Eldorado. Un film di Markus Imhoof. Doclisboa 2018. Fuori concorso

Markus ImhoofDopo la prima alla Berlinale 2018, il passaggio di Eldorado al festival di Locarno e la successiva uscita nelle tre aeree linguistiche elvetiche (tedesca, francese e italiana) sono stati accompagnati dalla notizia della sua selezione quale candidato all’Oscar per il Miglior Film Straniero da parte della Svizzera. Lo stesso era capitato già nel 1982 al lungometraggio più noto di Imhoof anche in Italia, La barca è piena, un’opera che ha alcuni tratti in comune con il suo ultimo documentario.

Anche in quel caso, infatti, il tema centrale era la negazione del diritto d’asilo, rifiutato alle vittime di persecuzioni razziali che nel 1942 cercavano di riparare in Svizzera e già per quel film il regista (classe 1941) aveva voluto dare al personaggio di una giovane rifugiata le fattezze della ragazzina italiana, di nome Giovanna, che la famiglia Imhoof aveva accolto nella propria casa durante il secondo conflitto mondiale. In Eldorado, la vicenda che ha segnato l’infanzia dell’autore viene infine raccontata in modo esplicito e messa in rapporto con le migrazioni dei giorni nostri, a confermare il fatto che le difficoltà incontrate dai richiedenti asilo nell’Europa odierna sono raramente mitigate dalla consapevolezza che il fenomeno dei rifugiati caratterizza l’intera storia umana, che pochi decenni fa eravamo proprio noi europei, e in particolare gli italiani, a dover fuggire da guerre e dittature.

Eldorado è quindi anche un documentario ‘autobiografico’ la cui istanza enunciativa è marcatamente situata nell’autore stesso, poiché è dalla sua storia personale che nasce la volontà di intraprendere un viaggio incontro ai migranti di oggi che approdano nel Sud dell’Italia. Come recita la sua stessa voce nel film, in cui Imhoof ricostruisce un toccante dialogo con la piccola rifugiata che morì a soli 14 anni dopo essere stata rispedita in Italia dalle leggi elvetiche dell’epoca: «Tu Giovanna sei la ragione per la quale intraprendo questo viaggio, per vedere ciò che non voglio vedere».

Ecco dunque che Eldorado si trasforma in un diario di viaggio del regista sui luoghi di quei viaggi da una costa all’altra del Mediterraneo che hanno per emblema la mantellina termica dorata a cui allude il titolo del film e che campeggia nelle sue locandine: una metallina che luccica indosso alle persone recuperate in mare dopo una traversata come un miraggio di speranza, molto spesso destinata a essere frustrata. Lo stesso vale per i richiedenti asilo in Svizzera che Imhoof incontra nell’ultima parte del documentario, giunti clandestinamente in un paese poco accogliente e severissimo nel concedere loro il diritto di restarci.

Markus Imhoof

Realizzate nel corso di più di quattro anni, le riprese del film hanno portato Imhoof sulle navi della marina italiana impegnate nelle operazioni di salvataggio e identificazione previste da Mare Nostrum e dal Trattato di Dublino, in una baraccopoli di raccoglitori di pomodori in Puglia (con interviste al sindacalista Raffaele Falcone e al giovane rifugiato Akhet Téwendé, che incarna una storia d’integrazione giunta a un lieto fine grazie all’aiuto di una famiglia italiana), per risalire poi verso il suo paese. Nel film si racconta anche con materiali di repertorio come negli anni Settanta il regista, cresciuto in una famiglia cosmopolita con un padre che ha studiato le migrazioni europee e una madre indiana, si sia trasferito proprio a Milano, la città da dove proveniva la piccola Giovanna, il cui ricordo e triste epilogo non l’ha mai abbandonato.

A partire da questo evento privato, rivissuto nel passaggio milanese dell’autore, Eldorado mette al contempo in dialogo e a contrasto il passato con il presente anche tramite le immagini: poetiche le une, con il recupero di lettere, disegni e oggetti dell’infanzia di Markus e Giovanna; più crude quelle delle sequenze realizzate come un reportage. Da questa dialettica emerge un atto d’accusa documentato ma ricco di pathos che si traduce in un invito a un’etica dell’accoglienza che alcune leggi oggi osteggiano apertamente.

© CultFrame 10/2018


CREDITI

Titolo: Eldorado / Regia: Markus Imhoof/ Sceneggiatura: Markus Imhoof / Fotografia: Peter Indergand / Montaggio: Beatrice Babin, Thomas Bachmann / Musica: Peter Scherer / Interpreti: Markus Imhoof, Caterina Genta, Akhet Téwendé, Raffaele Falcone / Produzione: Thelma Film, Delemont, zero one film / Svizzera, Germania 2017 / Durata: 92 minuti

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