Universi privati e senso di perdita. Due mostre indagano a Roma il tema dell’abitare

© EVOL. Caspar-David-Friedrich-Stadt I-V, 2009
© EVOL. Caspar-David-Friedrich-Stadt I-V, 2009

Quali ragioni, quali dinamiche fa muovere nella nostra psiche e nella nostra creatività il concetto di abitare, il legame con un luogo? La questione dell’Abitare suscita una riflessione filosofica sul nostro essere, fornendo anche precise chiavi interpretative della situazione storico-sociale. L’argomento è sempre più al centro del dibattito e della creazione artistica di questi anni in cui appare sempre più precario, aleatorio e sfuggente il rapporto dell’individuo con tutto quanto era finora considerato punto fisso, immutabile: la propria terra, la propria casa, la famiglia, il lavoro. Ne deriva lo spaesamento, il sentirsi “altro” rispetto a una realtà che muta con velocità crescente, il disperato tentativo di interrogarsi sulle perdute radici e sulla realtà stessa, di cui sfuggono ogni significato o chiave interpretativa.

Nella riflessione su tali temi risulta importante il contributo fornito al dibattito sugli ‘spazi’ dai maestri dell’architettura, tra la ‘casa a misura d’uomo ‘ di Le Corbusier, la ‘casa organica’ di Wright, perfetta sintonia tra costruzione e ambiente, interno e esterno, e ‘l’architettura disegnata’ di Purini, pensata senza persone, geometria pura con le sue piazze deserte e prive di vita. Meno accademica e strettamente contemporanea è la casetta Ikea immaginata per i rifugiati, pieghevole, in plastica riciclata, portatile e sostenibile.

È proprio della Fotografia interrogarsi su categorie di spazio e tempo. Qual è lo scopo di una casa? Fornire sicurezza, privacy, dignità, garantire momenti e spazi privati. Cosa trasforma un alloggio in una casa? La presenza di tracce, effetti personali, ricordi di una vita precedente, un mondo fatto di trame esistenziali, intessuto di silenzi, gesti, abitudini, tradizioni familiari, profumi, sorrisi, abbracci, umane connessioni: un’intimità che disegna i confini identitari del singolo e della sua famiglia, custodendo la sua memoria privata.

È un territorio estremamente fecondo per le arti visive. C’è uno sconfinato immaginario visuale di un mondo ‘minore’ e silenzioso, di luoghi segnati sulle mappe emotive dei singoli. “Costruire una propria strada attraverso gli indefiniti contorni mentali della memoria è il suggerimento poetico di Ghirri (da un’intervista a Marco Belpoliti del marzo 1984). E in quale luogo ciò è più possibile se non nel posto in cui ci sentiamo a casa?

© Lorenzo Castore. Fontenay-Mauvoisin, Francia, 2011
© Lorenzo Castore. Fontenay-Mauvoisin, Francia, 2011

Non si tratta qui di nostalgia intesa come dolore del ritorno, ma come amore di un tempo passato dall’impossibile ritorno. E’ quel sentimento che investe non il luogo ‘casa’, ma il tempo vissuto in quel luogo, il tempo che assume la forma di quello spazio, reso “altro da sé”, una sorta di fermo-immagine nell’intento di fermarne la trasformazione e la decadenza.

La poetica dello spazio e quella dell’assenza sfaldano la retorica della storia universale, sostituendo al tempo collettivo quello individuale. Le immagini che originano da tale ricerca si collocano in una posizione di discontinuità rispetto alla rappresentazione del mondo ‘eroico’. Gli oggetti ritratti nella ‘casa’ di ciascuno non sono più però anonimi, divenendo icone dell’oltre, intessute di impalpabili sentimenti, incentrate nella memoria di un tempo dell’incanto in cui è dato ri-conoscersi. È da quel dolore del vuoto, da quello spazio pieno di un tempo privato ormai impossibile che nasce una creazione poetica, letteraria o artistica che sia.

Il tema, attualissimo, è a l centro di due mostre ancora visibili a Roma. Alla Galleria del Cembalo Ultimo domicilio di Lorenzo Castore e Housing di Evol dialogano sui rapporti con il luogo che/dove si abita, con il rapporto esterno-interno e con quello tra ricordo, finzione e riproducibilità all’infinito dei luoghi.

