadere dalla terrazza del primo piano.
Branzi apprende il fascino e la malìa delle immagini impresse su pellicola proprio nell'orto della fabbrica del nonno che confina con il Teatro della cittadina, dove il giovanissimo Piergiorgio, all'indomani delle proiezioni cinematografiche, raccoglie gli spezzoni scartati dagli operatori dopo le innumerevoli rotture del logorato supporto di celluloide. Un'altra presenza parentale dalla quale assorbe, inconsciamente, una inquieta attenzione per culture lontane, è quella di uno zio, che in salotto tiene una grande elica di legno biondo, levigata e lucida come un violino, uno dei primi aviatori, compagno di incursioni di Francesco Baracca e che, più tardi, raggiunge l'Africa Orientale senza una rotta precisa, volando semplicemente verso sud.
A metà degli anni trenta la famiglia si trasferisce a Firenze, dove il padre ha aperto una libreria ed una piccola casa editrice di impronta religiosa che registra, nelle sue pubblicazioni, tutta l'inquietudine del cattolicesimo fiorentino e toscano: Don Milani, La Pira, l'ultimo Papini, Padre Turoldo, Dom Franzoni, Padre Balducci, che Piergiorgio ritrova poi al liceo dei padri Scolopi, in contrappunto con il filosofo laico Eugenio Garin.
Nell'immediato dopoguerra Branzi frequenta l'oratorio dei gesuiti, "colti difensori della fede ma pronti anche, laicamente, a mettere tutto in discussione". Apprende, da loro, il primato del dubbio nell'analisi della realtà e del trascendente. Primato del dubbio che lo guiderà, in seguito, nella attività giornalistica.
Il passaggio drammatico del fronte da Firenze è acuito dalla clandestinità del padre, da sempre antifascista e membro del CLN.
Finito il liceo Branzi, senza troppo entusiasmo, si iscrive a giurisprudenza. Alle prime frequentazioni di pratica in tribunale si rende conto che "non sarebbe mai stato avvocato e tanto meno giudice, forse… imputato".
Il sempre maggiore coinvolgimento del padre nell'attività politica costringe i figli ad occuparsi a turno della libreria. Piergiorgio incontra così le prime pubblicazioni illustrate con fotografie, come "Segreto Tibet" del fiorentino Fosco Maraini.

Il giro di boa, per la sua vicenda fotografica, si verifica nel 1953, con la visita ad una mostra di Henri Cartier-Bresson, allestita in palazzo Strozzi da Ragghianti. Esce dall'esposizione ed acquista una macchina fotografica "Condor", che si fabbrica nelle officine Galileo di Firenze.
L'editoria fotografica non esiste ancora ed alla Biblioteca Nazionale, Branzi non trova che qualche volume di stampo pittoricistico. All'USIS, un centro di promozione americano, trova, invece, una rivista letteraria con all'interno un inserto dedicato ai grandi fotografi statunitensi: Ansel Adams, la Bourke-White, Eugene Smith, Walker Evans, Weston… La sorpresa è tale che sottrae il volume che conserva ancora gelosamente.

In quell'anno, 1953, sulla rivista "Ferrania", appare un invito alla partecipazione di una mostra per giovani fotografi. Branzi spedisce tre fotografie e per alcuni mesi non ne sa più niente. Il 2 maggio, passando dinanzi alla Galleria Vigna Nuova, sulla strada che percorre quattro volte al giorno per recarsi in libreria, nota che al posto dei quadri sono esposte fotografie e nel "tumulto della mente e del cuore" ne intravede una sua, una "libecciata" sulla spiaggia di Viareggio.
Incontra così Cavalli, Finazzi, Vender, Balocchi, quasi tutto il gruppo della Bussola e, in più, Paolo Monti, con il quale stabilisce più tardi una particolare assonanza di intenti. Balocchi è fiorentino, e prende l'abitudine di passare quasi tutti i giorni dalla libreria, in bicicletta per parlare della comune passione. Una frequentazione ed un tirocinio particolarmente "positivo".
Nell'iniziale approccio col fare fotografia, Branzi guarda naturalmente la linea d'orizzonte della tradizione figurativa toscana: linearità dell'impianto, costrizione nella gabbia prospettica, asciuttezza. Avverte però che le ricerche formali della "Bussola", la puntigliosa rincorsa ai "toni alti", ai viraggi, ai virtuosismi di camera oscura, non lo soddisfano appieno. I tempi chiamano a documentare i mutamenti in atto in quegli anni nella società e nella cultura, a portare un contributo di testimonianza alla memoria collettiva. Sono gli anni in cui in lettereratura e nel cinema ed anche nella fotografia domina la corrente neorealista: Levi, Scotellaro, Vittorini e nel cinema Visconti, Lattuada, Zavattini. Il primo approccio con il mondo meridionale Branzi ce l'ha già dal 1953 con la luce ocra e sensuale di Roma dove "le donne sembrano aver appena lasciato da un letto disfatto" e con Napoli e la sua esplosiva vitalità, così tanto lontana lontana dal composto perbenismo dei toscani. Due anni dopo, assieme ad un amico che ha una "Moto Guzzi", intraprende un viaggio verso il meridione: Scanno, Puglia, Lucania. Nel 1956 a bordo di una "Fiat 600" si spinge in Andalusia.

