72° Locarno Film Festival (7-17 agosto 2019)

Locarno Film FestivalDopo il trasferimento di Carlo Chatrian a Berlino, in qualità di condirettore della Berlinale a partire dall’edizione 2020, per il Festival di Locarno firmato dalla neo-direttrice artistica Lili Hinstin il 2019 si propone come un anno di transizione con poche novità strutturali e alcune conferme: innanzi tutto, la ricerca di talenti giovani da coltivare e poter così lanciare a livello internazionale associati al marchio locarnese, l’attenzione per tutto quanto fa tendenza, persino il queer (a partire dal Pardo d’onore assegnato a John Waters, omaggiato anche da sette corti in realtà virtuale riuniti in base al ‘tema’ Gender Bender, richiamandosi al festival bolognese con questo titolo), la partecipazione nelle varie sezioni di numerose registe.

Non mutano quindi articolazione il Concorso Internazionale (con nomi noti e attesi dai cinefili, quali Pedro Costa, João Nicolau, Damien Manivel, l’italiana residente in Argentina Maura Delpero, e il documentario di Maya al-Khouri del collettivo Abounaddara sul conflitto siriano), il Concorso Cineasti del presente (per l’Italia, Davide Maldi con L’apprendistato, ma anche la seconda regia di Jeanne Balibar e quattro opere prime), la competizione riservata ai cortometraggi (Pardi di domani) con fuori concorso degni di nota da Nimic di Yorgos Lanthimos, con Matt Dillon, a De una isla di José Luis Guerin, al San Vittore di Yuri Ancarani di cui i visitatori del Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli (To) hanno già potuto vedere alcune immagini nell’ambito dell’esposizione Yuri Ancarani. Le radici della violenza, visitabile sino al 10 novembre.

Da quest’anno, c’è però un nuovo nome per la sezione dedicata alle opere più sperimentali, ribattezzata Moving Ahead in onore a Jonas Mekas e al suo As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses of Beauty (2000), in cui verranno mostrati, tra gli altri, gli ultimi lavori di Jean-Claude Rousseau, Ben Russell, Éric Baudelaire, Ben Rivers in coppia con Anocha Suwichakornpong. Non mancheranno poi le star, da Hilary Swank (alla quale viene conferito il Leopard Club Award) all’attore coreano Song Kang-ho (Excellence Award), presente anche nella Palma d’Oro di Cannes 2019, Parasite di Bong Joon-ho, che dovrebbe sbarcare in Ticino con il sodale regista per accompagnare la proiezione di un loro film precedente Memories of Murder (2003). Altri riconoscimenti al cineasta svizzero Fredi M. Murer (Pardo alla Carriera), alla Komplizen Film di Maren Ade, Jonas Dornbach e Janine Jackowski (Premio Raimondo Rezzonico per il Miglior produttore indipendente), a Claire Atherton (Vision Award), montatrice storica di Chantal Akerman ma non solo, e a enrico ghezzi (Premio Utopia), in occasione dei trent’anni di Fuori Orario, celebrati con la presentazione di una proiezione ancora misteriosa dal titolo La macchina dello spazio. Omaggi a Béla Tarr, per il venticinquesimo anniversario di Sȧtȧntangȯ (1994), e al recentemente scomparso Bruno Ganz con la riproposizione di L’eternità e un giorno (1998) di Angelopoulos alla presenza di Petros Markaris.

Riprendendo fatalmente alcune linee e slogan già circolanti nella prima metà della stagione festivaliera, che per l’Italia va da Bergamo a Pesaro, il Festival di Locarno continua a proporsi con scaltrezza su di una vetrina internazionale in cui il cinema d’autore ha ancora un suo ‘mercato’ e dove può pagare una certa labelizzazione dell’eccentricità e della differenza (di genere, di formati, di ambizioni e di circuiti artistici). Collocandosi in mezzo a Cannes e Venezia, la manifestazione svizzera non riesce comunque sempre a spuntarla sui più blasonati vicini: è infatti soprattutto a causa del Leone d’Oro alla carriera che verrà consegnato quest’anno a Julie Andrews durante la Mostra di Venezia, che è stata rinviata al 2019 la prevista retrospettiva Blake Edwards. Ci sarà invece un programma dedicato alla “blackness”, curato da Greg de Cuir Jr. e intitolato Black Light in cui è annunciata peraltro la presenza del videoartista afroamericano Arthur Jafa, fresco Leone d’oro alla Biennale d’arte veneziana, oltre a quella di Euzhan Palcy con la copia restaurata del suo primo film, Rue Cases-Nègres (1983). Quanto alle proiezioni, questa retrospettiva annovera ben quarantacinque pellicole realizzate tra il 1920 e il 2000 da autori quali Sembene Ousmane, Jean Rouch, Charles Burnett, Shirley Clarke, Melvin Van Peebles; ma si vedranno anche Appunti per un’Orestiade africana (1970) di Pasolini, Babylon (1980) di Franco Rosso, film di Spike Lee, di Jarmush, fino al Jackie Brown (1997) di Quentin Tarantino con l’icona Pam Grier.

Tra le anteprime rivolte agli 8000 spettatori di Piazza Grande, si possono segnalare Once Upon a Time… in Hollywood di Tarantino stesso e Diego Maradona di Asif Kapadia, provenienti dall’ultimo festival di Cannes, oltre che Magari, esordio alla regia di Ginevra Elkann con Alba Rohrwacher e Riccardo Scamarcio, Notre dame di Valérie Donzelli, e al film di chiusura, To the Ends of the Earth del maestro giapponese Kiyoshi Kurosawa.

© CultFrame 07/2019

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