Asolo Art Film Festival 2019 – una panoramica sui film vincitori

Frame tratto da "Five Seasons: The Gardens of Piet Oudolf (lungometraggio) di Thomas Piper. Vincitore nella catogeria "Films of Art"
Frame tratto da “Five Seasons: The Gardens of Piet Oudolf” lungometraggio di Thomas Piper. Vincitore nella categםria “Films oמ Art”

Nato negli anni Settanta come “Festival Internazionale del Film sull’Arte e di Biografie d’Artista”  grazie a Flavia Paulon, l’Asolo Art Film Festival riconferma, con l’edizione 2019, la sua preziosa valenza di spazio transdisciplinare dove il cinema si intreccia con le arti figurative e performative. Il direttore artistico Cosimo Terlizzi – già intervistato da CultFrame – ha inoltre arricchito il festival di due nuove sezioni: “Post Internet Art”, per indagare il modo in cui la presenza pervasiva del web si stia rivelando sempre più incisiva sul modo di concepire e produrre arte in senso lato, e “Affioramenti”, dedicata esclusivamente a giovani artisti provenienti da università e accademie d’arte.

Tra le moltissime opere di questa edizione, che si è conclusa il 23 giugno, i film vincitori offrono un paesaggio vivace e diversificato. Per la categoria “Films on art”, che propone un cinema pensato come spazio di analisi, riflessione critica sull’arte, studio biografico sull’artista, i vincitori sono Five Seasons: The Gardens of Piet Oudolf (lungometraggio) di Thomas Piper e Landing (cortometraggio) di Shirin Sabahi.

Il primo è un documentario piuttosto classico nella forma ma decisamente affascinante: del famoso paesaggista olandese Piet Oudolf (noto soprattutto per i giardini della High Line, ferrovia in disuso di New York) viene restituita vividamente la complessità della dimensione creativa, dalle fasi di progettazione fino alla realizzazione e alla supervisione. Diviso in capitoli che coincidono con le stagioni, il documentario di Piper vuole tradurre in immagini quella filosofia che sottende la concezione artistica di Oudolf, secondo cui “la bellezza è anche nella bruttezza, nella morte, nel decadimento, nell’inaspettato”: ecco perché ogni suo progetto nasce per essere seducente in ogni stagione, perfino in inverno. I suoi giardini, meticolosamente pensati e costruiti per incarnare un ideale di natura (apparentemente) libera e casuale, dove il colore predomina decisamente sulla forma, vengono esplorati e rivelati in tutta la loro superba e sognante bellezza.

Sul rapporto arte-spazio-natura è incentrato anche Landing, il corto vincitore per la medesima categoria. La regista iraniana fa coincidere il proprio sguardo con quello di un fotografo di architetture che percorre l’immenso quartier generale della beauty company coreana Amorepacific a Seul: una struttura imponente eppure meravigliosamente aerea, labirintica, tutta geometrie e luce, che sembra avvolgere lo spettatore in una placidità silenziosa mentre la voce fuori campo, più immaginifica che informativa, amplifica l’atmosfera straniante. Architettura, fotografia e cinema divengono insomma dei punti di vista fecondamente sovrapposti, che dialogano armoniosamente.

 " Landing,". Cortomettraggio di Shirin Sabahi , vincitrice nella catograria "Films on Art"
” Landing,”. Cortomettraggio di Shirin Sabahi , vincitrice nella categoria “Films on Art”

The Hymns of Moscovy, irriverente e originale, è invece il piccolo gioiello vincitore del Premio per il Miglior Film d’Arte, presentato appunto nella categoria “Art Films”, che identifica quel cinema pensato come oggetto d’arte in sé, come sperimentazione espressiva e/o linguistica. Il regista Dimitri Venkov percorre le strade di Mosca, raccontata non come realtà viva e dinamica ma piuttosto esibita come una sorta di immobile e solenne museo a cielo aperto. Ma l’inquadratura, in un gesto di rottura dal sapore piacevolmente dadaista, è capovolta: al posto della terra, un vuoto vertiginoso attraversato da nuvole luminescenti e vaporose sul quale si affacciano le sommità degli edifici. Un lavoro essenziale e minimalista, ma anche squisitamente disorientante, fluido, vertiginoso nella sua tendenza all’astrazione, rimarcata da una colonna sonora che rilegge in chiave elettronica l’(irriconoscibile) inno nazionale.

