Synonymes. Un film di Nadav Lapid. 37° Torino Film Festival. Onde

Nadav LapidOrso d’Oro 2019 e premio FIPRESCI della critica internazionale alla 69a Berlinale, Synonymes è il terzo lungometraggio di un regista israeliano quarantenne e già vincitore di vari riconoscimenti a partire dal Premio Speciale della Giuria di Locarno attribuito al suo esordio Ha-shoter/Policeman (2011), a cui sono seguiti Haganenet/The Kindergarten Teacher (2014) e alcuni documentari e corti. Tra questi, per il riproporsi dei nomi dei personaggi maschili e di una relazione triangolare che ritorna anche nel suo nuovo film, andrebbe rivisto oggi il mediometraggio Ha-Chavera Shell Emile/Emile’s Girlfriend (2006) che fu presentato a Cannes.

Synonymes, coprodotto dalla Komplizen Film di Maren Ade e interpretato da un intenso Tom Mercier, qui esordiente ma che già nel prossimo anno rivedremo nella serie We Are Who We Are diretta da Luca Guadagnino, è quindi l’ultimo capitolo di una prima parte di carriera che pare fortunata e al contempo il racconto tanto autentico quanto allegorico della crisi esistenziale che l’ha preceduta, e nutrita. Infatti, come il protagonista Yoav (il nome più ricorrente nella filmografia del regista), anche Nadav Lapid fuggì a Parigi dopo il servizio militare svolto nel proprio paese e gli ci volle del tempo per tornare nella sua patria malamata, dove inizierà a pubblicare racconti e, poi, a fare cinema.

Il suo alter-ego protagonista di Synonymes approda in Francia per ricercare in ogni modo lo spaesamento di sé, la messa in questione della propria identità complessa e dolente di cittadino israeliano, fuggendo dalla propria famiglia e da una società militarizzata e sempre più nazionalista in cui non gli sembra possibile costruire un futuro che scardini le dicotomie e i conflitti quotidiani. Yoav si spoglia del suo passato, all’inizio del film, e si dà così anima e corpo alla cultura e alla lingua francesi, ai suoi vicini-salvatori che lo accolgono e sostengono anche economicamente e a cui dovrà ripetere a sua volta: “sono venuto per salvarvi”.

Come scriveva Francesco Biamonti già alla fine dello scorso millennio: “Ogni tanto qualcuno prende la Francia tra le braccia, la mostra al mondo facendo credere che è viva, invece è morta” (Le parole la notte). Ai giorni nostri anche Parigi, da un lato, è infettata dal nazionalismo ipocrita delle destre populiste e, dall’altro, vive sotto la minaccia del terrorismo; l’unico impiego che viene offerto al protagonista israeliano è peraltro quello di agente di sicurezza, assunto da altri espatriati con convinzione ben maggiore e con inquietudine speculare, benché contraria, alla sua. Basta poi riconsiderare il testo sanguinoso della Marsigliese, materia obbligatoria nei corsi d’integrazione per ottenere la cittadinanza francese che Yoav frequenta, e la doppiezza della borghesia parigina per rintracciare altri germi nel corpo di uno tra i paesi più idealizzati del mondo; per riconoscergli una relazione forse più sinonimica che non antinomica con alcune delle culture da cui i francesi stessi tendono a prendere fieramente le distanze.

Pertanto, la messa in scena ellittica e a tratti surreale ma attentamente costruita nel suo essere destrutturata, l’ottima performance attoriale di Mercier (che ha perennemente indosso – quand’è vestito – un cappotto giallo che rinvia, in forma più modaiola, a quello di Brando in Ultimo tango a Parigi) e la mobilità nervosa della camera che segue Yoav nelle sue peregrinazioni peripatetiche per la ville lumière sono in definitiva gli aspetti più interessanti di un’opera che, se avesse voluto portare fino in fondo la sua morale pessimista, la luce non l’avrebbe mai vista. La sua vitalità, artefatta quanto la volontà del protagonista di rinascere francese, testimonia invece in qual misura l’esperienza diretta dello scontro con l’alterità sia necessaria e bruciante. E non si può dunque pensare che Synonymes voglia parlarci soprattutto di Israele e nemmeno solo della Francia. Come il nonno di Yoav, originario della Lituania, ripudiò la sua terra e la sua lingua dopo la Shoah trasferendosi a Tel Aviv, e suo nipote si intestardisce a compiere un movimento analogo verso Parigi, nuovi transfughi oltrepassano e attraversano ogni giorno confini geografici e sociali, contaminandosi e trovando nel proprio io diviso quella forza trasformativa che sola muove il mondo.

© CultFrame 11/2019

TRAMA
Il giovane israeliano Yoav, terminato il servizio militare obbligatorio nel suo paese, prende un volo per Parigi e decide che non farà mai più ritorno a casa. La Francia e la lingua francese potranno donargli davvero una nuova vita?.

CREDITI
Titolo originale: Synonymes / Regia: Nadav Lapid / Sceneggiatura: Haïm Lapid, Nadav Lapid / Interpreti: Tom Mercier, Quentin Dolmaire, Louise Chevillotte, Chris Zastera, Djamel Lazaar, Gaël Raes, John Sehil, Jonathan Boudina / Fotografia: Shai Goldman / Montaggio: Era Lapid, François Gedigier, Neta Braun / Produzione: Arte France Cinéma, Komplizen Film, Pie Films, SBS Films / Francia, Germania, Israele, 2019 / Durata: 123 minuti.

SUL WEB
Filmografia di Nadav Lapid
Torino Film Fest – Il sito
http://www.cultframe.com/2019/11/37-torino-film-festival-2019-programma/