The woman who ran. Un film di Hong Sangsoo. 70° Berlinale. Orso d’Argento per la miglior regia

Di anno in anno, Hong Sangsoo sorprende per la capacità di mantenersi prolifico e pieno di grazia. Anche in questa nuova opera, The woman who ran, che alla Berlinale 70 ha conquistato l’Orso d’oro alla regia, ritroviamo la sua capacità di creare spazi di intimità in cui accomodarci e assistere allo scorrere della vita in tutta la sua malinconica levità. In una delle scene iniziali, la protagonista Gamhee, interpretata dall’ormai immancabile complice del regista Kim Minhee, si reca da una vecchia amica che, contenta e sorpresa, esclama: “Hai tagliato i capelli!”. Ed è la stessa reazione che può avere chi, avendo seguito il regista negli ultimi anni, ritrovi l’attrice dopo Right Now, Wrong Then (2015), On the beach at night alone (2017), The Day After (2017), Grass (2018) Gangbyeon Hotel (2018). Vedere un nuovo film di Hong Sangsoo è come ricongiungersi con degli amici, come ritrovare i luoghi dell’infanzia con la sensazione di non averli mai abbandonati anche se sono passati anni dall’ultima visita. Sentimento dolce ed enigmatico su cui è incentrato quest’ultimo film. The woman who ran riflette infatti sulla necessità di tornare da dove si è venuti anche se il ritorno si rivela sempre in qualche modo impossibile, perché tutto scorre, eppure resta importante se non si vuole fuggire da se stessi.

Hong Sangsoo

Mentre il marito è in viaggio per lavoro, Gamhee si ritrova sola per la prima volta dopo molti anni e decide di andare a salutare alcune amiche che non vede da tempo. Ognuno dei tre incontri che strutturano il film come fossero capitoli si muove tra famigliarità e sorpresa, tra resa dei conti e ripartenza. Ogni volta accade qualcosa che costringe i personaggi a uno scarto rispetto alla normalità o rispetto al passato: una si concede di bere alcool, l’altra può finalmente cucinare e mangiare carne, una confessa di aver messo da parte una fortuna, l’altra di sentirsi in colpa per un vecchio tradimento e di non essere più sicura di amare l’uomo per cui ha tradito l’amica. Sangsoo filma le conversazioni nell’essenzialità di spazi per lo più casalinghi che si aprono all’esterno.

Le conversazioni scorrono anodine nel riannodarsi di un rapporto o nel riconoscere distanze nuove. Non si comprende con chiarezza da cosa siano dettate le visite di Gamhee, dato che i rapporti con le persone che incontra paiono abbastanza sereni ma serpeggia un’inquietudine, una sensazione di mistero che forse è il cinema stesso a produrre e ad alimentare in virtù dell’illusione, con cui Sangosoo si diverte a giocare, che in un film debba accadere qualcosa, verificarsi una rottura, aver luogo una rivelazione. E così, a quel che sanno i personaggi ma che allo spettatore rimane misterioso (Qual è la relazione tra le due amiche che vivono insieme? Che rapporto c’era tra Gamhee e Suyoung?) si intrecciano gli interrogativi di Gamhee che intuiamo sorgere nei silenzi tra un botta e risposta o nell’assurdità di alcune situazioni.

Perché Youngsoon e Youngji hanno un sistema di videosorveglianza che trasmette a una televisione a circuito chiuso tutto quel che accade all’esterno del caseggiato? Perché una delle stanze di casa è chiusa a chiave? È davvero pericoloso il giovane persecutore di Suyoung? Sono brevi fughe in avanti del pensiero a cui corrispondono visivamente rapidi movimenti ottici nel vuoto tra due corpi, su di un volto, su un gatto randagio. La macchina da presa sosta in attesa che accada qualcosa, che un frammento di realtà penetri imprevisto nello spazio lasciato aperto dal minimalismo della messa in scena.

A volte il percorso per ritrovare se stessi passa dall’incontro con gli altri e così, di amica in amica, di appartamento in appartamento, Gamhee finisce al cinema a vedere un film ma forse non si trova lì per il puro piacere di assistere alla proiezione né per passare il tempo. A gestire la sala è una vecchia amica e forse Gamhee si trova lì per fare i conti con un passato da cui un tempo è fuggita. Il cinema, a differenza delle immagini voyeuristiche e ripiegate su se stesse di una tv a circuito chiuso, è uno spazio d’osservazione disponibile alla vita che ci apre gli occhi sul mondo e ci offre la possibilità di intrattenere un rapporto più profondo con noi stessi e con le cose.

CultFrame 03/2020

TRAMA
Approfittando dell’assenza del marito in viaggio d’affari, una ragazza va a trovare alcune amiche e un’altra, forse, la incontra per caso. Di visita in visita, di conversazione in conversazione, i rapporti si riannodano e si aggiornano, certe distanze nuove vengono a crearsi e alcune ferite si rimarginano.

CREDITI
Titolo originale: The woman who ran / Regia: Hong Sangsoo / Sceneggiatura: Hong Sangsoo / Interpreti: Kim Minhee, Seo Younghwa, Song Seonmi, Kim Saebyuk, Lee Eunmi, Kwon Haehyo, Shin Seokho, Ha Seongguk / Montaggio: Hong Sangsoo / Musica: Hong Sangsoo / Fotografia: Kim Sumin / Produzione: Jeonwonsa Film Co. / Corea, 2020 / Durata: 77 minuti

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