Seeyousound. V Torino Music Film Festival 2019

Frame tratto da Symphony of Now di Joaness Schaff
Frame tratto da Symphony of Now di Joaness Schaff

La quinta edizione del Seeyousound. Torino Music Film Festival (dal 25 gennaio al 3 febbraio) si inserisce in una rete divenuta oramai nazionale di eventi a tema musicale firmati SYS, coordinata da Mauro Pisani, oltre che nel Music Film Festival Network che riunisce dieci omologhi nati in giro per l’Europa. Il direttore della rassegna torinese è invece da quest’anno Carlo Griseri, cui è toccato il compito non semplice di coordinare una squadra e un programma compositi con quasi tanti live e ospiti che proiezioni. Tra la reunion della superband Songs With Other Strangers, con capofila Manuel Agnelli e che non si esibiva dal 2010, gli Stag che sono stati a Sanremo e gli Ex-Otago che saranno al prossimo Sanremo (ma sui quali è stato già fatto un documentario), gli aperitivi e le esibizioni pre-proiezione arricchiscono un’esperienza che ha sempre meno a che fare con quella del tradizionale festival cinematografico e che difatti mira a coinvolgere un pubblico maggiore e più vario. La ricetta funziona però al meglio proprio quando (e solo se) i film si rivelano all’altezza dell’aspettative e così forti da non rimanere schiacciati dal robusto contorno.

Ciò vale per molte delle opere presentate nei quattro concorsi principali (sei lungometraggi e documentari, dodici corti e venti videoclip) e nell’ampio fuori concorso con una nota di merito particolare per la sezione “Rising Sound. Music is the weapon”, curata da Juanita Apràez Murillo. In quest’ultima si è per esempio vista la prima mondiale di un film come Taking Iacanga di Thiago Mattar che racconta l’ascesa imprevedibile in anni di dittatura del festival musicale di Águas Claras (quattro edizioni tra il 1975 e il 1984 per quello che è ricordato come la “Woodstock brasiliana”) e il suo declino senza ritorno causato da mercificazione e indebitamento; si segnalano inoltre Ethiopiques. Revolt of the Soul di Maciej Bochniak, storia di un gruppo jazzisti etiopi riunitisi negli anni Sessanta, Sing Your Song di Susanne Rostock, ritratto del cantante e attivista Harry Belafonte, o Scream for Me Sarajevo di Tarik Hodzic, che ricorda il concerto degli Iron Maiden durante l’assedio di Sarajevo.

I premi stessi delle sezioni competitive testimoniano come il cinema racconti spesso la musica all’incrocio tra arte, politica e mutamenti sociali. È così per i documentari premiati, come il vincitore Rude Boy. The Story of Trojan Records di Nicolas Jack Davis, che ripercorre mezzo secolo di storia dell’etichetta musicale e l’influenza che la musica caraibica e reggae ha avuto sulla cultura occidentale, e la menzione speciale Gurrumul di Paul Damien Williams, dedicato al cantante e musicista aborigeno cieco Geoffrey Gurrumul Yunupingu, già presentato alla Berlinale 2018. Discorso analogo per la menzione speciale del concorso lungometraggi, Village Rockstar di Rima Das, film delicato e quasi fiabesco con protagonista una prodigiosa ragazzina indiana che desidera con tenacia una chitarra, e soprattutto per il vincitore Gundermann di Andreas Dresen, regista noto anche al pubblico italiano che ha voluto omaggiare la figura di un musicista invece quasi sconosciuto in Italia, interpretato mimeticamente da Alexander Scheer: Gerhard Gundermann (1955-1998) è stato un cantautore e operaio nelle miniere di carbone nella Germania Est, che ai tempi della RDT fu per alcuni anni un informatore della Stasi e membro del partito socialista, restando poi anche dopo la caduta del Muro sempre lontano dallo stile di vita dell’ovest come canta, tra le altre, nella sua canzone Hier bin ich geboren (Io sono nato qui).