Nelle 12 opere esposte, tratte dal libro omonimo a cura di Laura Serani, Castore ha lavorato in case silenziose, dove la vita sembra svanita e dove tutto riflette i desideri, le aspirazioni, gli affetti e i ricordi. Castore spazia tra molti luoghi, cercando tracce di molte vite; alcune note all’autore ma rivissute, trasfigurate e ricomposte nel ricordo come la casa fiorentina dei suoi nonni, altre ricostruite o immaginate attraverso il rapporto tra gli spazi pieni (di oggetti)/vuoti (di esistenze) degli ambienti. È così per la residenza dei Bertolucci a Casarola, o per la casa newyorkese di Adam Grossman Cohen, filmmaker figlio del  fotografo Sid, che genera un senso di bellezza pura e metafisica ma anche di perdita ed inadeguatezza.

Se Castore crea con i suoi lavori una poetica che fa femergere l’empatia con gli ambienti e i fantasmi che ancora vi albergano, lo street artist  berlinese Tore  Rinkveld, in arte Evol, indaga il tema dell’abitazione non come luogo del vissuto privato, ma come elemento di scansione di spazi complessi, nell’ossessiva serialità degli anonimi caseggiati popolari dell’ex Germania Est. Il grafismo delle facciate, ripetute all’infinito, fa ipotizzare arredi industriali e dozzinali, identici gli uni agli altri, privi di identità come gli umani che occupavano gli stessi spazi; e l’interno diventa simile all’esterno – indistinguibile se non per le diverse dimensioni – nell’installazione dove l’artista gioca con vecchi armadi metallici da ufficio trasformandoli negli stessi quartieri residenziali ripetitivi e degradati delle periferie da cui sono stati prelevati.

Dell’abitare incerto. Opere esposte al Geothe Institut di Roma di Vittorio Messina, Andreas Lutz e Ulf Aminde
Dell’abitare incerto. Opere esposte al Geothe Institut di Roma di Vittorio Messina, Andreas Lutz e Ulf Aminde

Nella mostra del Goethe Institut, scrive il curatore Valentino Catricalà, “abitare non è inteso solamente nel mero significato linguistico di vivere in un luogo fisico, quanto nell’accezione filosofica sintetizzata da Martin Heidegger con:Il modo in cui i mortali vivono sulla terra”. E il modo di vivere si fa qui frontiera, “frammento di congiunzione tra due o più mondi,” possibilità diverse di rappresentare il nostro incerto abitare.

Vittorio Messina, con Habitat con varchi in una regione piovosa presenta una nuova versione site-specific delle sue “celle”, emblema dell’instabilità dell’abitare, margine tra le dimensioni razionali e animali. In Wutburger, Andreas Lutz indaga un abitare interiore, esponendo se stesso in una lunga video-performance dove, rinchiuso in un box, sbraitando e denudandosi, inveisce contro il mondo intero ma prima di tutto, forse, contro se stesso. In Weiter, video di Ulf Aminde che conclude la mostra, l’abitare incerto va tra le classi più emarginate (un gruppo di street-punk) riuscendo a farsi giocoso anche tra le abitazioni fatiscenti e le vite precarie dei protagonisti. L’emarginazione, da decadimento come nell’opera di Andreas Lutz, torna qui situazione primigenia,  condizione  esistenziale normale e accettata da alcune fette marginali di popolazione occidentale.

© CultFrame 03/2018

INFORMAZIONI

Mostre:
Lorenzo Castore – Ultimo domicilio / A cura di Mario Peliti e Laura Serani
Evol – Housing / A cura di Donatella Pistocchi e Alessia Venditt
Dall’ 8 febbraio al 31 marzo 2018
Galleria del Cembalo / Largo della Fontanella di Borghese 19, Roma
Orario: mercoledì – venerdì 15.30 – 19.00 / sabato: 11.00 – 19.00 / Ingresso libero

Mostra: Dell’abitare incerto – Vittorio Messina, Andreas Lutz, Ulf Aminde / A cura di Valentino Catricalà
Dal 15 febbraio al 29 aprile 2018
Kunstraum Goethe / Via Savoia 15, Roma

SUL WEB
Il sito di Lorenzo Castore
Il sito di Vittorio Messina
Il sito di Andreas Lutz
Il sito di Ulf Aminde
Galleria del Cembalo, Roma

Goethe Institut. Abitare. Un punto di vista trasversale