Per la categoria “Post Internet Art” il film vincitore è invece Weeping on a Pile Carpet, di Désirée Nakouzi De Monte e Andrea Parenti. Definito, nelle note di regia, “un cyber- romance / docu-fiction, una corrispondenza video tra due personaggi”, racconta la comunicazione web come spazio di messa a nudo e condivisione della propria intimità, dove la violazione dell’inviolabile è voluta, ricercata, reiterata. Siamo in una dimensione affine, per certi aspetti, al riuscito, coinvolgente e a tratti spiazzante Folder (2010) dello stesso Terlizzi – sorta di diario digitale – e al delicato, quasi sussurrato, Jointly Sleeping in Our Own Beds (2017) di Saverio Cappiello, autore per altro presente ad Asolo nella sezione “Art Films” con il cortometraggio La vita mia, commovente riflessione sulla dolorosità e sulla fragilità della memoria.

Al documentario Gli indocili, che racconta l’esperienza di un gruppo di giovani attori in un teatro nel bosco, è stato assegnato il Gran Premio Asolo. L’autrice Ana Shametaj, di origini albanesi ma che ha studiato e lavora in Italia, si addentra con disinvoltura in quella lunga fase di studio e lavoro – sulla mente e sul corpo – che precede la messa in scena ed è cruciale nel percorso di ogni attore.

Moltissime, infine, le Mezioni Speciali, tra le quali vanno segnalati almeno due titoli: Again del tedesco Mario Pfeifer (Menzione Speciale della Giuria) e Kemp dell’italiano Edoardo Gabbriellini (Menzione Speciale La Festa di Cinema del Reale). Again fa riferimento a un terribile caso di cronaca, che viene (ri)messo in scena con l’intento di fare della performance e soprattutto del cinema – attraverso una mise en abyme – uno spazio di denuncia e riflessione in senso sociologico e politico. La vicenda, poco nota in Italia, è quella di Schabas Saleh Al-Aziz, giovane rifugiato iracheno sofferente di epilessia che aveva raggiunto la Germania nella speranza di riuscire a curarsi. Nel luglio 2016 fu deliberatamente aggredito in un supermercato, con il pretesto di un comportamento apparentemente minaccioso. Malmenato e legato ad un albero, fu ritrovato morto a distanza di tempo in circostanze poco chiare, proprio durante quel processo che avrebbe potuto risolversi in modo svantaggioso per i suoi aggressori. Alternando simulazione, immagini reali dell’accaduto, stralci di interviste trasmesse in televisione e nuove interviste agli interpreti del film, Pfeifer mette a nudo con agilità e asciuttezza quelle dinamiche determinate da intolleranza, rabbia e ipocrisia, che preparano il terreno alla violenza che – come la storia (non) insegna – non può che generare ulteriore violenza: da qui il titolo eloquente.

Kemp è invece un lungo viaggio nell’universo poetico del ballerino, mimo, coreografo e regista Lindsay Kemp, recentemente scomparso. Il regista Gabbriellini, livornese e già attore per Paolo Virzì e Luca Guadagnino, lo incontra proprio nella città toscana, dove l’artista ha trascorso l’ultimo periodo della sua vita. Corpose interviste si alternano a filmati delle trascorse performance teatrali, fantasiose, provocatorie, sensuali. Più che un film biografico, è un omaggio sentito, commosso, che cerca di restituire la tridimensionalità di una personalità complessa e poliedrica, la profondità del suo spirito creativo, l’umanità della dimensione privata e intima.

© CultFrame 06/2019

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