
Arte
Il percorso artistico svolto negli anni da Antonio Migliori è senza dubbio uno dei più originali ed interessanti della cultura fotografica; egli dalla fine degli anni ’40 e inizi ’50 risulta essere una delle figure più significative del nostro panorama.
Gli anni del secondo dopoguerra italiano, sono anni nei quali il fotogiornalismo è essenzialmente interessato al sistema uomo-società nell’ambito di una visione politica di cambiamento; vi riscontriamo una originalità nel raccontare la realtà quotidiana che si contraddistingue e si differenzia, dalle contemporanee espressioni fotografiche di altri paesi, America e Francia in particolare. Fin dai primi anni di produzione l’attività di Migliori è rivolta verso una duplice ricerca: il reportage neorealistico, costruito secondo i canoni e le esigenze del fotogiornalismo, e quella del tutto originale e personale sulla sperimentazione off camera. Le due ricerche non vanno tenute divise, ma lette come un unicum nel quale il fotografo ripropone una visione di ribaltamento verso i condizionamenti dell’epoca.
Nel percorso delle immagini neorealiste (L’Emilia 1950-59, Il Nord 1950-60, Il Sud 1956, Il Delta 1958) scopriamo l’importanza delle cose vere, del documento irripetibile, del quotidiano scorrere della vita nel quale Migliori respinge l’idea stessa di una foto formalista o estetizzante, di una foto da contemplare. Vi inserisce una consapevolezza della realtà, un’esigenza di documentazione, una volontà civile di analisi dei fatti e delle persone che non è mai forma; decide di stare davanti alle situazioni, alle cose, e di documentare non più attraverso una singola immagine ma possibilmente attraverso una sequenza. Ne Le mani parlano (sequenza di quattro immagini di un gruppo di donne che conversano sui gradini di una chiesa), Migliori isola il particolare, e stringe sul gesto, sottolineando e rinforzando la forma linguistica della gestualità.
Nello stesso periodo si dedica alla sperimentazione off camera: la fotografia senza l’utilizzo della fotocamera, quella che da Fox Talbot a Man Ray e da Christian Shad a Moholy-Nagy in poi, prescinde completamente dal soggetto, dalla rappresentazione realistica e da tutto quanto ad essa si collega. Il suo lavoro, come le Ossidazioni, appartengono ad un ambito di novità che non ha paragoni; ciò che lo caratterizza è la costante ricerca della trasgressione, un modo di fare immagine alla ricerca del segno, che è insieme iconografico e grafico. Le immagini sono ottenute lavorando quasi esclusivamente sulla seconda fase del processo di produzione della fotografia: i procedimenti di sviluppo e di stampa. Inoltre lavorando direttamente sul materiale fotosensibile, Migliori introduce il gesto, altro elemento estraneo al codice fotografico. Con le graffiature dei Clichès-verres, le bruciature dei Pirogrammi, l’intensità luminosa dei Lucigrammi, ed ancora Idrogrammi, Stenopeigrammi, Fotogrammi, Cristalli e Cellogrammi cerca di liberare la potenzialità linguistica del materiale fotosensibile dal condizionamento culturale della fotocamera, producendo così uno spazio senza una struttura spaziale esistente.
La chiave con cui vanno lette le immagini di Nino Migliori è quella di lotta per il mantenimento di diverse scritture come possibili linguaggi del parlare fotografico, come la scrittura della memoria che troviamo nei Muri. La memoria del segno che viene catturata nella serie dei Muri trova nella macchia, nell’informe, nelle muffe, nell’umidità, la memoria dell’uomo e della natura. E’ il luogo della presentazione dell’inconscio, l’uomo davanti ai muri si disinibisce, libera la sua gestualità ed è se stesso. E’ la memoria del tempo che viene ripresa attraverso la fotocamera, è l’intervento dell’uomo come passaggio del mondo; l’azione di Migliori non si ferma ad un prelevamento di tipo dadaista o ad una pura composizione formale, il muro è un supporto di scrittura, di comunicazione e di gestualità dove l’uso della fotografia assume la valenza di memoria dell’inconscio.
A partire dai primi anni ‘60 i rapporti tra fotografia e pittura iniziano decisamente a mutare; se fino a quel momento i contatti fra i due mezzi erano stati sporadici e comunque sovente fondati verso prospettive poetiche unitarie, ora i cammini cominciano a intrecciarsi, rivoluzionando profondamente il complesso scenario delle arti visive. Ora, in chiave di sperimentazione tecnica e di utilizzo creativo dei media tecnologici, la fotografia si trova a vivere un nuovo ruolo nell’arte. E’ in questo periodo che Migliori intensifica il suo interesse per l’arte concettuale, arricchendo la sua ricerca di nuove valenze espressive.
Nei Ritratti di questo periodo, viene respinta la tradizione realistica, quella che da Nadar in poi ha costituito nella storia della fotografia il racconto dei personaggi. L’autore punta sulla scrittura, anzi su diverse scritture fotografiche, usa differenti tecniche che portano a risultati e a linguaggi espressivi diversi. Ricorre anche qui alla struttura a racconto, già utilizzata nelle immagini neorealiste con tecniche fotografiche che gli consentono di avvicinarsi il più possibile al tipo di lavoro che l’artista svolge. Una sorta di trascrizione fotografica dell'opera dell'autore; ecco perché l'alto contrasto in Man Ray, riferito ai rayogrammi o come nel ritratto a Andy Warhol, l'utilizzo di fasce colorate che richiamano la serigrafia della PopArt.
