
Arte
Narratore attento dell’evoluzione dei tempi, Gianni Berengo Gardin è sempre stato attratto dalle semplicità degli ambienti e dai luoghi nei quali le esistenze umane sono solite mescolarsi con le realtà religiose, lavorative e culturali.
Gli anfratti di Genova, i vicoli di Milano e di Torino, le campagne delle Marche e del Lazio, una Sicilia promiscua, la vita contadina e le trasformazioni nella modernità sono stati tutti soggetti privilegiati intorno ai quali è ruotato il suo impegno.
Per più di quarant’anni ha voluto costruire un paesaggio fotografico capace di sottolineare le diversità di vita e di costume, di abitudini e di lavoro, diversità profonde che emergono con forza nella complessiva visione della sua esperienza fotografica.
L’opera di Berengo Gardin è un lungo percorso attraverso i luoghi e i tempi, attraverso gli ambienti umani e culturali che hanno caratterizzato l’Italia dai difficili anni del dopoguerra ad oggi. I suoi primi soggetti sono stati perlopiù operai e contadini in campagne brulicanti di lavoro; fabbriche e industrie, risaie nebbiose e generiche situazioni di povertà e miseria. Successivamente le tematiche di stampo neorealista del fotografo, tematiche con le quali non si può fare a meno di scontrarsi visto il contesto storico nel quale egli è vissuto e le influenze che ha avuto da parte di una cultura che indubbiamente cercava nel realismo i mezzi per un riscatto poetico e morale, cominciarono a muoversi verso una strada più intima, più rivolta ad approfondimenti mirati. Gardin quindi si diresse all’estero concentrandosi sul ritratto, su una visione più surreale del mondo, sul paesaggio e sulle descrizioni ambientali entrando contemporaneamente in contatto anche con realtà molto dure come quelle dei campi zingari e dei manicomi.
Dai temi più oscuri e cupi a quelli più allegri e leggeri, una visione semplice e diretta della vita. Un’esistenza descritta per immagini come se ruotasse intorno alle piccole cose; un percorso fotografico che ha preso il via da approfondimenti fortemente diretti, dai connotati tipici del realismo postbellico, per dischiudersi in una ricerca più meditata e riflessiva. Le sue immagini sono oggi un esempio raro della semplicità morale e rigorosa di un uomo e nessuna sembra forzata o invadente. Ogni fotografia è lo specchio del tempo nel quale è stata scattata, ma non una semplice rappresentazione di quell’epoca, quanto la rappresentazione della cultura in auge in quel periodo. Artisticamente nato nel momento neorealista, influenzato dal realismo americano, partecipe all’evoluzione visiva della cultura fotografica di mezzo secolo, Berengo Gardin si può iscrivere nel registro di quegli autori che hanno elaborato una fotografia capace di essere notizia e ricerca, documento ed arte, strumento di analisi sociale e storica. Fu, in poche parole, uno di quelli che scrissero la storia della fotografia italiana nei difficili anni del dopoguerra.
Negli anni cinquanta la ricostruzione culturale e morale portò l’estetica verso il realismo, un’evoluzione voluta da molti artisti e stimolata dai bisogni materiali di una generazione frustrata da vent’anni di teorie moderniste e chiusure di regime. Le prime influenze internazionali brandirono così la spada del risveglio e grazie ai rappresentanti d’oltreoceano (e non solo) i fotografi italiani edificarono il Neorealismo. Scrisse efficacemente Cesare Pavese ne L’influsso degli eventi, in La letteratura americana, 1946: “Noi scoprimmo l'Italia [...] cercando gli uomini e le parole in America, in Russia, in Francia e nella Spagna”.
E’ bene quindi ripensare a quel periodo della cultura fotografica italiana cercando all’interno delle sue principali caratteristiche le evoluzioni della poetica dello stesso Gardin e di tutti coloro che direttamente o indirettamente entrarono i contatto con il Neorealismo. Per Nino Migliori quella stagione fu costituita da tanti neorealismi afferma, infatti, che: “il realismo di Branzi è costruito sulle ampie conoscenze culturali dell’autore, quello di Enrico Pasquali è un realismo sociale politicizzato indotto dalla collaborazione con l’Unità, quello di Mario de Biasi, legato ad Epoca, è un realismo di qualità della contemplazione su committenza, quello di Fulvio Roiter è un realismo estetizzante, quello di Gianni Berengo Gradin è un realismo lirico, quello di Giacomelli è un realismo poetico dissacratorio…” (Questa di Migliori e le successive testimonianze sono riprese dalle interviste presenti in: AA.VV., Gli anni del Neorealismo. Tendenze della fotografia italiana, Prato, Fiaf, 1998, n.d.r.).
Intorno proprio alla questione del Neorealismo è interessante leggere proprio la posizione in merito dello stesso Berengo Gardin, sempre ricordando che capire l’opera di un autore richiede un approfondimento, seppur minimo, sul periodo nel quale è vissuto e sulle influenze culturali che quel periodo è stato in grado di imprimere nella poetica e nell’estetica: “Forse non avevamo la consapevolezza di aderire al Neorealismo fotografico, etichetta che, beninteso, non ci dispiace affatto, si trattava di un esperienza irrinunciabile, di una risposta espressiva ad uno stato d’animo comune a tutti.”
Ritiene poi che le influenze di «Life» e dei fotografi della Farm Security Administration, alla fine degli anni trenta, abbiano cambiato molte cose e impressionato molti animi. Il manifesto pubblicato proprio su Life nel ’36 esprimeva quei concetti che furono propri del successivo realismo italiano: “Vedere la vita, vedere il mondo, essere testimoni oculari di grandi eventi, osservare i volti dei poveri e i gesti dei superbi. Vedere e gioire nel vedere, vedere ed essere sorpresi, vedere e apprendere”.
Una lezione ancora valida che crea nei discorsi di Berengo Gardin, tuttora, grande suggestione e gli permette di affermare: “Fotografia di reportage – o, se preferite, Neorealismo fotografico – come possibilità di fotografare e interpretare le cose che accadono in modo che esse assumano e poi riescano a comunicare ulteriori significati.”
La fotografia di questo autore è in definitiva una storia di luoghi e di volti, un lavoro costante che ripropone oggi, nella sua varia complessità, avvenimenti e situazioni di un’Italia povera, di un’Italia in continuo movimento ed evoluzione. Nei volti e nelle situazioni si riscoprono atmosfere lontane, luoghi fermi nel tempo, volti di statuaria memoria. Il repertorio di Gianni Berengo Gardin è oggi uno spaccato storico importante dell’Italia contemporanea, sia da un punto socio-economico che ambientale, una narrazione attenta che si è mossa all’interno di un Paese sconvolto da profonde contraddizioni, da insopportabili divisioni e, geograficamente, dai più remoti angoli di un Sud agricolo e magico fino agli interni più nascosti di grandi e industriali città del Nord.
Andrea L. Casiraghi
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