Arte


Nel 1953, Piergiorgio Branzi vide a Firenze, una mostra di Cartier-Bresson, ne rimase sconcertato e comprese che cosa si poteva fare e che cosa si poteva raccontare, anche con una sola immagine.
Usci e si comperò una macchina fotografica.
Cercò subito di documentarsi. Alla biblioteca nazionale c'era solo qualche volume pittoricistico, gira e rigira provò all'USIS, un ufficio americano per la propaganda. Vi trovò una rivista di letteratura americana che si chiamava "Prospetti", con un inserto sui grandi fotografi statunitensi di allora, la Bourke-White, Ansel Adams, Eugene Smith, Weston.... Fu il secondo shock, tanto che sottrasse quella rivista che conserva ancora come souvenir.
Erano i primi anni '50, il neorealismo nel cinema e tutto quel filone di letteratura che va da "Cristo si è fermato ad Eboli" a "l'Uva Puttanella" di Scotellaro, alle "Conversazioni in Sicilia" di Vittorini, su un mondo sconosciuto di un' Italia arcaica, arcana, mitica spinsero Piergiorgio Branzi ad intraprendere dei viaggi in motocicletta verso l'Abruzzo, il Molise, la Lucania, la Calabria, Napoli, ma anche verso le zone depresse del Veneto e poi in Spagna, in Andalusia ed in Grecia. Viaggi intorno all'uomo, le sue tensioni, la sua fatica di vivere, da cui nacquero, icone, maschere di un' umanità lontana, tragica, pagana, misera, ingenua, ritrosa. Quei viaggi non produssero veri reportage, ma una raccolta di fotografie, di grande valenza simbolica, dove lo stupore prevalse sulla empatia.
L'immagine definitiva per Branzi è il prodotto di previsioni, di riflessioni, di aggiustamenti di tono e di tagli in camera oscura: equilibrio formale e secondo le indicazioni di Cartier-Bresson, momento decisivo. Ma quando la realtà non si compone per rivelare di sé quello che il fotografo ha previsto, come un demiurgo Piergiorgio Branzi cura la regia della messa in posa.
Conobbe la stagione della "Bussola" e dopo una breve partecipazione ad essa ed al "Misa", si impegnò, anche a livello teorico per lo svecchiamento delle posizioni dei circoli fotografici. Partecipò, con le sue immagini, letterarie e surreali, all'intensa esperienza editoriale del Mondo di Panunzio, non con il ritratto convulso della società di massa che si andava profilando, ma con le attese, la noia, la solitudine, il formalismo nel vestire e dei comportamenti, l'ambiguità delle espressioni, l'ingenuità e la timidezza, l'incomunicabilità, la sensualità, il narcisismo nelle, botteghe dei barbieri di provincia, gli scorci assolati del Sud e la meraviglia della neve a Firenze. Tutte immagini rigorosamente bilanciate. "Perché noi toscani si vuole raddrizzare tutto anche la natura" ripete spesso Piergiorgio Branzi e nelle fotografie di allora, come in quelle della produzione più recente, dove la fatica di vivere, non è mai la fatica del lavoro, la figura umana è ritratta all'interno di cornici, di gabbie, siano essi stipiti di porte, davanzali di finestre, sedie come piedistalli.
Poi, tra il 1962 ed il 1966, fu corrispondente della RAI nell'allora Unione Sovietica e riservò la fotografia per trattenere qualcosa di quel mondo. Quelle foto rimasero custodite in un cassetto per venti anni perché l'autore volle che rimanessero lontane da speculazioni politiche. Il "Diario Moscovita" fu un reportage spontaneo, più libero nello sguardo e nelle composizioni, dei precedenti grand tour. I quartieri nuovi, il museo della rivoluzione, il monastero dei vecchi credenti, il negozio d'antiquariato su l'Arbat, la lezione di valzer, l'Università Lomonosov, la ginnastica artistica, scene di vita, atti d'amore, d' affetto, di nostalgia verso un popolo osservato con partecipazione sincera.
Recentemente, dopo l'oblio degli anni settanta ed ottanta dedicati all'incisione ed alla pittura, il fantasmatico alito di vento, che ha agitato le tende della stanza di Pier Paolo Pasolini a Casarsa, ha convinto Piergiorgio Branzi a riprendere in mano la sua Leica ed a ripercorrere le strade parigine di St. Germain des Près, lastricate di reminiscenze culturali, di sogni di gioventù e di ricordi personali, perché a Parigi egli fu corrispondente RAI durante il Maggio del '68 e perché, ancor prima, lì andò ad incontrare Henri Cartier-Bresson. Ora Branzi, continua il suo viaggio intorno all'uomo e cerca nella singola fotografia, qualcosa che crei una specie di tensione, di sospensione, di straniamento, un suggerimento d'inquietudine, ma non ci sono più la meraviglia, lo stupore e la curiosità provate nell'incontro con quell'umanità arcaica, arcana, mitica del sud. Ora, fra i tavolini delle brasserie e le vetrine delle gallerie d'arte, in quell'angolo di Parigi egli trova un'umanità, anzi una borghesia, invecchiata, solitaria, che si confonde col suo doppio, riflessa da superfici specchianti e che egli sembra già aver incontrato in tempi remoti, in altri bar, per altre strade, sospesa in una indeterminatezza temporale. Un'umanità che, con ironia e con tragica delicatezza, Piergiorgio Branzi continua ad imprigionare nelle sue geometrie di luce.

Roberto Cavallini

©CultFrame 11/2003


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Intervista a
Piergiorgio Branzi

©Roberto Cavallini

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Piergiorgio Branzi
Adriatico, 1958





Piergiorgio Branzi
Burano, 1957





Piergiorgio Branzi
Parigi, 1997





Piergiorgio Branzi
Comacchio, 1956






 
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