Pendulum: merci e persone in movimento. Le immagini della Fondazione MAST in mostra a Bologna

© Sonja Braas. Container, 2015, dalla serie “Un eccesso di prudenza”, 2014-2017. Stampa a pigmenti
© Sonja Braas. Container, 2015, dalla serie “Un eccesso di prudenza”, 2014-2017. Stampa a pigmenti

Al di là dell’interesse meramente antologico, Pendulum. Merci e persone in movimento, esposizione di immagini dalla collezione di Fondazione MAST, visitabile a Bologna fino al 13 gennaio 2019, si interroga e spinge il visitatore ad interrogarsi sulle mille sfaccettature e sui significati che assumono oggi – non solo in fotografia – i concetti di tempo, movimento e velocità.

La stessa metafora del pendolo a cui la mostra si ispira rappresenta l’oscillazione e il movimento tra più significati. Esso non simboleggia solo il trascorrere del tempo; il suo oscillare isocronico è anche – come dice il curatore Urs Stahel nella presentazione della mostra- “sinonimo di cambiamenti di opinione, di convinzioni che si ribaltano nel loro esatto contrario”. Ma anche se, nei punti estremi del suo oscillare, il pendolo si sofferma per un istante sugli “opposti”, esso percorre nell’arco del suo movimento tutte le “scale dei grigi” che li separano, mostrando tutte le sfumature ed i passaggi tra i due estremi.

Il pendolo, come l’orologio, il metronomo e altri strumenti di scansione temporale è quindi potente simbolo di scansione temporale (o anche, all’opposto, di sua negazione), portatore di importanti significati, metafora molto praticata in filosofia, in psicanalisi e nella raffigurazione pittorica e filmica (si pensi a quanto prodotto dal filone surrealista, solo per citare un esempio). Noto è l’aforisma di Schopenhauer, che in “Il mondo come volontà e rappresentazione” definisce la vita umana “…come un pendolo che oscilla tra dolore e noia, passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia…”. Nel 1851, il fisico Leon Foucault dimostrò la rotazione della Terra intorno al suo asse per mezzo di un pendolo sospeso sulla cupola del Pantheon di Parigi, libero di oscillare in tutte le direzioni.

Ruotare intorno al proprio asse è per l’appunto, continua il curatore nella sua presentazione, “un’azione che, in sostanza, implica un enorme dinamismo, lo stesso che da due, tre secoli gli esseri umani producono sulla Terra con i loro congegni, strumenti e macchinari”. A uno dei due estremi delle oscillazioni del pendolo, la mostra pone “…la forza che impieghiamo in questo moto perpetuo e la genialità con cui abbiamo progettato navi, automobili, camion, ferrovie, aerei e autostrade digitali per conquistare il mondo e porre al centro della nostra esistenza l’economia, il commercio, la produzione, la vendita e il trasporto…”.

© Jacqueline Hassink. London 32.  Fotogrammi dall’installazione iPortrait, 2010-2017. Courtesy of the artist
© Jacqueline Hassink. London 32. Fotogrammi dall’installazione iPortrait, 2010-2017. Courtesy of the artist

Ma, all’altro estremo, alla forza prorompente dei motori, all’accelerazione e ai mezzi di trasporto divenuti feticcio dei nostri giorni si contrappongono il rallentamento, la brusca frenata, i lunghi tempi di attesa e la lentezza dei flussi migratori. E’ un territorio dove lo stesso movimento del pendolo appare fermo, congelato, con un tempo che si dilata all’infinito nelle guerre, nella fame, nelle attese senza fine nei campi profughi o nei centri di accoglienza. Il fenomeno resta, per la parte del mondo e di popolazione mondiale coinvolta nell’ininterrotto flusso vorticoso del processo produttivo e dello scambio di merci, relegato nel territorio della più assoluta invisibilità.

Esso non sfugge però ai fotografi più accorti, specialmente agli artisti delle ultime generazioni, nei quali è crollata da tempo ogni illusione sulle magnifiche e progressive sorti del progresso tecnologico. Si tratta forse del settore più interessante e più denso di riflessioni dell’esposizione bolognese. Se nei decenni passati i fotografi esaltavano, anche mettendone in luce molti aspetti dubbi, la velocità e i prodigi dell’industria, essi indagano ora sulle tracce, sui pochi ma significativi sintomi delle dinamiche invisibili di cui si è detto, sul “fuori-scena”.

Con lo stesso senso di inquietudine e paura che traspare dalle immagini di containers di Sonja Braas o dalla video-installazione di Jacqueline Hassink, dove pendolari in varie parti del mondo si muovono in metropolitana immersi in un altro viaggio virtuale tra gli schermi dei loro devices, Ulrich Gebert mostra, nella sua installazione “Amerika”, luoghi di confine ripresi di notte, come visti da una telecamera di sorveglianza: aree di servizio, parcheggi, piazzali deserti se non per pochi individui che sembrano aggirarsi furtivi, come in attesa dell’occasione per transitare verso un “altrove” di cui non possiamo che solamente immaginare i contorni. I soli segni di quanto è accaduto, potrebbe accadere, accadrà appaiono nel lavoro di Xavier Ribas solo sotto forma di macerie, blocchi di cemento e materiale di risulta, unici residui rimasti dopo la demolizione di edifici prima usati dai migranti come luogo di sosta e rifugio.

© Richard Mosse. Skaramaghas, dalla serie “Il castello”.  C-print su carta metallizzata. Courtesy carlier | gebauer, Berlin, Jack Shainman Gallery, New York.
© Richard Mosse. Skaramaghas, dalla serie “Il castello”. C-print su carta metallizzata. Courtesy carlier | gebauer, Berlin, Jack Shainman Gallery, New York.

Richard Mosse usa, quale strumento di indagine di fenomeni altrimenti invisibili, una termocamera in grado di rilevare le tracce lasciate dal calore dei corpi ad oltre 30 km di distanza, cuore del suo più grande progetto “Heat maps” già presentato in parte al Photolux di Lucca lo scorso autunno. E’ esposta al MAST, da tale progetto, una sola opera di grandissime dimensioni (7 metri di lunghezza): Skaramaghas. Sulla sinistra dell’enorme fotogramma, centinaia di containers occupano un’area portuale, mentre sulla destra gli stessi containers sono utilizzati come abitazioni provvisorie per i migranti, individui rimasti bloccati, come sospesi nel tempo, che non possono andare avanti né tornare indietro e che attendono il momento in cui sapranno se hanno ottenuto il permesso di continuare il viaggio o se invece verranno rimandate verso i paesi di origine. In un’unica immagine, Richard Mosse condensa tutto il sistema associando il commercio globale alle migrazioni; da un estremo all’altro del lungo fotogramma, il pendolo mostra il suo intero percorso.

© CultFrame 11/2018

Mostra: Pendulum, merci e persone in movimento. Immagini dalla collezione di Fondazione Mast
Dal 4 ottobre 2018 al 13 gennaio 2019
Mast Gallery / Via Speranza 42, Bologna
Orario:  martedì – domenica 10.00 – 19.00

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MAST, Bologna