37° Torino Film Festival. I premi e un bilancio

Frame tratto dal film Hvítur, hvítur dagur (A white, white day) di Hlynur Pálmason
Frame tratto dal film Hvítur, hvítur dagur (A white, white day) di Hlynur Pálmason

Il TFF 2019 si è chiuso con l’assegnazione dei premi per le principali sezioni competitive. Miglior lungometraggio è stato decretato Hvítur, hvítur dagur / A white, white day di Hlynur Pálmason (Islanda/Danimarca/Svezia), già passato alla Semaine de la critique di Cannes e per una serie di laboratori festivalieri: un film accurato nella scrittura e ancora più nella forma al punto da risultare esibizionista sin dall’ouverture, con al centro una bella relazione nonno/nipotina che nella seconda parte indulge però in modo un po’ meno rigoroso in uno sviluppo da giallo scandinavo e nei rigurgiti machisti del protagonista. Secondo classificato, per così dire, con il Premio Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e il Premio Fipresci è risultato Le rêve de Noura di Hinde Boujemaa (Tunisia/Francia/Qatar), un melodramma tunisino con virata noir su una donna che mentre il marito è in carcere vive una storia d’amore. Quando, per via di un’amnistia, l’uomo torna a casa, la vita di Noura si complica perché l’adulterio potrebbe costarle problemi penali.

Doppio premio per la Miglior attrice alla coppia di protagoniste di Dylda / Beanpole di Kantemir Balagov (Russia), Viktoria Miroshnichenko e Vasilisa Perelygina, e per il Miglior attore a Giuseppe Battiston e Stefano Fresi nella parte di due fratelli ne Il grande passo di Antonio Padovan. Il premio per la Miglior sceneggiatura è andato a Wet season di Anthony Chen che ambienta in una piovosa Singapore la storia di un’insegnante cinese afflitta da un desiderio frustrato di maternità e dall’infedeltà del marito. Quando non è a scuola, la donna passa le giornate a prendersi cura del suocero malato e a dare ripetizioni a un giovane allievo con cui stringe un rapporto sempre più intimo. Un film che con sguardo sensibile si confronta con sentimenti e situazioni comuni per raccontare che i legami imprevisti possono essere più forti di quelli stabiliti dalle tradizionali strutture di parentela.

Premio del pubblico allo statunitense Ms. White light di Paul Shoulberg che, con una messa in scena vicina ai canoni estetici di certa serialità tv o web, segue le gesta e le difficoltà di una donna che di mestiere assiste malati terminali con difficoltà ad accettare il proprio destino. Il tradizionale Premio Cipputi per la migliore opera sul tema del lavoro è stato assegnato al taiwanese Ohong village dell’esordiente Lungyin Lim che filma in pellicola 16mm a colori la storia di un figlio che dopo aver lavorato nella capitale per sette anni torna nel paesino dei genitori senza aver ottenuto il successo che sperava e che tutti credono abbia avuto. L’idea del ritorno si amplia in chiave spirituale per farsi parabola sulla ciclicità dell’esperienza vita-morte-reincarnazione sullo sfondo di un’economia (l’allevamento di ostriche) messa in crisi dai cambiamenti climatici.

Frame tratto dal film Rue du Desert di Hassen Ferhani
Frame tratto dal film Rue du Desert di Hassen Ferhani

A proposito di lavoro, dopo l’anteprima a Locarno, il miglior documentario internazionale è risultato 143 Rue du Desert di Hassen Ferhani (Algeria/Francia/Qatar), già autore del bel Fi Rassi rond-point e qui alle prese con un film-ritratto dedicato all’anziana Malika, gestora di un piccolo ristoro nel deserto del Sahara minacciato tanto dalla modernità quanto dall’integralismo risorgente. Il Premio Speciale della giuria documentari è invece andato a Khmasin dei francesi Grégoire Couvert e Grégoire Orio, che registrano nel formato anni Ottanta/Novanta dell’Hi8 le confessioni di un gruppo di artisti libanesi nati nel periodo della guerra civile e impegnati in progetti musicali tesi a nutrire una scena artistica laica e internazionale in quel paese.

Il lavoro è anche al centro del documentario vincitore della competizione italiana, Fuori tutto di Gianluca Matarrese, film di famiglia sugli stessi genitori del regista alle prese con la crisi della cooperativa Togo, nota per il commercio di calzature in tutto il Nord Italia, e nell’ultimo decennio sempre più indebitata. Con toni da commedia all’italiana, Matarrese coglie bene uno spaccato socio-economico e le peculiarità antropologiche di una generazione di emigrati dal Sud che ‘ce l’hanno fatta’ e che sentono però incombere il fallimento sulla fine della loro parabola lavorativa. Premio Speciale della giuria per Italiana.doc a L’apprendistato di Davide Maldi, che viceversa fotografa la ricerca di un posto nel mondo tramite l’apprendimento di un mestiere filmando le giovani leve di un istituto professionale alberghiero, dove c’è chi rimane refrattario a una disciplina improntata all’etica del lavoro e del servizio, sentendosi destinato allo scacco ancor prima d’avere concluso la propria formazione. Questi due film, dalla costruzione narrativa non meramente contemplativa, si avvalgono tra l’altro della collaborazione musicale di artisti noti della scena elettronica quali Fabrizio Modonese Palumbo e Julia Kent (per Matarrese), Freddie Murphy e Chiara Lee (per Maldi).

