71° Locarno Festival, premi e commento

Frame tratto dal film di Yeo Siew Hua "A Land Imagined", Pardo d'oro al 71a edizione del Festival di Locarno
Frame tratto dal film di Yeo Siew Hua “A Land Imagined”, Pardo d’oro

L’edizione 2018 del Festival di Locarno si è conclusa con l’assegnazione del Pardo d’oro al film A land imagined del regista di Singapore Yeo Siew Hua, un verdetto non del tutto sorprendente per una giuria presieduta dal regista cinese Jia Zhang-ke che ha comunque ricompensato molte tra le opere più interessanti del Concorso internazionale, quali M di Yolande Zauberman (Premio speciale della giuria), Tarde para morir joven di Dominga Sotomayor (Pardo per la miglior regia) e Ray & Liz del britannico Richard Billingham cui è stata attribuita una Menzione speciale senz’altro meritata. Il Pardo per la miglior interpretazione femminile è andato alla formidabile e giovanissima Andra Guti per Alice T di Radu Muntean e quello per il miglior attore a Ki Joobong per Gangbyun hotel di Hong Sangsoo, ennesimo film corale per il maestro coreano qui impegnato in una meditazione crepuscolare sul distacco dal mondo di un protagonista alla fine della sua vita. Per quanto riguarda invece il Concorso Cineasti del presente, il Pardo d’oro va a Chaos di Sara Fattahi, il Premio per il miglior regista emergente a Dead horse nebula di Tarik Aktas e il Premio speciale della giuria a Closing time di Nicole Vögele. Menzioni speciali a Fausto di Andrea Bussmann e alla giovane militante Rose che è tra i personaggi di L’Époque di Matthieu Bareyre.

Il vincitore assoluto A land imagined è ambientato in una zona di Singapore artificialmente sottratta al mare, un lavoro portato avanti da un immenso cantiere e grazie a operai provenienti da tutta l’Asia, sfruttati e ricattati con la confisca dei passaporti. La scomparsa di un operaio cinese che ha sognato la propria morte e l’indagine di un detective che sembra partorito dal suo sogno stesso si mescolano in un affresco estremamente realistico ma al contempo onirico, tratti formali (e contenutistici) comuni ad altre opere in cui il racconto del reale implica l’attraversamento dei confini della coscienza e il ritorno del passato. Ciò accade in modo peculiare anche in Ray & Liz di Richard Billingham, che alterna due piani temporali per comporre il ritratto impietoso, struggente ma anche ironico, di una famiglia disagiata nei sobborghi di Birmingham.

Nel complesso, molto del cinema visto a Locarno 71 è apparso caratterizzato da temi ricorrenti attraverso cui è possibile ripercorrere il programma di quest’annata: in primis quello delle diseguaglianze sociali, di classe e sessuali (si veda M), al centro di molte opere premiate, e poi l’eterno ritorno del racconto di formazione amorosa e della perdita dell’innocenza (Tarde para morir joven e Alice T).

Ricchi e poveri oltre ad A land imagined e Ray & Liz, anche altri film ci hanno mostrato come la povertà e la ricchezza non siano solo ciò che possediamo o che ci manca, sono anche i nostri fantasmi, i nostri ricordi d’infanzia, i nostri sogni e i nostri incubi. In Ceux qui travaillent del giovane svizzero-sudafricano Antoine Russbach, in concorso nella sezione Cineasti del presente, Olivier Gourmet interpreta un uomo d’affari (quasi) senza scrupoli che perde il lavoro e deve ripensare le proprie responsabilità verso una vita famigliare comoda e agiata. Quando l’occasione di un nuovo impiego gli si presenta, il personaggio si ritrova di fronte a un problema di coscienza. C’è un bellissimo mediometraggio di Alain Guiraudie sulla fine del mondo operaio e sulla persistenza degli aneliti erotici e politici che s’intitola Ce vieux rêve qui bouge, quel vecchio sogno che ancora si muove. Rovesciando quel titolo, si potrebbe dire che il personaggio del film di Russbach, alla fine decide ispirato non da un vecchio sogno bensì da un vecchio incubo, l’incubo delle ristrettezze economiche, di una povertà vissuta come mostruosa e disordinata.

Frame tratto dal film di Richard Billingham  "Ray & Liz" , Menzione speciale
Frame tratto dal film di Richard Billingham “Ray & Liz” , Menzione speciale

