
Vita
Ugo Mulas nasce a Pozzolengo, nel Bresciano, il 28 agosto del 1928; suo padre, contadino, si era trasferito lì dalla Sardegna in cerca di miglior fortuna, sognando di possedere un pezzo di terra tutto suo, ma all’arrivo della guerra vi aveva rinunciato per far studiare i figli. Pur vivendo le ristrettezze del periodo, il giovane Mulas può, dunque, frequentare il Liceo Classico di Desenzano del Garda conseguendo la Maturità.
Nel 1948, desiderando proseguire gli studi, si trasferisce a Milano, dove trova un impiego come istitutore per mantenersi. Sceglie d’iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza, probabilmente per accondiscendere ai desideri della famiglia, ma i suoi interessi sono in realtà tutti rivolti verso la poesia e la letteratura, tanto che nel corso dei tre anni successivi egli matura una crisi che lo porta a contemplare con orrore un probabile mediocre futuro da impiegato di banca, una volta laureato. Contemporaneamente comincia ad appassionarsi alla pittura e decide di frequentare i corsi serali della "Libera Scuola del Nudo", all’Accademia di Belle Arti di Brera, rinunciando infine alla laurea.
E’ il 1953, l’ambiente artistico milanese, nel quale si ritrova d’un tratto immerso, è particolarmente vivo, diviso tra Realismo e Astrattismo, aperto alle nuove tendenze internazionali e alle suggestioni della Concettualità. L’incontro fatale con la fotografia avviene in un bar di via Brera; più tardi Mulas lo racconterà così: "Ero uno studente, bivaccavo quasi sempre in quella specie di caffè che era allora il Jamaica, una latteria dove si riunivano dei pittori. Qualcuno m’ha prestato una vecchia macchina e mi ha detto: - Un centesimo e undici al sole, un venticinquesimo cinque-sei all’ombra - E io, con un’enorme diffidenza, ho preso in mano questa macchina".
E’ un incontro quasi fortuito, probabilmente legato ad aspirazioni giornalistiche, dato che in quel periodo Mulas ha trovato impiego in un’agenzia fotografica nel palazzo dei giornali di Piazza Cavour; scrive didascalie e brevi pezzi, si occupa occasionalmente di ricerche iconografiche, ma anche questa vita non ha da offrirgli prospettive allettanti, perciò si ritrova presto disoccupato, nuovamente alla ricerca d’altro. S’imbatte allora per caso in Mario Dondero, giornalista fotoreporter, col quale crea subito il sodalizio che lo porterà nel ’54, per la prima volta, alla Biennale di Venezia. Sarà quello il suo esordio come fotografo professionista; prima di allora si era arrabattato, lavorando persino con macchine fotografiche prese in prestito, finché alcuni amici non gliene regaleranno una. Affascinato dal cinema neorealista, i suoi soggetti preferiti, a quel tempo sono i personaggi che animano il suburbio milanese, miseri lavoratori spesso avvolti in atmosfere brumose o fioche luci notturne.
La Biennale di Venezia del 1954 segna per Mulas un passaggio decisivo: egli, infatti, si confronta per la prima volta con una tematica che gli sarà sempre particolarmente cara, quella della fotografia d’arte. Sarà poi per questo chiamato "il fotografo degli artisti", ma in realtà non si limiterà mai a ritrarli accanto alle loro opere, o a documentarne pedissequamente il lavoro, vorrà invece principalmente render conto dei meccanismi dell’invenzione, e del senso di tali opere.
Nello stesso tempo ci lascerà una testimonianza molto concreta del clima di quella e delle Biennali successive fino al 1972, che saranno per Mulas un appuntamento fisso; di esse fotograferà ogni aspetto saliente, dall’allestimento delle sale da parte di operai e sarte a tutto il contorno di vita mondana e di riunioni di artisti, critici e galleristi presso i caffè cittadini. Scorci dell’ambiente artistico dell’epoca, ma non solo: veri e propri specchi di un periodo storico di rapidi cambiamenti, che culmineranno in una forte tensione sociale e nei disordini della manifestazione del ‘68, puntualmente colti dalla sua fotocamera.
A partire dal ’55, egli comincia a lavorare come fotoreporter per vari settimanali, facendosi notare, fra gli altri dal critico Pietrino Bianchi, grazie al quale collaborerà con "L’Illustrazione Italiana". Per questa e per giornali come "Settimo Giorno", "Novità" (Vogue), "Domus", "La Rivista Pirelli", "Du", nel ’60 realizza vari reportage in giro per l’Europa insieme a Giorgio Zampa, documentando anche un’inedita quotidianità russa, al di là della "cortina di ferro".
