Chiedilo agli alberi. Contaminazioni tra scultura e fotografia alla Pinacoteca di Terlizzi (Bari)

© Anna D’Elia. Chiedilo agli alberi, 2018
© Anna D’Elia. Chiedilo agli alberi, 2018

Cosa accade quando lo sguardo di un fotografo si posa sulle opere di uno scultore? Quali interrogativi pone, quali cortocircuiti produce tale incontro?
La mostra Chiedilo agli alberi di Gioacchino e Anna D’Elia, alla Pinacoteca Michele De Napoli di Terlizzi (BA), offre l’opportunità di assistere a una rara forma di contaminazione tra i differenti linguaggi – in apparenza lontanissimi – dei due artisti (la scultura e la fotografia), che intessono qui un dialogo senza parole, affidato solamente al confrontarsi e all’intrecciarsi dei loro diversi simboli ed alfabeti. Essa offre anche l’occasione per riflettere sul possibile rapporto tra queste due forme d’arte, forse mai praticato o studiato abbastanza.

Offre alcuni primi spunti di riflessione il curatore della mostra, Pietro De Scisciolo, scultore egli stesso e docente all’Accademia di Belle Arti, che nella sua presentazione accenna alla Land Art: “…gli artisti escono dagli studi e intervengono nel paesaggio con obiettivi estetici, producendo mutamenti che registrano con la fotografia e il video. … Entra in gioco la fotografia nel momento in cui gli artisti lavorano in luoghi aperti, disegnano nel terreno, spostano pietre, scavano buche, creando delle sculture intrasportabili ed effimere, che possono entrare nei musei e nelle gallerie solo grazie alla fotografia…”.

Non può non scattare nella mente un chiaro riferimento a un artista come Richard Long e al suo trasversale migrare senza soluzione di continuità tra installazioni in ambiente naturale, performance all’aria aperta e fotografia; quest’ultima non è utilizzata come mera documentazione dell’opera scultorea, ma si fa parte integrante dell’opera d’arte, diviene opera d’arte essa stessa. Così era stato anche per Medardo Rosso, che aveva fotografato, interpretandole, le proprie sculture prima di distruggerle. E per Brancusi, che si fotografava tra le sue opere.

C’è anche dell’altro ad accomunare le due forme di espressione artistica di cui trattiamo: il fattore tempo. Sia lo scultore che il fotografo hanno a che fare con esso. Non soltanto perché occorrono molto tempo, faticoso lavoro e infinita pazienza per far sì che da un nodoso pezzo di legno (unico materiale usato da Gioacchino D’Elia per i pezzi in mostra a Terlizzi) fuoriescano le forme e i volumi che l’artista ha prefigurato lasciando vagare l’occhio e la mano tra le sue venature ed i suoi nodi. E non soltanto perché è proprio della fotografia trattare la variabile “tempo”, che in rapporto con l’apertura del diaframma forma l’immagine e fa sì che si imprima sul supporto, digitale o analogico che sia.

                                     Anna D'Elia                 Gioacchino D'Elia

© Anna D’Elia. Chiedilo agli alberi, 2018 / Gioacchino D’Elia, soffio di vento. Scultura in ulivo, Cm 150x60x40, Ottobre 2016. © Gioacchino D’Elia

Oltre all’attimo fuggente da congelare, KRONOS, un altro tempo, ben più importante appartiene al fotografo: è il KAIROS, tempo della lentezza, il tempo dell’attesa, il tempo “sospeso” del pensiero, dell’osservazione e del meditare, da cui scaturisce la percezione, che genera un sentimento. È un tempo non scandito dal clamore degli avvenimenti esterni da documentare, ma dal proprio io, dal rapporto con la propria realtà, l’ambiente esterno o i propri mondi interiori e con la loro rappresentazione-evocazione, da costruire con un lento scavare come a tirar via tutto il superfluo, tutto ciò che ne nasconde l’essenza, fino a liberarla. Con diversi mezzi, ma è esattamente ciò che fa lo scultore. “Scelgo un blocco di marmo e tolgo tutto quello che non mi serve” (Auguste Rodin), “Ho visto un angelo nel marmo ed ho scolpito fino a liberarlo” (Michelangelo Buonarroti).