Povertà virtuosa e bonaria, è invece quella celebrata da I feel good di Delépine e Kervern, i compagni della commedia sociale stralunata (quelli di Mammuth e di Louise Michel con cui si è chiuso il festival di Locarno. Si tratta di un Jean Dujardin movie in cui l’attore francese interpreta un fannullone che si sogna broker di Wall Street ma non ha neppure gli occhi per piangere e così cerca aiuto dalla sorella (Yolande Moreau, immancabile nei film della coppia) che gestisce un grande villaggio Emmaüs a Pau e gli offre ospitalità a patto che lavori. Nel villaggio, infatti, chi non ha nulla ma ha voglia di rimboccarsi le maniche ricicla e rimette a nuovo tutto ciò che la società dei consumi butta o dismette per poi rivenderlo a poco prezzo. Dujardin non ha nessuna intenzione di lavorare ma, convinto che chi è bello finisce anche per diventare ricco, coltiva il sogno di rendere tutti più belli tramite viaggi da lui organizzati in cliniche bulgare di chirurgia estetica. Ambientato tra i seguaci dell’Abbé Pierre che non sprecano, non spendono e si vestono con quel che c’è, il film è un omaggio a colui che con il suo sguardo buono, la barba missionaria, il taglio francescano, il giaccone da prete operaio e il bastone da pellegrino rappresentava per Roland Barthes l’archetipo visivo della santità. I feel good è un altro film sulle apparenze e le sostanze, sul monaco che fa l’abito e sull’abito che non fa il monaco.

Razzismi. La questione razziale, la violenza contro ciò che viene costruito e naturalizzato come “altro” è sicuramente uno dei temi preminenti della nostra contemporaneità. Dopo l’anteprima a Cannes, anche in Piazza Grande si è visto Blackkklansmen, ultima fatica di Spike Lee che si è anche aggiudicata il Premio del pubblico locarnese. Nell’America bianca suprematista che si aspetta molto dal fido Trump, Lee continua a raccontare le contraddizioni di una doppia coscienza che rivendica per sé sia l’orgoglio nero sia l’appartenenza agli Stati Uniti d’America, ovvero a un paese che si è costruito sulla conquista imperialista, sulla schiavitù e sui linciaggi (da brivido il cameo di Harry Belafonte che racconta un episodio storico).

In un mondo instabile, che procede rapidamente verso un futuro che spaventa, in cui le guerre, la povertà e le catastrofi ecologiche costringono alla mobilità dei popoli, l’Eldorado europeo brilla beffardamente come la metallina con cui vengono coperti i migranti appena sbarcati sulle coste italiane. Dopo l’anteprima mondiale alla Berlinale 2018, Markus Imhof ha accompagnato anche a Locarno il suo documentario Eldorado, che la Svizzera ha deciso di presentare come proprio candidato ufficiale per la corsa agli Oscar nella sezione Miglior film straniero. Il film è il diario del viaggio che il regista intraprende per capire cosa significa oggi cercare asilo in Europa a partire dal ricordo di Giovanna, la ragazzina italiana che trovò rifugio presso la famiglia Imhof durante la seconda guerra mondiale. Imhof si reca su quelle coste italiane dove il trattato di Dublino obbliga chi sbarca a presentare la domanda d’asilo e poi torna in Svizzera dove “i migranti dovrebbero cadere direttamente dal cielo perché la Svizzera sia riconosciuta come loro primo approdo”. Eppure i migranti ci sono, come Rahel che non è caduta dal cielo ma ha visto l’inferno per arrivare in Europa e ciò nonostante verrà respinta.

Frame tratto dal film di Yolande Zauberman "M", Premio speciale della giuria
Frame tratto dal film di Yolande Zauberman “M”, Premio speciale della giuria

È invece proprio dal cielo che piovono le entità “aliene” – pozze di gelatina nera puzzolente – nel villaggio francese in cui Bruno Dumont ha ambientato i quattro episodi della serie Coin Coin et lez’inhumains, seguito di P’tit Quinquin (2014). Sregolato sin dalla scelta di deformare il nome del protagonista, il film è sempre ambientato nei pressi di Calais, zona da cui provengono quegli ch’tis bersagliati dal campione d’incassi francese Giù al Nord (2008) e in cui si trova anche la famigerata “giungla” dove si accampano i migranti nella speranza di passare la Manica. Nel carrozzone semiserio e a tratti geniale di Dumont, le presenze “nere” calamitano l’attenzione delle sgangheratissime forze pubbliche, ma non si tratta tanto dei corpi pacifici e inoffensivi degli accampati, benché appena crescono incertezza e tensione le loro baracche vengano distrutte dai gendarmi inetti. La minaccia in Dumont è più astratta e profonda, è l’alieno, l’altro irriducibile e incomprensibile. E certo a sopire questa paura non bastano le ronde, per quanto violente e assassine, come in Wintermärchen di Jan Bonny, né quelle black-blanc-beur come la nazionale francese in Sophia Antipolis di Virgil Vernier (sezione Cineasti del presente). Anche lì, come nei film di Dumont, il vero orrore non viene dall’altrove ma ha il volto espanso e famigliare del sessismo quotidiano, di chi stupra e ammazza una ragazza o una bambina.

