72° Locarno Festival. Premi e commento

Frame tratto da Vitalina Varela di Pedro Costa, Pardo d'Oro alla 72a edizione del Locarno Film Festival
Frame tratto dal film “Vitalina Varela” di Pedro Costa, Pardo d’Oro

Pur sembrandoci da tempo poco fecondo il distinguere tra opere ad alta o bassa finzionalità (distinzione i cui confini appaiono labili anche in certi titoli dei due Concorsi principali, teoricamente riservati l’uno alle prime e l’altro alle seconde), si può comunque individuare nel complesso dei film mostrati al 72° Festival di Locarno la ricorrenza di un cinema che nasce da un’ambizione costante di dialogare con la realtà, declinandola poi in modi e forme il più possibile originali. Se infatti dovessimo stilare un dizionario della contemporaneità, una sorta di “etimologia sociale”, direbbe Michel Tournier, un lessico del presente in grado di restituire, attraverso alcune parole-chiave, i fenomeni salienti della contingenza storica che attraversiamo, le voci più importanti sarebbero senz’altro razzismo e sessismo, precarietà e lavoro, emarginazione sociale e autodeterminazione… temi che sono il cuore pulsante di molta dell’arte cinematografica proposta quest’anno a Locarno.

Lo testimonia anche il verdetto finale del Concorso internazionale, chiusosi con l’attribuzione del Pardo d’Oro a Vitalina Varela di Pedro Costa e del Pardo per la migliore attrice alla sua interprete omonima. Conosciuta durante i sopralluoghi di Cavalo Dinheiro (2014), in cui la donna già compariva, l’autentica storia di Vitalina ha ispirato al cineasta portoghese una nuova esplorazione degli slums abitati dagli immigrati capoverdiani in Portogallo: ancor più che per il personaggio di Ventura nel film precedente, qui al fianco di Vitalina nella parte di un prete disperato, Costa costruisce intorno alla protagonista un universo notturno (in cui gli ‘interno-giorno’ sono sovente più bui degli ‘esterno-notte’) realizzato con una sensibilità pittorica che le dona una statura epica, acuita dall’intensità con cui lei rimette in scena la propria stessa vicenda tragica… caso non troppo frequente nel cinema indipendente contemporaneo di una ricerca estetica al servizio di uno sguardo etico (che non etnicizza ma si eticizza nel far divenire personaggi le persone più emarginate delle nostre comunità occidentali).

Frame tratto dal film "A febre" di Maya Da-Rin
Frame tratto dal film “A febre” di Maya Da-Rin. Miglior interpretazione a Regis Myrupu

Un altro non professionista, Regis Myrupu, ha vinto il Pardo per la sua interpretazione in A febre di Maya Da-Rin (aggiudicatosi anche il Premio FIPRESCI della critica internazionale). L’uomo è un indio Desana che vive però da tempo in città, dov’era operaio e poi guardia ai container depositati al porto di Manaus: mentre la carriera di medico della figlia obbliga quest’ultima a partire per Brasilia, il protagonista si sente chiamato ad abbandonare il “mondo dei bianchi” e, forse, a ritornare nella foresta da cui il suo popolo proviene. Una simile ambientazione portuale si ritrova anche in un altro titolo del Concorso, Douze mille scritto e diretto da Nadège Trebal, che lo interpreta con l’istrionesco Arieh Worthalter nella parte di un uomo abituato a faticare ogni giorno pur senza avere un impiego vero e proprio, abile a inserirsi negli interstizi tra un posto di lavoro e un altro e che arriva a sostituirsi a una guardia notturna in un porto mercantile francese. Riuscirà, pagando, ad avere un posto fisso presso una ditta che gli garantisce i contributi: nel film c’è molto altro, ma in questa sintesi sommaria della parabola del protagonista e delle sue invenzioni per sbarcare il lunario e vivere appieno il suo amore coniugale c’è tanta verità del mondo del lavoro attuale.

Per concludere il Palmares, il lungometraggio vincitore del Premio speciale della giuria è risultato Pa-go del coreano Park Jung-bum, poliziesco sui generis che soffre un po’ di un intreccio alquanto schematico anti-maschilista, mentre il Pardo per la migliore regia a Damien Manivel per Les Enfants d’Isadora sembra una concessione al partito del formalismo: benché prenda spunto anch’esso da un fatto reale, la morte dei figli di Isadora Duncan, e dalla coreografia che la danzatrice creò dopo l’incidente, si tratta di un film molto meno sottile, nel suo minimalismo, dei precedenti firmati dal talentuoso regista francese. La maternità è poi il centro di uno dei film cui la giuria guidata da Catherine Breillat ha attribuito una menzione speciale, l’italo-argentino Maternal di Maura Delpero, vincitore anche del Premio ecumenico, che mette a confronto diversi gruppi di donne: le ragazze madri e le suore che le ospitano; a creare un legame forse nuovo tra le due comunità è l’arrivo di una giovane suora italiana. La seconda menzione è andata all’indonesiano Hiruk-pikuk si al-kisah (The Science of Fictions) di Yosep Anggi Noen, che racconta con visionarietà i fantasmi che tormentano il passato del suo paese immaginando che, cinquant’anni fa, lo sbarco sulla luna sia stato messo in scena proprio in Indonesia, segnando indelebilmente la vita del protagonista Siman che della macchinazione è stato per caso testimone.