La ricerca, afferma Migliori, serve anche a trovare modi e forme espressive nuove. La fotografia è il mezzo del ricordo, di quello privato e collettivo, è memoria, dunque, ma è anche antimemoria in una società che è sommersa dalle immagini dei settimanali e dei quotidiani, ma soprattutto dalle immagini della televisione. Egli riflette sull’azione distruttiva del tempo sull’immagine, recuperando quanto è rifiutato, abbandonato, perché privo ormai di valore d’uso; ne simboleggia e ne evidenzia la corruzione e la decadenza. Antimemoria è il titolo di una sequenza di immagini stampate da pellicole degradate. "E’ un intervento sulla degradazione, parallelo a quello che succede nel nostro ambiente, dove il ricordo, l'icona, si degrada; anche l'immagine fotografica si degrada, ne resta un barlume e poi si disintegra, si frantuma". Ed è ancora il tema del logoramento materiale operato dal tempo che prevale concettualmente sulla serie Herbarium; è la riflessione sul tempo che passa, sulla morte, ma anche sulla nascita di una nuova realtà attraverso l’analisi fotografica di singoli dettagli. E’ la documentazione del processo disgregativo di vegetali, foglie e fiori raccolte per strada e poi utilizzate in diversi tempi come matrici di stampa. Nei manoscritti degli erbari medievali che ci sono pervenuti, l'immagine della pianta descrive la bellezza della natura e la sua utilità e funzionalità e la loro rappresentazione è in chiave didattica. Nell’Herbarium di Migliori viene smitizzata la bellezza dell’immagine in funzione dell’idea: l’idea della pianta e quindi del suo sviluppo, ma anche la sua fine, la fine del mito naturale poiché la natura pura non esiste, la sua trasformazione vive e la sua storia che è decadenza e morte.
Ma altri sono i temi affrontati da Migliori in questo periodo; dalla scoperta del segno puro nella trascrizione ingrandita dell’incisione in Grafica grafica, all’instabilità dei significati dell’icona fotografia in In-immagin-abile, dove la contrapposizione tra foto e particolari che da essa si possono ricavare, crea una contrapposizione tra la fotografia e i significati che essa può assumere; sino all’operazione-comportamento di Controtempo blu. Ed ancora il tema dell’ambiguità dell’immagine fotografica in Sequenze TV e Videographie raccolte dallo schermo televisivo, che ritraggono gli aspetti e le caratterizzazioni dei gesti e del volto di un personaggio durante una trasmissione, o del concetto di infedeltà della fotografia in Segnificazione, dove il procedimento di analisi mostra come la fotografia può non somigliare all’originale, quindi la realtà fotografata diviene automaticamente un’altra e l’immagine fedele iniziale diviene così infedele.
Nino Migliori, quindi, porta avanti non tanto l'esplorazione delle possibilità del suo mezzo, quanto un'indagine sperimentale sui rapporti tra l'occhio tecnologico, il mondo e la pittura. Nell'ultimo ventennio di produzione egli unirà alla sua idea concettuale sull'uso del medium fotografico, una nuova costante e personale sperimentazione che lo porterà ad utilizzare le nuove tecnologie visive. Era ovvio, quindi, che Migliori approdasse anche all'immagine elettronica; ma, ancora una volta, la sua operazione si mantiene entro i limiti della strumentazione fotografica: riprende la realtà già ipercodificata delle trasmissioni televisive, operando dei reportages a distanza e attraverso giustapposizioni, manipolazioni e estrapolazioni ne segnala l’assoluta ambiguità (Freeze-frames). In questi anni ancora di più il mezzo fotografico utilizzato da Migliori abbandona la sua funzione neutrale di trascrittore fedele della realtà, caricandosi di tensioni pittoriche. La fotocamera non rispecchia il reale ma indaga; l'occhio tecnologico diviene l'occhio mentale, che attraverso la manipolazione e la sperimentazione, assume sempre di più valenze pittoriche pur rimanendo ancorata alla base fotografica.
Il rifiuto e la negazione dell'immagine, che attraverso i clichés-verres aveva subito la cancellazione con abrasioni e graffiature sulla pellicola per eliminare o evidenziare particolari, è alla base del procedimento fisico mentale degli interventi di incisione sull'immagine che Nino Migliori pratica nei primi anni ’80, sulle Polaroid. Le Polapressures, mutano il principio della foto a sviluppo immediato, intervenendo su un prodotto che per la sua ideazione è finito e cioè non ulteriormente trasformabile. Ancora il rifiuto di una rappresentazione realistica è alla base delle Trasfigurazioni, dove i valori cromatici dell'immagine vengono totalmente alterati e attraverso l'utilizzo dell'immagine elettronica trasformati. La stessa sottrazione di immagine viene operata sulla stampa fotografica con la tecnica del Bleaching, dove con acidi vengono asportati i diversi strati di colore che ne alterano il cromatismo fino all'azzeramento.
Ed ancora troviamo affiancate alla sperimentazione di nuove tecniche, la ripresa di vecchi lavori come le Ossidazioni. Le antiche tecniche di sperimentazione verranno riproposte da Migliori per il bisogno di oltrepassare la valenza estetica del passato, completandola con un fine concettuale e didattico. L’interesse per la didattica e la comunicazione delle proprie sperimentazioni è sempre stata parte della personalità di Nino Migliori che in passato ha fatto partecipe gli altri delle proprie intuizioni e ricerche. Sono diversi gli interventi a cui Migliori partecipa, da quelli coi bambini delle scuole elementari ai corsi preparatori per gli Insegnanti, dai workshops off-camera agli stages nei musei. L'interesse e la passione che riesce a comunicare, trasformano tali interventi in un vero e proprio laboratorio artistico; egli crea percorsi sperimentali con i quali attraverso il gioco e la manipolazione delle immagini riesce a comunicare il linguaggio della fotografia e la sua alfabetizzazione.
Paola Binante
©CultFrame 2003
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