Violenze, dette o taciute. Come dimostra nel bene e nel male il fenomeno #metoo, lo stupro è un fenomeno strettamente legato al riconoscimento (di quanto ci accade e di quanto accade ad altri/e) e dunque al nesso tra riconoscimento-parola-silenzio. In quest’ottica è interessante confrontare due film tra loro molto diversi di due registe in concorso: il tedesco Alles ist gut di Eva Trobisch (vincitore del Premio per la migliore Opera prima di Locarno 71) e l’israeliano M di Yolande Zauberman. Il primo è una storia di diniego che rode la protagonista fino a farle perdere ogni contatto con la realtà (altro tema ricorrente nel concorso da Glaubenberg ad Alice T.). Il secondo è un viaggio negli inferi in cui la regista con camera a mano si addentra nei meandri della comunità ultraortodossa degli Haredim a Bnei Barak, alla periferia di Tel Aviv, con la guida di Menachem Lang, cantante e attore in alcuni film di Amos Gitai, che in quel luogo ha subito sin dalla più tenera età abusi sessuali da parte di diversi uomini adulti senza che questi pagassero mai per gli atti commessi. Il titolo è un omaggio al mostro di Düsseldorf di Fritz Lang, ma anche l’iniziale del nome di quest’altro Lang, Virgilio devastato che compie un doloroso ritorno a casa e, mentre dà voce alla propria storia (“I was a porno kid, like those women in concentration camps…”), incontra sul proprio cammino tanti che come lui hanno subito abusi sessuali nell’infanzia. La denuncia pubblica da parte di Menachem di quanto ha subito, lo rende infatti una presenza indesiderata a Bnei Barak ma allo stesso tempo il canale attraverso cui alcuni confidano esperienze mai dette. Progressivamente si scoperchia un verminaio, la parola finisce per rivelare l’estensione delle violenze e il meccanismo che le moltiplica pascendo nel silenzio e nei valori di una comunità patriarcale chiusa e ripiegata su se stessa in cui nessuno oserebbe mai denunciare un proprio parente o un rabbino.

Boy (girl) meets girl (boy). In una chiave più leggera, nell’anno in cui il Festival ha dedicato la sua retrospettiva a Leo McCarey autore, tra gli altri, di grandi romance come Un grande amore (1939) e Un amore splendido (1957), molte sono state le opere del concorso principale che non disdegnavano di misurarsi con l’eterno paradigma dell’incontro amoroso attraverso modi e forme diversi.

Sibel, per esempio, della coppia turco-francese Çağla Zencirci e Guillaume Giovanetti, racconta il mutare di un personaggio attraverso l’irruzione nella sua vita di uno sguardo “altro”. Lei è una ragazza selvaggia che vive in un villaggio isolato tra le montagne sopra il Mar Nero, dà la caccia a un misterioso lupo e comunica unicamente con una lingua ancestrale fatta di fischi; lui un fuggitivo ferito, minaccioso, forse un terrorista, con occhi capaci di svelarle un nuovo mondo. Dal canto suo, Abbas Fahdel (già autore di Homeland. Iraq Anno Zero), con il suo limpidissimo Yara, filma in modo bressoniano la quotidianità di una ragazza che vive con la nonna in una vallata del Libano cristiano. La sua vita viene turbata dall’arrivo di un ragazzo pronto a innamorarsi di lei ma anche determinato a cercare fortuna molto lontano da quei luoghi incantevoli ormai spopolati.

Frame tratto dal film "Genèse" di Philippe Lesage
Frame tratto dal film “Genèse” di Philippe Lesage

A volte, il lui e la lei non sono destinati ad amarsi, come i due fratelli incestuosi di Glaubenberg di Thomas Imbach. Altre volte, non si tratta di lui e lei ma di lui e lui come in Mario, uno dei pochi film a tematica gay visti a Locarno quest’anno. Presentato nella sezione dedicata al cinema svizzero, il film racconta una storia d’amore nell’ambito del calcio dove i rapporti amorosi tra uomini sono ancora un tabù e dunque chi aspira alla serie A può solo rinunciare a vivere la propria vita e servirsi di una donnina di facciata. Sovente l’incontro amoroso si colloca nella cornice di un racconto di formazione, sia esso tardivo, come nel caso dei quarantenni incapaci di coltivare rapporti sentimentali duraturi de L’Ospite di Duccio Chiarini, sia esso classicamente adolescenziale come in Genèse di Philippe Lesage. Il regista quebecchese compone un dittico sul primo amore che modula e rimodula i topoi della narrazione sentimentale giovanile attraverso un lavoro sulle variazioni di tonalità emotiva. La prima parte del film segue in alternanza le vicende di due fratelli, Guillaume e Charlotte: lui frequenta una scuola privata e si innamora del suo migliore amico, lei si ritrova completamente destabilizzata dalla crisi del suo rapporto di coppia. Nella seconda parte del film si dipana la cotta del preadolescente Félix dal primo all’ultimo giorno di un campo estivo. Le due parti sono indipendenti ma in realtà, chi avesse visto il precedente film di Lesage, Les démons (2015), potrà riconoscere tra i personaggi, principali e comprimari, elementi di raccordo altrimenti invisibili sia interni all’opera sia tra i due film di cui questo secondo si rivela metà prequel e metà sequel… ma forse è solo un gioco, un’illusione? Di certo, come dimostra anche il Pardo d’oro 2018, è proprio questa la materia del cinema…

© CultFrame 08/2018

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