Nella mostra di Terlizzi, questa operazione risulta ancora più evidente considerando il rapporto padre-figlia che lega i due artisti. Il loro tempo è fatto anche di molti anni passati insieme, di vissuti e memorie comuni, che si avvicinano qui per consentire un reciproco scambio di passioni e ricordi, mentre le loro due pratiche artistiche, diverse ma connesse per la contemplazione dell’idea, la ricerca espressiva e l’attesa paziente della sua realizzazione, intessono i loro dialoghi muti.

Gioacchino D’Elia. Complessità. Scultura in ulivo, cm 60x60x125, giugno 2018. © Gioacchino D’Elia
Gioacchino D’Elia. Complessità. Scultura in ulivo, cm 60x60x125, giugno 2018. © Gioacchino D’Elia

Stupisce la presenza, tra le opere di Gioacchino D’Elia, di una statuetta: Giovanetta col cerchio, unica opera figurativa, unica di piccole dimensioni, a cui è dedicata un’unica sala e che sembra – a prima vista – non in linea con lo stile assolutamente più astratto degli altri pezzi esposti. Apprendiamo però, dalla lettura del catalogo, come essa sia stata designata dall’autore come l’opera da cui egli si senta maggiormente rappresentato.

Tutto ciò rimanda ad un altro elemento di riflessione sulle possibili confluenze tra le due arti. Intendiamo riferirci a ciò che potremmo definire, lo “sguardo”, o meglio l’abbandono della sua componente razionale a favore di una visione “altra”, scevra da sovrastrutture culturali. A Gioacchino D’Elia non interessa che la sua statuetta sia o meno aderente allo standard, al mood della mostra o della sua produzione recente: ogni cosa è, per lui, espressione del suo essere.

Come in tutta la migliore ricerca artistica, è la ricerca di uno sguardo sull’altrove, che si abbandona ai propri istinti, ai propri archetipi. Come la figura circolare è simbolo ed importante archetipo nell’immaginario, nelle principali religioni e nelle discipline psicanalitiche, così il giardino, l’hortus conclusus, ha importanti radici nella letteratura, nei sogni, nel pensiero filosofico come luogo di pace ed interiorità, territorio indispensabile per l’errare dello spirito ma anche siepe che attende di essere oltrepassata.

Il tema del giardino, assai presente nella ricerca artistica della fotografa, è tra i fili conduttori di questo progetto site-specific. Le sculture di grande formato di Gioacchino D’Elia, ormai prive di ogni costrizione figurativa, appaiono vaporose e soavi a dispetto della pesantezza del materiale di cui sono fatte e sembrano non rappresentare altro che l’emozionalità dell’artista.

© Anna D’Elia. Chiedilo agli alberi, 2018
© Anna D’Elia. Chiedilo agli alberi, 2018

Con esse, l’estetica delle fotografie della figlia Anna si confronta e fonde; i suoi autoritratti di spalle, in cui sembra porsi in ascolto silenzioso delle risposte degli alberi ai suoi interrogativi esistenziali, sembrano ripercorrere e perpetuare il dialogo di suo padre con essi e invitare lo spettatore alla sua stessa immersione nei luoghi, senza confini e senza nome, in cui ciascuno può identificarsi. A seguire, tre grandi immagini tratte dalla ricerca della fotografa sulla poetica dello spazio e dei suoi “luoghi archetipi” dove solo la pura contemplazione ha ormai importanza, in cui si riversano, come in uno scrigno di memorie, le piccole poesie visive della sua psico-geografia privata.

Chiedilo agli alberi è una ricerca a due voci che parla di arte, di simboli universalmente riconosciuti, ma soprattutto di dialogo, di profondi legami, di identità e memoria.

© CultFrame 10/2018

INFORMAZIONI
Chiedilo agli alberi. Sculture di Gioacchino D’Elia / Fotografie di Anna D’Elia
Dal 5 al 12 ottobre 2018
Pinacoteca Michele De Napoli / Corso Dante 9 / Terlizzi (BA) / Tel. 080.3517577 / bibliotecaterlizzi@libero.it
Orario:  martedì – giovedì 9.00 – 13.00 / venerdì 18.30 – 21.00 / sabato – domenica 18.00 – 21.00 / Ingresso libero