A parte i premi, la retrospettiva horror un po’ stanca e le anteprime di rito, si è potuto ritrovare tra le varie sezioni qualche residuo rivolo di quella cinefilia o cinefollia (cit. Frank Beauvais) che caratterizza la storia dell’ex Cinema Giovani. In Festa mobile, per esempio, si possono citare due opere che, con linguaggi e forme diverse, interrogano il cinema stesso riflettendo sulla sua storia, sulle sue specificità e sulle nuove possibilità che ha di esprimere il presente, rendendo omaggio al cinema degli anni Settanta: The projectionist di Abel Ferrara e The last porno show del canadese Kire Paputts.

Frame tratto dal film The projectionist di Abel Ferrara
Frame tratto dal film The projectionist di Abel Ferrara

Il primo è un ritratto di Nicolas Nicolaou, cipriota emigrato da bambino a New York dove si è costruito una carriera iniziando come maschera, divenendo poi direttore di sala, general manager di alcuni esercizi riservati o al porno o allo sperimentale e oggi proprietario di tre tra gli ultimi cinema indipendenti della Grande Mela (il Village di Manhattan, l’Alpine di Bay Ridge e il Cinemart di Forest Hills). Attraverso il dialogo con questo personaggio e i viaggi insieme a Cipro o per una New York filtrata attraverso quell’immaginario un po’ blaxploitation e un po’ Taxi driver in cui Ferrara si è formato come autore, il film rende omaggio al cinema come rito, come esperienza di immersione nel buio, di ricerca di un cono d’ombra esistenziale sempre più profondo e misterioso. Quello stesso viaggio nell’oscurità delle sale hard che si trova a compiere il protagonista del film di Paputts, attore scarrierato a cui il padre lascia in eredità un cinema a luci rosse che lui non vede l’ora di vendere. Gli acquirenti non mancano anche se, chiaramente, sono speculatori pronti a gentrificare la zona. L’uomo si rende presto conto che quello stesso cinema che per lui rappresentava il luogo di frattura tra sé e il genitore, per i derelitti del quartiere è invece un punto di riferimento non solo ricreativo ma anche sociale. La prospettiva sul padre cambia definitivamente quando all’uomo viene assegnato un ruolo piuttosto laido in un film e per prepararlo decide di intraprendere un percorso di reminiscenza e immedesimazione nella figura paterna.

Qualcosa di simile avviene anche nella relazione triangolare tra la regista Chiara Malta e la sua alter-ego Jasmine Trinca nei confronti dell’attrice Elina Löwensohn che recita se stessa in Simple Women, film omaggio all’interprete femminile di Simple Men (1992) di Hal Hartley, di nascita rumena ma dalla carriera internazionale. Dai produttori Vivo Film, e con qualche eco del cinema di Corso Salani nonché citazioni morettiane e bergmaniane, si tratta di un film su quanto il cinema e, più ampiamente, le immagini, si imprimano in alcuni e alcune di noi per sempre dando forma alla nostra vita e alle scelte che facciamo.

Allo stesso modo, in Ne croyez surtout pas que je hurle del francese Frank Beauvais, presentato nella sezione Onde, le immagini cinematografiche sono il rifugio in cui il regista cerca riparo in un momento di sofferenza e allo stesso tempo la prigione a cui si confina per incapacità di affrontare il mondo. Mentre la sua voce off snocciola la forsennata narrazione autobiografica di un anno di vita da recluso in una casa di campagna a seguito di una separazione (e, ancora una volta, della morte del padre), sullo schermo scorrono in assonanza continua con la parola sequenze tratte dai 400 film di ogni tipo visti in quello stesso periodo durante il quale: “il cinema non era più una finestra ma uno specchio”. Come accade a Pedro Costa messo di fronte e letteralmente re-immerso nel suo cinema in Sacavém di Júlio Alves, altro documentario metacinematografico dedicato al maestro portoghese di cui il TFF ha proposto anche l’ultimo Vitalina Varela.

Gli interrogativi sul cinema posti da opere come queste sono fondamentali per delineare la traiettoria che il cinema e i festival che lo celebrano possono intraprendere in un contesto in cui il ruolo socioculturale di questo linguaggio è molto mutato rispetto al 1982, anno di nascita dell’attuale TFF. “Oggi il cinema, si sa, è un fenomeno che riguarda soprattutto i giovani e l’industria culturale non è perfettamente cosciente”, si leggeva nella presentazione della prima edizione firmata Rondolino/Giannarelli, e forse oggi la situazione è più complessa che allora. È dunque del cinema che si dovrebbe dibattere prima che non di nomine o di formule per attrarre sempre maggiori flussi turistici tramite “eventi” festivalieri.

Nell’anno in cui, dopo lunghe tribolazioni, il Museo del cinema di Torino ha trovato un direttore in Domenico De Gaetano e di recente, dimessosi Sergio Toffetti, la presidenza è andata all’ex governatore della Regione Piemonte Enzo Ghigo, il Torino Film Festival attende ancora di conoscere il nome prescelto per dirigerlo nel prossimo futuro: sarà rinnovato il mandato di Emanuela Martini che dopo essere stata “vice” di Nanni Moretti, Gianni Amelio e Paolo Virzì, dirige la kermesse dal 2014? Oppure si opterà per un nome nuovo? E se così fosse, sarà scelto all’interno dell’attuale staff o si tratterà di volgere lo sguardo oltre la città e magari oltr’Alpe? Comunque sia, chiunque rivestirà la carica dal 2020 dovrà a fare i conti con una manifestazione che a 37 anni dalla sua nascita deve reinventarsi senza snaturarsi.

© CultFrame 12/2’19

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