Branzi, ormai lontano dalla dimensione dei circoli e dei concorsi fotografici, da cui era partito, tende a sviluppare tematiche sociali e le sue immagini hanno immediata risonanza in Italia e all'estero. Gli annuari statunitensi "US Camera", Photography annual", "Coronet", gli inglesi "Photography Year Book" e "Gallery", la svizzera "Camera", gli italiani "Popular photography", "Ferrania", "Diorama", ospitano da allora e per oltre un decennio, sue foto. Nello stesso anno Branzi parte per Parigi sperando di incontrare Henri Cartier-Bresson, che lo riceve con "signorile disponibilità" nella sede della "Magnum" in rue De Grands Augustins. Henri Cartier-Bresson gli usa una gentilezza che più tardi Branzi apprende essere rara: l'autore di "Image à la sauvette" gli mostra i provini a contatto con non più di due o tre fotogrammi scelti. Branzi ha così la conferma di quanto pragmaticamente già avvertiva e cioè che il "fare fotogafia" ha due fasi di realizzazione ben distinte e che la scelta dell'immagine all'interno di una serie, di una sequenza è più determinante di quella dello scatto, legata ad oggettiva casualità. Lo sorprende invece il giudizio preferenziale che Cartier-Bresson dà ad una sua foto chiaramente surrealista, dove una apparente bottiglia su un muro nero raccoglie al fondo un ragazzo in posizione quasi fetale.

I legami con la Bussola, con il MISA creato da Cavalli per gestire i nuovi talenti fotografici e con i diversi, seppur validi, "pifferari magici", sono recisi ed il passaggio da un atteggiamento foto-amatoriale al professionismo è ad un passo. Tutti o quasi tutti i giovani più motivati vi approdano, da Berengo Gardin a De Biasi, da Sellerio a Roiter, da Cesare Colombo al giovanissimo Scianna. Sono anni in cui si comincia a vivere anche di sola fotografia. I rotocalchi prendono sempre più spazio: "Il Tempo Illustrato", "Oggi, "Gente", "Le Ore", "Rotosei" e dove lo scritto appare in secondo piano rispetto alla fotografia. Una buona immagine, si comincia a dire, vale più di mille parole, anche se poi "finisce che pagano il testo più che le immagini". L'offerta, per un certo verso più qualificata e allettante, per i giovani fotografi italiani, è costituita da il Mondo" di Pannunzio, al quale Branzi collabora regolarmante a partire dal 1956.

Nel 1957 Branzi si sposa con Gloria Catellacci e l'anno dopo nasce Simone. Nel 1959 Branzi organizza una serie di mostre fotografiche nella sede fiorentina del "Giornale del Mattino", tra le quali quelle di Tony Armstrong Jones, primo marito della principessa Margaret d'Inghilterra, di Fosco Maraini, di Giulia Niccolai, di Pietro Donzelli. Branzi vuole sperimentare anche il cinema ed acquista una "Paillard 16mm.". Realizza solo alcuni documentari industriali, e l'esperienza gli è utile per l'assunzione alla RAI, nel 1960, in qualità di "giornalista-reporter", incaricato cioè di realizzare servizi completi di testo e di immagini.
Nel 1962 il direttore del Telegiornale, Enzo Biagi, lo invia a Mosca. Branzi parte con la famiglia cresciuta in quell'anno con la figlia Silvia.
E' il primo corrispondente televisivo occidentale nell'Unione Sovietica.
Nei rapporti tra i due blocchi sono momenti non facili, da un anno hanno cominciato a costruire il muro che divide la Germania e dopo poche settimane scoppia la crisi di Cuba. La situazione interna al mondo sovietico appare contraddittoria e ad ogni passo di apertura all'occidente si alterna un giro di vite nei confronti degli intellettuali che partono per lunghe "settimane bianche" in Siberia.
Branzi rimane a Mosca quattro anni riservando la cronaca politica alla quotidiana attività professionale, mentre alla fotografia affida il compito di registrare un "diario" personale su una realtà ed una esperienza umana particolare. Le immagini di questo diario Branzi le tiene chiuse in un cassetto per più di due decenni, per non accendere travisamenti. Sul piano stilistico questa serie di immagini più libere nello sguardo e nelle composizioni.
Branzi torna da Mosca nel 1966 e "appende la macchina fotografica al chiodo" dedicandosi alla pittura e all'incisione, caratterizzate da una vena surreale e con positivo riscontro critico. L'attività espositiva ed i riconoscimenti fotografici continuano, comunque, senza interruzioni. Riprende in mano la sua Leica nel 1995, su invito di Italo Zannier per partecipare assieme a Barbieri, Basilico, Berengo Gardin, Fontana, Gioli, Scianna, ed altri, all'iniziativa "Itinerari Pasoliniani", in Friuli. Da allora, con continuità, Branzi torna a porre l'attenzione sui comportamenti e sui riti "immutabili" della borghesia, in particolare in quegli angoli di Parigi dove egli trova una umanità invecchiata, solitaria e che sembra già aver incontrato in tempi remoti, per altre strade, sospesa in una indeterminatezza temporale.

Roberto Cavallini e Piergiorgio Branzi

©CultFrame 11/2003


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Piergiorgio Branzi
Autoscatto, 1956










Piergiorgio Branzi
Ritratto andaluso, 1955





Piergiorgio Branzi
Diavoletti





Piergiorgio Branzi
Pasqua a Tricarico, 1955





Piergiorgio Branzi
Piazza Rossa, 1962-66





Piergiorgio Branzi
URSS, 1962-66





Piergiorgio Branzi
Rue pavé
Parigi, 1997





Piergiorgio Branzi
Vetrina a Parigi, 1997

















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