C’era una volta a… Hollywood. Un film di Quentin Tarantino

Quentin TarantinoDove avevamo lasciato Tarantino?

In un western, The Hateful Eight (il suo ottavo film del 2015), in compagnia di sette uomini e una donna, intrappolati dentro un emporio sperduto tra le nevi del Wyoming, qualche anno dopo la Guerra di Secessione. Lo ritroviamo, ancora una volta, in un western ma con le montagne dipinte sui fondali e le facciate praticabili dei saloon, su un set hollywoodiano nel 1969. Allora definimmo “tirannica” la pellicola sugli odiosi otto riferendoci al significato del numero che indicava il volto oscuro del sovrano, inteso, nello specifico, come il regista-manipolatore che ci sottomette alla sua visione, attirando il nostro sguardo verso ciò che lui vuole che si veda.

Se volessimo continuare trovando un legame con la numerologia, C’era una volta a… Hollywood, nona opera del regista del Tennessee, dovrebbe ispirarsi al “liberatore” che concentra in sé l’inizio e la fine, nonché la duplicità della rinascita e la disillusione della caduta. Sarà forse un caso ma il dualismo morte-vita è fondante in questo film e, senza voler forzosamente trovare arcane corrispondenze, è proprio su questa dicotomia che Tarantino costruisce l’impianto narrativo della storia, raccontando il tramonto di un’era.

Nella terra dei desideri per eccellenza, la sfolgorante Hollywood della Golden Age, la Storia scorre (in)seguendo una chimera, nutrendosi delle fantasie luccicanti delle star, creatrici di illusioni e seduzioni, che ammaliano gli spettatori del cinema e della tv. Una lunga stagione dorata fatta della stessa materia dei sogni la cui malìa sta per svanire in modo, addirittura, fatale.

È il 1969 e tutto sta per cambiare.

Quentin TarantinoLa fantasmagoria della settima arte e delle stelle del piccolo schermo non basta più per abbagliare gli occhi del mondo e offuscare una realtà che si impone con forza, provocando l’onda d’urto di una protesta che strapperà il velo effimero e illusorio anche di un certo immaginario ormai posticcio e obsoleto se confrontato con la concretezza, spesso brutale, di un reale in progressiva metamorfosi: il Vietnam, la rivoluzione giovanile, le voci della controcultura, la filosofia hippy di derivazione Beat, la strage di Bel Air e la follia sanguinaria di Charles Manson…

L’ottimismo a stelle e strisce, che albergava in un’America candy colored da manifesto pubblicitario, sta lasciando il posto ai toni più vividi e pragmatici di una radicale trasformazione sociale che anche la cultura non può più ignorare tanto che l’amaro disincanto della New Hollywood, già in sella alle moto di Easy Rider, avrebbe lasciato indietro, tra la polvere, gli antichi e gloriosi anni degli Studios. Tarantino, fedele al suo stile visuale e ancor di più alla sua passione viscerale per il cinema, si (ci) immerge totalmente nella Los Angeles di quell’anno e, nell’arco di una manciata di mesi – da febbraio ad agosto – racchiude il formidabile mood di un’epoca che sta, inesorabilmente, per concludersi.

Il dualismo al quale accennavamo prima è anche il tessuto della storia stessa che si esprime attraverso un costante riferimento al doppio. Cliff Booth (Brad Pitt) è la controfigura di Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), popolare protagonista della serie televisiva western Bounty Law che, dalla fine degli anni Cinquanta ad ora, vede appannarsi sempre più sia la sua stella, sia l’agognata occasione di passare al grande schermo.

Intrappolato nel personaggio di Jake Cahill, l’attore sembra non riuscire a liberarsi di questo ingombrante alter ego – che lo relega al trito ruolo del villain in ogni show che gli viene proposto –  e si sforza di infondere al suo personaggio maggior carattere e uno spessore, financo shakespeariano, con il solo risultato di commuovere la sua comprimaria di otto anni. Roso dal dubbio, come una sorta di Amleto con pistola e speroni, Rick non sa decidersi se lasciare Los Angeles per Roma e tentare così la strada di un genere di successo come gli spaghetti-western che lui, tuttavia, disprezza.

Quentin TarantinoDal lato opposto e speculare, Cliff Booth si fa bastare quel che ha: un lavoro da stuntman rischioso e malpagato, l’amicizia di un attore depresso al quale fa, non solo da controfigura, ma da prezioso tuttofare: autista, riparatore di antenne, house sitter e, all’occorrenza, spalla su cui (letteralmente) piangere. Passa con disinvoltura dal set alla roulotte sgangherata in cui vive, attraversando mezza città, per arrivare al Van Nuys Drive-In (uno dei più longevi di LA, demolito negli anni Novanta) alle spalle del quale è parcheggiata la sua casa. Ancora una volta la doppia immagine, del reale e dell’immaginario, finisce per sovrapporsi dietro l’ombra del grande schermo in cui le scene del film riverberano nel desolato avamposto della dimora di Cliff.

