Clint Eastwood, Richard Jewell e la coerenza di un autore “classico”

Frame tratto da "Richard Jewell" di Clint Eastwood
Frame tratto da “Richard Jewell” di Clint Eastwood

Esiste un modo per valutare in modo non appropriato Richard Jewell, l’ultima fatica regista di Clint Eastwood? La risposta è, ovviamente, sì. Definirlo un film di fondamentale importanza, o all’opposto trattare quest’opera con scarsa considerazione evidenziandone solo i difetti significa non riuscire a mettere a fuoco lo spessore e la personalità di un autore che (essendo ormai un classico) deve necessariamente rimanere estraneo ai “conflitti” tra cinefili, che culturalmente non portano da nessuna parte.

E allora non rimane altro da fare se non contestualizzare Richard Jewell all’interno di un percorso registico che possiede delle caratteristiche ben precise.

Affermare, in ogni caso, che Richard Jewell presenti delle problematiche di carattere narrativo è comunque più che corretto. La sceneggiatura di Billy Ray è decisamente approssimativa e in alcuni tratti troppo sbrigativa. Ma tale aspetto, a mio parere inoppugnabile, non può essere usato come una clava per distruggere l’opera. È necessario anche in questo caso, analizzare l’intera storia registica del cinema di Eastwood per comprendere come, paradossalmente, proprio questa “mancanza” sia una sorta di marchio di fabbrica.

A Eastwood, infatti, non non sono mai interessate le precisione e la fluidità del racconto; questi elementi non hanno mai rappresentato i cardini dei suoi film. Il regista/attore americano ha sempre percorso, in modo chiaro, altre strade che intendono porre le tematiche affrontate in posizione dominante sulle strutture. A Eastwood non è mai piaciuto “costruire” quanto piuttosto “evidenziare”; non ha mai voluto fare il “compito” in modo freddamente professionale quanto piuttosto smontare i miti americani a costo di edificare opere incomplete e deficitarie a livello narrativo. E anche la cosiddetta creazione degli eroi/antieroi, tipica del suo cinema, ha sempre risposto a criteri apparentemente semplicistici ma in verità molto complessi. In sostanza, Eastwood ha costantemente inseguito il desiderio di analizzare con freddezza, in modo diretto, e a volte con crudeltà, il sistema americano andando dritto alle questioni centrali (per lui) e senza badare a orpelli scolastici. Il tutto non per distruggere il sistema americano ma per cercare di sottolinearne le problematiche.

Frame tratto dal film "Richard Jewell" di Clint Eastwood
Frame tratto dal film “Richard Jewell” di Clint Eastwood

Al centro dei sui lavori, inoltre, è stato sempre l’individuo, la persona, con i suoi sogni, i suoi valori, le sue ingenuità ideologiche, i suoi sentimenti più intimi, in sostanza gli esseri umani posti davanti al problema del senso del vita e, ancor di più, del senso dell’esistenza in relazione all’organizzazione sociale e culturale in cui nascono e vivono.

Richard Jewell è ancora una volta un film che può essere collocato dentro questa architettura intellettuale e registica. È un lavoro scarno e ruvido, così come scarni e ruvidi sono stari quasi tutti gli ultimi lungometraggi di Eastwood. La regia non è eccezionale? Forse, ma anche in questo caso sarebbe necessario fare lo stesso discorso scaturito da un’analisi sulla sceneggiatura. E poi gli impianti registici de Il corriere – The Mule, di Ore 15.17 – attacco al treno,  Sully erano forse così sconvolgenti?

Richard Jewell  è l’esempio perfetto dell’opera cinematografica che rispecchia la linea espressiva globale di un autore che, a mio avviso, fin dall’epoca di Gunny (1986) non ha mai smesso (e non lo dico in senso negativo) di fare sempre lo stesso film, aspetto quest’ultimo che ha riguardato la storia di altri grandi autori dell’arte cinematografica da Bergman fino a Fellini (su cui quasi nessuno dice niente).

Certo, se dovessi indicare un lungometraggio della filmografia di Eastwood che mi abbia particolarmente colpito non direi mai Richard Jewell e indicherei invece quattro titoli che il regista ha realizzato tra il 2003 e il 2006 (questi sì, che li chiamerei capolavori): Mystic River, Million Dollar Baby, Flags of our Fathers e Lettere da Iwo Jima. E forse aggiungerei Un mondo perfetto (1993) e American Sniper (2014).

In conclusione, penso che l’ultimo film di Eastwood abbia un suo preciso valore, tenendo in considerazione il periodo ormai crepuscolare della storia artistica e poetica del regista, il suo puntiglioso rigore espressivo, la sua coerenza (estrema) di autore e il fatto che a livello critico un lungometraggio di un cineasta della portata di Eastwood non lo si possa “giudicare” isolandolo dal contesto di una carriera che, a mio avviso, è comunque una delle più significative e limpide del panorama cinematografico americano e internazionale degli ultimi cinquanta anni.

© CultFrame 01/2020

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