Menzione speciale a Hiruk-pikuk si al-kisah (The Science of Fictions) di Yosep Anggi Noen alla 72a edizione del Locarno Film Festival
Frame tratto dal film “Hiruk-pikuk si al-kisah” (The Science of Fictions) di Yosep Anggi Noen , Menzione speciale

Tra i film non premiati, si segnalano almeno due titoli che hanno provato a raccontare in modi diversi da Vitalina Varela come oggi le grandi città siano terreno di uno scontro di classe che costringe le classi popolari sempre più verso i margini e l’invisibilità. Quando un neologismo come “gentrification” entra in circolazione nel discorso pubblico il rischio è che costituisca una scorciatoia, che non si sia più in grado di esprimere quello stesso concetto altrimenti, di articolarlo con “parole proprie” e che dunque il suo valore si usuri per diventare una specie di parola d’ordine. Il cinema può contribuire a ovviare a questo rischio di irrigidimento dando respiro creativo e corpo narrativo ai concetti, come fanno The last black man in San Francisco di Joe Talbot, inno all’amore e all’odio che un afroamericano espulso dal centro può provare per la città californiana, dalla cui baia inquinata escono miasmi e pesci a tre occhi (una delle citazioni de I Simpsons presenti nel film) e Cat in the wall delle bulgare Mina Mileva e Vesela Kazakova. La protagonista di quest’ibrido ben riuscito tra finzione e documentario è la giovane bulgara Irina, architetta freelance e dunque precaria che inanella tanti progetti quanti fallimenti. Irina è madre single e vive con il figlioletto e il fratello, universitario scarrierato e antennista per necessità, in un grande immobile popolare di un sobborgo londinese dove un piano di riqualificazione minaccia l’abbattimento del palazzo ma impone intanto il pagamento di spese esorbitanti a carico dei proprietari di appartamenti. La donna cerca di reagire alla situazione mobilitando gli altri inquilini dello stabile ma si rende conto che i proprietari come lei sono pochissimi e i più sono affittuari che vivono di sussidi, con alcuni dei quali entra in conflitto a causa di un gatto che si infila nel buco di un muro della sua cucina. L’ottima sceneggiatura attribuisce a questo pretesto narrativo un valore metaforico della condizione intrappolata di Irina, paralizzata in un contesto stagnante e rancoroso, carico di tensioni pronte a deflagrare. Nello scontro, che non riesce a svilupparsi tra ricchi e poveri ma solo tra poveri, il razzismo gioca la sua parte opponendo immigrati bianchi iper-istruiti, britannici di colore semi analfabeti e white trash.

Anche nella competizione di Cineasti del presente è stato premiato con una menzione speciale un documentario dedicato alla Londra della Brexit: Here for life di Andrea Luka Zimmerman e Adrian Jackson unisce le forze di una documentarista sensibile al problema abitativo in una delle città più costose del mondo – suo era Estate, a Reverie (2015) sugli ultimi giorni di vita di un palazzo in via di demolizione – e di un animatore che da tempo pratica il teatro dell’oppresso con persone senza fissa dimora. Il film è una rapsodia della vita e della perdita in cui dieci attori non professionisti raccontano la propria storia in un intreccio tra il davanti e il dietro le quinte dello spettacolo da loro tenuto presso i Nomadic Community Gardens di Shoreditch.

Frame tratto dal film "143 rue du désert" di Hassen Ferhani, Pardo
Frame tratto dal film “143 rue du désert” di Hassen Ferhani, Pardo d’oro Cineasti del presente

Il Pardo d’oro Cineasti del presente è andato invece a un film senegalese: Baamum Nafi (Nafi’s Father) di Mamadou Dia ha conquistato anche il Premio per la migliore opera prima con il racconto di un amore contrastato dal conflitto religioso tra islam radicale e moderato. Il Miglior regista emergente di questo concorso è risultato l’algerino Hassen Ferhani, già autore del bel documentario Fi Rassi rond-point: questa volta, in 143 rue du désert, si concentra sul personaggio di Malika, anziana che gestisce un piccolo caffè nel cuore del Sahara, suo regno e suo esilio, con finestra su un deserto che si rivela tutt’altro che desolato come si potrebbe pensare. Più solo ancora appare il personaggio di Luca protagonista dell’unico film italiano di questa sezione, L’apprendistato di Davide Maldi, studente al primo anno di un istituto alberghiero dove si impara a servire con il sorriso, fermi e composti, mentre lui sogna la vita all’aria aperta in cui è cresciuto.

Presente ovunque, dai concorsi alla retrospettiva dedicata al Black cinema, la riflessione sulla rappresentazione e sullo sguardo razzializzanti caratterizza anche l’opera che si è aggiudicata il primo premio nella sezione Moving Ahead riservata a elaborazioni audiovisive sperimentali: The Giverny Document (single channel) di Ja’Tovia M. Gary è in realtà un’installazione di videoarte, come dimostra la parentesi nel titolo, in cui le immagini dell’autrice, donna nera, nei giardini di Monet si alternano a momenti in cui la stessa intervista afroamericane di tutte le età sulla Malcom X avenue di New York chiedendo loro se si sentono al sicuro nel proprio corpo e nel mondo. Rivedremo molti di questi titoli in altri festival internazionali….

© CultFrame 08/2019

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