The Irishman di Martin Scorsese dalla Festa del Cinema di Roma alle sale

Martin ScorseseDimenticatevi il ritmo pirotecnico e parossistico del capolavoro Casinò (1995), non pensate in alcun modo alla brillantezza narrativa e registica del notevole Quei bravi ragazzi (1990), non prendete come riferimento la forza espressiva di Toro scatenato (1980). The Irishman è decisamente altro, è il punto di arrivo di una filmografia che in passato è stata caratterizzata da opere di eccezionale spessore ma che negli ultimi anni si stava decisamente involvendo.

Certo Scorsese non è tornato sui suoi passi in modo banale, non ha cercato di andare sul sicuro semplicemente narrando ancora una volta una storia di gangsters, mafiosi italoamericani, omicidi e morti violente. Con The Irishman ha, a nostro parere, tentato di chiudere il cerchio, di concludere una parabola (forse) in modo definitivo (ma magari con il suo prossimo lavoro ci smentirà). Ci è riuscito? É stato in grado di “scrivere” l’ultimo capitolo di una modalità narrativa e visuale sui cui ha costruito la sua fortuna di regista? Ha saputo cambiare registro in modo equilibrato per questo suo ultimo lungometraggio?

A queste domande è difficile fornire risposte assolute e siamo certi del fatto che questo lavoro lascerà alcuni scontenti mentre altri, invece, li renderà entusiasti. La verità, come sempre, sta nel mezzo ed è necessario cercare di identificarla grazie a un giudizio critico bilanciato, non da fan incrollabile o da feroce detrattore.

Il primo aspetto su cui vogliamo puntare l’attenzione riguarda il tono generale. The Irishman è un lavoro tragicamente malinconico, è una prova altamente professionale (non poteva essere altrimenti) attraversata da potenti venature di cupezza e caratterizzata da un’atmosfera di penosa, straziante, decadenza.

Il mondo raccontato da Scorsese non esiste più, non perché la mafia sia scomparsa  (o sia stata sconfitta) ma semplicemente perché si è radicalmente trasformata, ha cambiato approccio e sistemi per fare soldi. Scorsese getta forse l’ultimo sguardo su un universo che ha conosciuto bene (per averlo analizzato) e che ha saputo delineare con prove superbe; e lo fa grazie a uno stile che solo a tratti ricorda il metodo espressivo su cui ha costruito la sua fama di autore.

Le sequenze complesse ci sono, i movimenti di macchina elaborati anche, ma non sono il cuore pulsante del film che invece trova il centro di gravità permanente nei tre colossi del cinema americano che lo interpretano: Robert De Niro, Joe Pesci e Al Pacino (è presente in un piccolo ruolo anche Harvey Keitel). Questa operazione creativa, infatti, si regge sulla recitazione e sui volti di questi tre grandi attori, tra i pochi che riescono a sostenere un primo piano in modo esemplare nel cinema contemporaneo.

Martin ScorseseSu tutti, a nostro avviso, spicca un fenomenale Joe Pesci, il quale impersona il boss di Cosa Nostra Russell Bufalino puntando su una prestazione volutamente dai toni molto bassi, ricca di sottilissime sfumature, praticamente rarefatta. Robert De Niro, nei panni del killer di mafia Frank Sheeran, è come sempre una sicurezza. Riesce a comunicare le sue sensazioni interiori magari solo con un lieve movimento della testa, un sorriso contratto o una piccola smorfia. Il problema è che gli effetti speciali digitali con i quali si è cercato di ringiovanirlo nella prima parte della vicenda l’hanno inizialmente trasformato in una specie di caricatura, così il personaggio finisce per crescere in maniera esponenziale solo in una seconda fase. Al Pacino ricopre, invece, il ruolo del sindacalista Jimmy Hoffa, soggetto in grado di gestire un grande potere (anche economico) grazie anche alla protezione della mafia. Pacino ce la mette tutta, spinge molto sull’espressività e delinea un Hoffa, spocchioso, coraggioso e fumantino. In alcuni passaggi si avverte, però, un carico eccessivo di recitazione e una teatralità che va a cozzare fortemente con la raffinatezza di Joe Pesci e Robert De Niro.

Dopo 210 minuti di vicenda The Irishman si conclude con un ulteriore affondo in un buco nero di vuoto, insensatezza e indeterminatezza. Non c’è solo tristezza, vi è anche la raggiunta consapevolezza dell’assurdità di tutto, dell’inutilità di certi comportamenti e di talune azioni.

Lungo tutta la sua durata, lo spettatore non ha fatto altro che attendere una conclusione del genere (fin troppo prevedibile) navigando per tre ore e mezza in un mare visuale e narrativo non così incisivo, forse un po’ esangue.

Proprio quest’ultimo aspetto rappresenta il fattore più significativo del film, soprattutto perché potenzialmente divisivo. Si tratta di un lavoro che, grazie a un ritmo misurato, comprova la conclusiva maturazione umana e artistica di un grandissimo cineasta e che lo colloca ancora una volta nell’olimpo dei maggiori registi contemporanei? Oppure della tappa (quasi) finale di una carriera che si potrebbe chiudere decisamente sottotono?

Ognuno, in cuor suo, potrà dare la sua risposta.

© CultFrame 10/2019 – 11/2019

TRAMA
Frank Sheeran è un irlandese che entra in contatto con la mafia italoamericana. Viene preso a ben volere dal boss Russell Bufalino, il quale lo trasforma in uno spietato killer, dandogli anche incarichi molto delicati. A un certo punto, lo destinerà alla “protezione” di Jimmy Hoffa, potentissimo sindacalista che faceva affari proprio con Cosa Nostra. Il tutto fino a una conclusione drammatica e inaspettata.


CREDITI

Titolo: The Irishman / Regia: Martin Scorsese / Sceneggiatura: Steven Zaillian / Fotografia: Rodrigo Prieto / Scenografia: Bob Shaw / Montaggio: Thelma Schoonmaker / Interpreti: Robert De Niro, Joe Pesci, Al Pacino, Harvey Keitel / Produzione: Fabrica de Cine, STX Entertainment, Sikela Productions, Tribeca Productions / Distributore: Netflix / Durata: 210 min. / Paese: USA / Anno: 2019

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