Eccezion fatta per quest’ultimo titolo, è invece sembrato debole nel suo complesso il Focus “Berlino 1989-2019” che ha aperto un’annata di rievocazioni sfruttando la collocazione di SYS all’inizio del trentennale della caduta del muro di Berlino. Il Focus ha avuto un posto centrale nella manifestazione sin dalla serata inaugurale del festival, in cui è stato proposto – dopo un breve dj set dal vivo del tedesco Alex Do – il film Symphony of Now (2018) di Johannes Schaff: confrontarsi con Berlin. Die Sinfonie der Großstadt (1927) di Walter Ruttmann, poi proiettato nei giorni seguenti con l’accompagnamento musicale dal vivo di Domenico Sciajno e Giovanni Corgiat, non era impresa facile; ma il film di Schaff è forse più convincente per l’aggiornamento portato dalla colonna sonora elettronica che per l’affresco a colori un po’ patinati della vita notturna di una Berlino massivamente gentrificata: un viaggio in cinque atti apparentemente privo di ogni acume critico, dove si lasciano intravedere solo nello specchietto di un auto la porta di Brandeburgo (la storia) o le prostitute che affollano le strade del centro (le contraddizioni del presente), per collezionare una teoria di locali notturni e luoghi di divertimento in cui si esibiscono star quali l’attore Lars Eidinger che sale sul palco della sua recente messa in scena dell’Amleto o dj più meno celebri.

Frame tratto da Hansa Studios: By The Wall 1976-1990 di Mike Christie
Frame tratto da Hansa Studios: By The Wall 1976-1990 di Mike Christie

Si annunciava più interessante dal punto di vista storico-musicale Hansa Studios: By The Wall 1976-1990 di Mike Christie, dedicato agli studi di registrazione berlinesi – a pochi passi dal muro e non lontano da Potsdamer Platz – dove David Bowie, Nick Cave, Einstürzende Neubauten, Depeche Mode incisero alcuni dei loro album più celebri: peccato che il produttore Sky Arte, a differenza di quanto annunciato sul programma, abbia portato solo metà del film e per giunta nella versione doppiata in italiano. Si sono poi potuti vedere a Torino alcuni videoclip tedeschi, realizzati sia all’Est sia all’Ovest negli anni Ottanta, e The Berlin Wall and the Fall of Communism, documentario CNN che, repertorio a parte, indulge in troppi luoghi comuni ideologici sulla vittoria presunta delle forze democratiche e del liberalismo americano.

D’altronde la musica è anche uno dei linguaggi usati dalla propaganda per manipolare l’opinione pubblica. E il suo sfruttamento commerciale è da decenni croce e delizia di un’industria che nell’era del download selvaggio incoraggia tanto la riscoperta del vinile e il culto per i pionieri del dj-ing (si veda Manchester Keeps On Dancing di Javi Senz, sulla propagazione della house da Chicago e Detroit alla Manchester dei leggendari club degli anni Ottanta) quanto quella delle sue icone del passato: dalle maledette integrate come l’eroina del punk a stelle e strisce Joan Jett protagonista di Bad Reputation, diretto da Kevin Kerslake; alle integrate maledette come in Whitney di Kevin MacDonald in cui il disfacimento rovinoso della diva degli anni Ottanta/Novanta viene indagato tramite un repertorio di video privati e una serie di interviste impietosi a familiari ed entourage.

Dopo la risurrezione del musical operata in chiave annacquatamente postmoderna da La la land (2016) e considerato il fatto che un film musicale quale Bohemian Rhapsody di Bryan Singer è di gran lunga il più visto dell’ultima stagione nelle sale italiane, gli intrecci tra musica e cinema possono dar vita a infinite combinazioni differenti la cui storia si annuncia ancora molto lunga. E Seeyousound pare intenzionato a seguirla nei suoi mille rivoli, ci auguriamo senza aderir troppo all’imperante logica dell’evento e della falsa euforia per sponsor e prodotti autocelebrativi che non mancano nel settore.

© CultFrame 02/2019

INFORMAZIONI
Seeyousound – Torino Music Film Festival – V edizione / Direttore: Carlo Griseri
Dal 25 gennaio al 3 febbraio 2019
Proiezioni: Multisala Cinema Massimo / Via Verdi 18, Torino / Telefono: 011.8138574.

SUL WEB
Seeyousound – Il sito