Il suo lavoro s’intensifica durante anni Sessanta. Mulas s’interessa anche di teatro e lavora con Giorgio Strehler al Piccolo di Milano, sperimentando la brechtiana poetica dello straniamento: di quest’esperienza ci resta un’interessante serie di foto di scena per "Vita di Galileo". Successivamente collaborerà pure con Puecher agli allestimenti scenografici, costituiti da immagini proiettate, per le opere "The turn of the screw" di Benjanim Britten, e "Wozzek" di Alban Berg, andate rispettivamente in scena alla Piccola Scala di Milano e al Teatro Comunale di Bologna. Per la scenografia della seconda, nel ’69, egli fotograferà una desolata periferia milanese fatta di torri per l’energia elettrica, depositi di rifiuti, lavori in corso per la circonvallazione, ex canali d’irrigazioni trasformati in fogne a cielo aperto.
La riuscita di queste incursioni nel mondo del teatro, tuttavia, non lo distoglie dalla sua indagine sul "fare" artistico, che rimane sempre al centro dei suoi interessi e della sua produzione. I suoi legami col mondo dell’arte diverranno anzi sempre più forti e fruttuosi.
Nel ’62 a Spoleto si organizza una grande manifestazione, che coinvolge i maggiori scultori internazionali nella realizzazione di lavori creati apposta per una mostra, il cui percorso si snoda per le vie e le piazze cittadine. Mulas documenterà con la consueta acutezza l’inserimento di tali opere nel tessuto urbano, ma prima ancora non si lascerà sfuggire l’occasione di seguire la nascita di alcune fra queste sculture.
La sua macchina fotografica diventa in quest’occasione uno strumento di analisi critica: attraverso i propri scatti, instaura un confronto fra il modus operandi di David Smith e quello di Pietro Consagra; e sottolinea come le location stesse, scelte dai due per "creare", nel caso del primo le officine in disuso dell’Italsider di Voltri, in quello del secondo una moderna fabbrica, si trasformano in una chiave di lettura dei rispettivi atteggiamenti artistici.
Sempre a Spoleto Ugo Mulas incontra Alexander Calder e ne diventa grande amico; lo ritrarrà poi sia nella sua casa americana di Roxbury, sia nel suo atelier a Sachè in Turenna.
Al 1962 risale anche una sorta di tributo all’antico amore per la Poesia: l’illustrazione dell’opera di Eugenio Montale, in particolare di "Ossi di Seppia", con fotografie caratterizzate dalla scelta d’insoliti punti di vista e da un intenso lirismo.
Quasi fosse presagio del breve tempo che la vita gli avrebbe concesso, per tutto il decennio lavora freneticamente. Realizza la celebre sequenza, peraltro costruita, sulla creazione dell’opera "Attesa" di Lucio Fontana; ritrae i più noti artisti italiani, fra i quali Burri, Consagra e Melotti, ma anche Ungaretti, Pasolini, Visconti.
Avendo incontrato alla Biennale del ’64, il critico Alan Salomon e il gallerista Leo Castelli, decide di risalire col loro aiuto alla fonte delle maggiori tendenze dell’Arte Contemporanea, penetrando nei "santuari" dell’arte newyorkese. Nel corso di tre successivi viaggi negli States, fra il 1964 e il 1967, raccoglierà una documentazione davvero illuminante dell’opera di personaggi del calibro di Jasper Johns, Frank Stella, Segal, Lichtenstein e Warhol; di quest’ultimo scriverà Mulas: "è sicuramente riuscito a mettere in crisi le mie idee sulla fotografia, quello che pensavo del cinema, e in fondo i miei rapporti con la pittura".
Negli anni, Mulas pubblica diversi libri, fra i quali, nel ’67, "New York: arte e persone", con un testo di Alan Salomon. Quel libro uscirà anche all’estero, come accadrà più tardi pure al suo volume su Calder; scatti dello stesso portfolio verranno esposti quello stesso anno in una personale presso la nota Galleria Il Diaframma di Milano.
Nel 1970 scopre di essere ammalato di tumore. Nell’arco di tempo che lo separa dalla morte si dedicherà intensamente a far ordine nella propria opera, scrivendo importanti pagine di commento al lavoro già svolto, ed impegnandosi in quella riflessione critica sul significato e sulle modalità del medium fotografico, che prenderà sostanza e forma nelle cosiddette "Verifiche". Saranno queste una sorta di testamento spirituale, oltre che un fondamentale lascito a quanti si sarebbero interrogati dopo di lui sulla fotografia. Muore a Milano il 2 marzo del 1973.
Rosa Maria Puglisi
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