Doppio amore. Un film di François Ozon

François Ozon“Nessun uomo può, per un tempo considerevole, portare una faccia per sé e un’altra per la moltitudine, senza infine confonderle e non sapere piú quale delle due sia la vera”. L’uno e l’altro sono opposti ma identici, si sovrappongono perfettamente pur rimanendo l’espressione di un paradosso irrisolvibile: François Ozon prova ad attraversarlo, con una storia che parla di doppiezza fin dal titolo, coinvolge il pubblico in un thriller psicologico che ha il ritmo del dubbio che non riesce a placarsi, ma rimane invischiato nella sua stessa complessa costruzione che oscilla continuamente tra la serietà e il ridicolo senza mai prendere una direzione precisa.

La sua protagonista Chloé, è una giovane donna che soffre di incessanti dolori al basso ventre, molto probabilmente di natura psicosomatica. Le viene suggerito di rivolgersi a uno psicoterapeuta per capirne l’origine: è così che conosce Paul, uno psicologo che sembra davvero in grado di guarirla. Tra loro il transfert si manifesta immediatamente, con una rapidità che mette fine alle sedute e dà inizio a una relazione amorosa. È questo il momento in cui si percepisce chiaramente che la storia, così come immaginata da Ozon nel suo libero adattamento dal racconto Lives of the Twins”di Joyce Carol Oates, sta cambiando direzione per trasformarsi in qualcos’altro. Chloé, infatti, scopre che Paul ha un gemello di cui non le ha mai parlato, Louis. È uguale a lui nell’aspetto e nel lavoro (è uno psicoterapeuta), ma il suo contrario in tutto il resto: ha un atteggiamento aggressivo e invadente che si riflette nel suo particolare modo di fare “terapia”. Gli incontri tra Louis e Chloé sono di natura sessuale: con lui conosce la disinibizione e scopre un lato di sé che aveva tenuto sopito. Lo odia ma non riesce ad allontanarsene, e la stessa cosa le accade con Paul, l’uomo gentile che le aveva insegnato l’amore romantico e la fiducia. Chloé perde a poco a poco la propria identità acquisendone un’altra. Dentro di lei i sentimenti si fanno sempre più confusi e complessi, come rappresentato dalle opere in mostra nel museo in cui lavora come maschera: se all’inizio sono armoniche ed equilibrate, con l’aumentare del suo delirio psicologico diventano sempre più organiche e astratte, quasi mostruose. françois ozon

Diventa (volutamente) difficile distinguere tra il piano della realtà e quello dell’immaginazione più perversa: allo spettatore viene chiesto di mantenere alta la soglia di attenzione per cogliere questi repentini movimenti della storia, ma ciò che si perde è il tema del doppio che sembra sempre più trasformarsi in un escamotage per raccontare altro. Il parossismo di Chloé che, oltre all’inibizione perde anche qualsiasi forma di lucida razionalità, è la leva che trasforma il racconto in una narrazione oscura che scava nelle ombre dell’erotismo femminile declinandolo in una esasperata quanto superata definizione di isteria. Tutto ciò non impedisce al thriller psicologico di funzionare per l’intera durata del film, almeno a livello strutturale, ma è costante la sensazione di un rumore di sottofondo sordo eppure stridente: che cosa ci sta dicendo Ozon della psicologia femminile e delle sue problematiche? È una lettura ragionata o c’è un’intenzione antiquata e superficiale che sottintende alla sua scrittura? In parole povere: è serio o ci sta prendendo in giro?

françois ozonL’idea di un divertissement è difficile da escludere completamente considerando l’acutezza della sua filmografia precedente e la ricchezza di riferimenti più o meno espliciti (da David Cronenberg e Roman Polanski fino a Brian De Palma), ma se così fosse si perderebbe molto di un’esperienza visiva che avrebbe potuto dire di più e meglio. Il parallelismo continuo e a volte insistito tra l’identità e la sessualità, come dichiarato fin dall’immagine di apertura, perde di rilevanza quando affrontato con eccessiva leggerezza, ed è un problema che si ripercuote anche sul finale, con un tentativo di ricongiunzione al concetto di doppio attraverso il tema del “fetus in feto” o sindrome del gemello parassita. Ma è troppo tardi per tornare indietro o per cambiare, ancora una volta direzione.

Forse la sensazione di dubbio costante, non rispetto alla trama quanto alle scelte stilistiche e formali, è un effetto voluto, l’ennesimo riflesso in uno dei tanti specchi che Ozon ha disseminato un po’ ovunque. Peccato solo che non ci permetta in alcun modo di capire dove siamo posizionati noi e perché.

© CultFrame 04/2018

TRAMA
Chloé, giovane donna tanto bella quanto fragile, inizia un percorso di psicoanalisi presso lo studio di Paul. I due finiscono per innamorarsi, ma il loro idillio si spezza quando Chloé scopre che Paul le ha nascosto il fatto di avere un fratello gemello, Louis, identico nell’aspetto ma molto più aggressivo e rude. Nel tentativo di capire cosa stia accadendo, Chloé finirà per smarrirsi e scoprire una verità molto più devastante che la riguarda personalmente.


CREDITI
Titolo: Doppio amore / Titolo originale: Amant Double / Regia: François Ozon / Sceneggiatura: François Ozon / Montaggio: Laure Gardette / Fotografia: Manu Dacosse / Musica: Philippe Rombi / Scenografia: Sylvie Olivé / Interpreti: Marine Vacht, Jérémie Renier, Jaqueline Bisset, Myriam Boyer, Dominique Reymond / Produzione: Mandarin Production, Foz, Mars Films, Playtime, France 2 Cinéma, Scope Pictures / Paese: Francia, 2017 / Distribuzione: Academy Two / Durata: 107 minuti.

SUL WEB
Filmografia di François Ozon
Academy Two