Paesaggi come un volto. A Roma le opere del fotografo britannico Charles March

© Charles March. 2014-04-15 07:20:21
© Charles March. 2014-04-15 07:20:21

Scriveva Jorge Luis Borges che un uomo si propone di disegnare il mondo e negli anni popola uno spazio con immagini di montagne, di baie, di isole, di dimore, di cavalli e persone. Infine scopre che “quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”. Tale pensiero ci appare molto confacente al fotografo inglese Charles March, duca di Sussex, assistente di scena di Kubrick, di cui è in corso una mostra antologica nella Galleria del Cembalo a Roma. L’esposizione merita indubbiamente una visita e si connota per la sua “intensità”.

Agli still life, originali e raffinatissimi nella precisione del banco ottico, risalenti alla sua carriera di fotografo pubblicitario, premiato e conosciuto nelle più importanti agenzie internazionali, sono affiancati i progetti più recenti, con stampe di grande formato di fotografie di paesaggio, altrettanto eleganti e assolutamente distanti da qualsiasi pressione modaiola. Si tratta di immagini quasi “acquerellate”, così realizzate in fase di scatto, attraverso una personale tecnica di movimento, elaborata dall’autore col preciso intento di trasmettere le sue emozioni. I richiami colti a Durer e Turner sono immediati, così come alle istanze Futuriste tradotte col movimento della fotocamera.

© Charles March. Ice House Copse 3 (2008)
© Charles March. Ice House Copse 3 (2008)

È una mostra di paesaggi che March vede non dinanzi a sé ma dentro di sé. Le sagome che delinea sembrano tratteggiate dalla memoria, come intraviste ad occhi chiusi. Ciò che il fotografo inglese ha percepito nella sua contemplazione si è incarnato nelle immagini. Esse non registrano l’esistente, ma la rappresentazione di esso nella mente dell’autore. Lo spazio percepito è divenuto spazio rappresentato.

Ciò che qui ci interessa sottolineare è che quella di March è una fotografia meditativa, che riporta alla coscienza luoghi imprecisati, senza confini, in cui ciascuno può riconoscersi. March ha imbastito un dialogo con la luce, l’ombra, il mare, il vento, la nebbia, gli alberi e ci si è immerso totalmente, componendo quasi degli “haikù” visivi, traduzione precisa del suo sguardo, della sua riflessione personale, del suo profondo sentire. E’ come se egli visitasse i luoghi lasciando risuonare in sè gli echi artistici e poetici che quegli spazi richiamano e a cui rimandano e li restituisse in forma lirica.

Il risultato è pregevole. Contorni labili come quelli dei ricordi, nell’aria si percepisce come un tremolio che rende ogni cosa instabile, vacillante, i bagliori, i riflessi sulle onde racchiudono un battito cardiaco intimo e segreto, sembrano animarsi di un respiro a volte più lento, a tratti più affannoso. Ci appaiono come immagini di una poesia privata e raccolta, animate da un silenzio che è voce dell’anima. Esse sono lo spazio/tempo del suo intimo rifugio.

Possiamo cogliere una visione algida, aristocratica, frantumata, la cui ricomposizione è affidata alla luce, al pulviscolo aurorale che dipinge sul sensore, in un lento e laborioso percorso di liberazione dai canoni tradizionali, capace di veicolare i più profondi stati emotivi.

È un dialogo, dunque, che delinea una mappa psico-geografica dell’autore e consente di esplorarne l’interiorità, ponendo interrogativi più che fornire risposte. In ciò risiede una certa freschezza del suo sguardo e della ricerca, poiché le reazioni di March all’osservazione del mondo sembrano improntate a una malinconica meraviglia.

© Charles March. PARHAM 2
© Charles March. PARHAM 2

Infine, vediamo acque, scogliere, tramonti, colline, ma c’è tutto il fuori campo che ci coinvolge, poiché ci sembra di udire il suono della risacca, il sibilare del maestrale nella luce del nord.

Siamo dinanzi a uno sguardo autoriale che riporta immediato il legame con la poesia e con la musica. E’ poesia l’immagine dell’albero che eleva i rami contorti, imploranti o urlanti verso un cielo incolore. E’ un urlo silente quel lampo in campo nero; sono versi intrisi di malinconia quegli alberi scossi dal vento o immobili nella nebbia. E’ musica quella che proviene dall’agitarsi dei cespugli tra le dune, dallo sciabordio delle onde, la luce del tramonto che dilaga e invade la mente. Non è un caso che il catalogo della mostra sia stato realizzato in uno tra March e il poeta scozzese Ken Cockburn.

L’odore di mare e quella brezza intrisa di sabbia e salsedine ci restano dentro dopo aver varcato la soglia d’uscita della galleria. Per collocarsi sulla stessa lunghezza d’onda occorre un cuore semplice, nel senso espresso da Costantin Brancusi “semplicità come complessità risolta”. Di chi cioè ha imparato a distinguere l’essenziale e il transitorio.

© CultFrame 06/2018

INFORMAZIONI
Charles March. Fotografie 1980-2017
Dal 25 maggio al 30 giugno 2018
Galleria del Cembalo / Palazzo Borghese / Largo della Fontanella di Borghese 19, Roma / info@galleriadelcembalo.it / Telefono: 06.83796619
Orario: mercoledì – venerdì 15.30 – 19.00  / sabato: 11.00 – 19.00 / oppure su appuntamento / Ingresso libero

SUL WEB
Il sito di Charles March
Galleria del Cembalo