La villa di Cielo Drive dove abita Dalton, invece, confina con un’altra in cui pare si proietti ogni giorno una reale pellicola di successo, ovvero la vita rutilante di una celebre coppia: il regista Roman Polanski (Rafal Zawierucha) e la giovane e bellissima attrice Sharon Tate (Margot Robbie). Il cancello che separa le due costruzioni è per Rick un baluardo apparentemente insormontabile e dei suoi vicini, in quell’inverno losangelino, non vede che fugaci ombre saettare su una decapottabile d’epoca senza riuscire a fermarli nemmeno con lo sguardo.

La storia personale di Dalton e quella del regista di Rosemary’s Baby e di sua moglie scorrono, quindi, su un doppio binario per mesi, fino alla ferale notte dell’8 agosto del ’69.

Tarantino ricostruisce quel fatidico anno con filologica accuratezza, mettendo in scena un ricco compendio della cultura pop: dai film (La grande fuga, Tre femmine in soffitta, Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli che ammicca al ruolo giovanile e di successo di un giovanissimo Di Caprio nella versione di Baz Luhrmann del ’96…), ai telefilm (Bonanza, Lancer, ,F.B.I., Mannix…) fino ai luoghi emblematici della Città degli Angeli come la Playboy Mansion, la sala a luci rosse New Beverly Cinema (che il regista ha acquistato nel 2007), il ristorante Musso e Frank (rimasto, ad oggi, praticamente identico) o il dismesso Spahn Movie Ranch in cui  si installarono Charles Manson e i suoi seguaci. Ciò non è altro che un breve accenno alla miriade di riferimenti, omaggi e rimandi di cui è pieno il film che può diventare, per il cinefilo più incallito, una sorta di caccia al tesoro delle citazioni.

Quentin Tarantino

C’era una volta a… Hollywood non è, tuttavia, una mera operazione nostalgica e tantomeno una maniacale mise-en-scène di un collezionista di ricordi ma si fa celebrazione di un universo fiabesco e cinematografico (come non pensare a Sergio Leone?) al quale lo stesso titolo, evidentemente, rimanda. In quella leggendaria “fabbrica dei sogni”, infatti, il Tempo e la Storia seguono un ritmo diverso, distante dalla realtà tangibile e misurato sul ciclo di un eterno ritorno, in cui la morte conclude la vita in dissolvenza promettendo altri racconti, altri eroi, altre dive. Ancora e ancora…

In questa sequenza circolare dell’immaginazione, allora, per Tarantino tutto diventa possibile e, non a caso, il 1969 assurge, più che metaforicamente, a chiave di volta posta al culmine di un arco temporale che segna la fine di un’epoca e, al tempo stesso, tiene ben salda la memoria di un passato per comprendere – o forse soltanto accettare – le conseguenze di quel che verrà dopo.

Il regista americano, innegabilmente, si prende il suo tempo e, in 161 minuti, indugia, ammicca, si attarda, divertendosi e divertendo senza rinunciare a momenti di autentica commozione come la sequenza in cui Margot Robbie, in una matinée in cui proiettano un suo film, (The Wrecking Crew il cui improbabile titolo italiano è Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm) si mescola tra il pubblico ri-guardando se stessa sullo schermo (in cui vediamo recitare la vera Sharon Tate).

Quello di Tarantino non è soltanto un – certosino e accurato – lavoro registico e narrativo ma un vero, palese godimento che sa di poter condividere con chi ama autenticamente il cinema (e non soltanto il suo) e quella endemica potenza che esso possiede: far (ri)vivere il mito. Attraverso il tempo della fiaba, infatti, si può raccontare la Storia e, come già in Bastardi senza gloria, prendersi la libertà di trascenderla o riscriverne il finale. A tal proposito – e senza spoiler – vi avvisiamo anticipatamente: non lasciate la sala dopo i titoli di coda.

© CultFrame 09/2019

TRAMA
Los Angeles, 1969. Sharon Tate e Roman Polanski affittano una villa a Cielo Drive vicino a quella di Rick Dalton, star in declino della serie televisiva western Bounty Law. Dalton è pressoché inseparabile dal suo “doppio” Cliff Booth, stuntman che vive alla giornata e supporta (e sopporta) i malumori dell’amico attore. Dalton, seppur controvoglia, tenta la carta oltreoceano degli spaghetti-western e quanto ritorna in California, accompagnato dalla sua controfigura e dalla nuova moglie italiana, ci sarà ad attenderlo una notte che il mondo non dimenticherà mai più.


CREDITI
Titolo: C’era una volta a… Hollywood / Titolo originale: Once Upon a Time in… Hollywood / Regia: Quentin Tarantino / Sceneggiatura: Quentin Tarantino / Interpreti: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley, Dakota Fanning, Bruce Dern, Al Pacino, Kurt Russell / Montaggio: Fred Raskin / Fotografia: Robert Richardson / Scenografia: Barbara Ling / Costumi: Arianne Phillips / Produzione: Heyday Films / Distribuzione: Warner Bros Entertainment Italia / Paese: Usa, 2019 / Durata: 161 minuti

SUL WEB
Sito ufficiale del film Once Upon a Time in… Hollywood di Quentin Tarantino
Filmografia di Quentin Tarantino
Warner Bros Entertainment Italia