“Fotografare è fin troppo facile”: a Lubiana, retrospettiva di Marc Riboud

© Marc Riboud. Beijing, 1965. . Da Sha La street in old Bejing, as seen through an antique dealer’s window. Private citizens come here to sell family jewels or other objects. The prices are fixed by the government.
© Marc Riboud. Beijing, 1965. . Da Sha La street in old Bejing, as seen through an antique dealer’s window. Private citizens come here to sell family jewels or other objects. The prices are fixed by the government.

Assistiamo in questi mesi, in Slovenia, a un rinnovato interesse per la riscoperta di grandi autori della fotografia, a molti dei quali sono dedicate mostre retrospettive nelle maggiori gallerie del paese. A Lubiana, la galleria Jacopic ospita la mostra Marc Riboud: conscious traveller, concerned photographer. A dispetto della modestia dell’ingresso della galleria, quasi difficile da trovare tra le vetrine di negozi di arredamento e di sanitari che occupano il piano terra dello stabile, gli spazi enormi che la location successivamente svela ospitano una delle più grandi retrospettive europee dedicate al fotografo francese, deceduto nel 2016.

La mostra, curata da Marija Skocir in stretta collaborazione con Lorene Durret, direttrice dell’archivio Riboud e con Catherine Riboud, moglie dell’autore, raccoglie 212 immagini riprese nel corso dei numerosi viaggi intrapresi da Riboud inseguendo la storia del Novecento e le complesse vicende di quegli anni di conflitti tra est ed ovest del mondo in tutti i continenti. Asia e Africa soprattutto (molto spesso in luoghi dove nessun occidentale era stato prima), ma con due sezioni dedicate all’ex Jugoslavia (Dalmazia) e alla Cecoslovacchia, fotografate da Riboud tra gli anni ’50 e ’80.

Nel percorso, distinto per aree geografiche, si percepisce il parallelo processo di sviluppo della sua visione autoriale. Pur muovendosi per molti anni nell’ambito del fotogiornalismo (entra giovanissimo nella neonata agenzia Magnum, dove lavora a stretto contatto con Henry Cartier-Bresson e Robert Capa) Riboud non cesserà mai di perseguire, all’interno di esso, la ricerca di una sua propria personale visione, creando una sua cifra stilistica che si svilupperà durante i suoi numerosissimi viaggi da reporter in tutto il mondo.

© Marc Riboud. Huangshan, 1985. On the right, the pine named Flower-Formed-on-the-tip-of-a-Dream-Paintbrush. On the left, the Sublime Peak
© Marc Riboud. Huangshan, 1985. On the right, the pine named Flower-Formed-on-the-tip-of-a-Dream-Paintbrush. On the left, the Sublime Peak

Marc Riboud, diversamente da Cartier-Bresson, non cerca di cogliere “il momento decisivo”, l’istante sospeso fuori dal tempo, né tanto meno vuole essere “in prima linea” come Robert Capa. Non vuole documentare, interpretare, dare significato a ciò che vede. Egli sembra, invece, cercare una sorta di dialogo con quanto lo circonda, oppure sembra cogliere – o meglio si lascia cogliere – da una sorta di stupore, da un che di “inaspettato”, come potrebbe apparire al più candido, meravigliato, sguardo “naif”, ad un occhio scevro da ogni categoria mentale precedentemente interiorizzata. Dirà, nella lunga video-intervista facente parte dell’esposizione, una frase che significativamente sintetizza tutta la sua visione “riesco a fotografare meglio quando mi sento straniero”.

È qui, probabilmente, la chiave della sua particolare visione: lo “straniamento”, inteso come una strategia dello sguardo che evita di dare per scontata la realtà, che sospende il giudizio ed evita ogni idea precostituita. Come recita la presentazione della mostra, egli

…non mira a far sì che il mezzo fotografico registri le diverse interpretazioni dei contesti regionali, ma cerca piuttosto il contrario, la capacità di uscire dal suo modo occidentale di vedere le cose…”. E ancora: ”…Il suo percorso verso est e sud, che la selezione di questa mostra di fotografie segue attraverso i paesi preferiti asiatici e africani di Riboud, getta nuova luce sulle riflessioni usuali sul fotogiornalismo, soprattutto relative alla questione della vista del “altro”attraverso la fotografia illuminando le”altre”piccole gioie della vita, le specificità culturalie le cose quotidiane viste come curiosità interessanti che Riboud registra, senza esotismi, come un individuo sensibile ben consapevole del potenza del suo mezzo”.

Anche se non privo di grande ironia, lo sguardo di Riboud rimane quello del bambino che si affaccia sul mondo, dello “straniero”, del visitatore pieno di meraviglia e di curiosità, anche in presenza di preparazione e studi meticolosi messi in atto prima di ogni viaggio. Come dirà in un’altra intervista:

Fotografare è fin troppo facile: saper guardare e vedere, invece, è molto più difficile, in quanto non si tratta di un riflesso condizionato, ma è frutto di un serio lavoro di apprendimento. La disciplina è altrettanto importante della spontaneità e della sensibilità”.

Così la “meraviglia” e il disincanto dello sguardo di Marc Riboud, anche grazie alla ferrea disciplina e alla profondità dei suoi studi non sono soltanto una sorta di ingenuo incantamento, ma si trasformano anzi nell’esatto contrario: nella liberazione da ogni forma di incantamento collettivo, di illusione, di opinione precostituita, alla ricerca di nuovi veicoli di conoscenza delle cose. Riboud lascerà quindi la Magnum nel 1979, alla ricerca di nuove modalità di narrazione, diverse da quelle dell’agenzia di news che considera ormai stereotipate.

©Marc Riboud. Washington, D.C., 1967.  During a march on the Pentagon on October 21, 1967, to protest the war in Vietnam, Jan Rose Kasmir presented a wonderful picture of peace-loving American youth.
©Marc Riboud. Washington, D.C., 1967. During a march on the Pentagon on October 21, 1967, to protest the war in Vietnam, Jan Rose Kasmir presented a wonderful picture of peace-loving American youth.

Come nelle sue foto più famose qui esposte, da quella del pittore della Tour Eiffel a quella della ragazza che offre fiori ai poliziotti, Riboud, liberato ormai dall’obbligo di “arrivare per primo sull’evento” e di “documentare”, coglierà in tutto il suo lavoro quello che avviene “ai margini”: bambini, individui che circondano o assistono ai grandi avvenimenti, persone qualunque intente a mangiare riso o impegnate nelle loro attività quotidiane, forme geometriche che dividono gli spazi e moltiplicano le narrazioni proponendo diversi registri e nuovi percorsi di possibile lettura.

© CultFrame 09/2018

INFORMAZIONI
Mostra: Marc Riboud: Conscious traveller, concerned photographer
Dal 29 maggio al 14 ottobre 2018
Galerja Jacopic / Slovenska cesta 9, Ljubljana / Telefono: +386.1.4254096; +386.1.2412500 / galerija.jakopic@mgml.si
Orario: martedì – domenica 10.00 – 18.00 / Chiuso lunedì
Ingresso: intero 3 euro / ridotto 2 euro

SUL WEB
Marc Riboud – Il sito
Galerja Jacopic, Ljubljana