Identità, memoria e destino dell’uomo. Una riflessione sulla rassegna Foto/Industria, Bologna

© Mitch Epstein. American Power. Centrale a carbone Amos, Raymond, West Virginia, 2004. Courtesy the artist and the Walther Collection Neu-Ulm, Germany and New York
© Mitch Epstein. American Power. Centrale a carbone Amos, Raymond, West Virginia, 2004. Courtesy the artist and the Walther Collection Neu-Ulm, Germany and New York

“Viviamo in una società che non ha più immagini adeguate. Se non troviamo immagini adeguate alla nostra civiltà e un linguaggio adatto con cui esprimerle ci estingueremo come dinosauri”. Le parole del cineasta Werner Herzog, citate da Richard Mosse nel lavoro Heat maps (presentato al Photolux di Lucca) si intersecano con la riflessione originata dalla visione delle mostre di  Foto/industria allestite a Bologna, innescando una miriade di interrogativi su temi più generali quali identità, memoria, destino dell’uomo.

Secondo Zygmunt Bauman, nelle sue ricerche sui temi della stratificazione sociale e del movimento dei lavoratori, l’incertezza che oggi attanaglia la società moderna deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori; da tale smantellamento delle sicurezze deriva una vita liquida, sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi esclusa. L’omogeneizzarsi indica un processo di assorbimento passivo di consuetudini e modelli culturali prevalenti in un dato contesto sociale, talvolta tramandati tra le generazioni senza alcuno spirito critico. Il passo successivo è la spersonalizzazione e l’alienazione. Il fallimento delle grandi ideologie del Novecento ha reso impossibile la pretesa di verità assolute. Dinanzi al disfacimento della società liquida, in un mondo che va in frantumi, l’uomo si chiede con maggiore urgenza di sempre: chi sono io?

Si impone qui il tema dell’identità, non a caso collocato al crocevia delle scienze sociali, interessando trasversalmente tutte le discipline. Discuterne ci permetterà di orientarci nell’apparente labirinto in cui siamo. In psicanalisi, l’identità indica il senso e la consapevolezza di sè come entità distinta dalle altre e continua nel tempo, mette cioè a fuoco un nucleo invariante dell’individuo, un’entità spirituale non scomponibile, permanente e coerente, in rapporto di continuità temporale tra ‘eventi’ fisici e mentali, riferita in particolare alla memoria. È rappresentata dalla personalità, la conoscenza di sé, lo stile di vita, il comportamento. L’identità di un individuo è la somma dei ruoli che copre e delle caratteristiche quali età, stato civile, professione, classe sociale, reddito. Esiste poi un’identità collettiva dei gruppi etnici e delle nazioni, i cui confini assumono un carattere rispettivamente sociale e territoriale/giuridico.

© Michele Borzoni. concorso per l'assunzione di 40 storici dell'arte da parte del Ministero per i Beni Culturali. 1550 candidati si sono iscritti all'esame presso la Nuova Fiera di Roma. © Michele Borzoni / TerraProject
© Michele Borzoni. concorso per l’assunzione di 40 storici dell’arte da parte del Ministero per i Beni Culturali. 1550 candidati si sono iscritti all’esame presso la Nuova Fiera di Roma. © Michele Borzoni / TerraProject

Anche l’identità è fluida, a seguito della progressiva perdita dei rigidi confini identitari (culturali, religiosi, etnici) della società post-moderna.  Ciò significa che le identità collettive si basano su processi di inclusione e di esclusione, che distinguono ‘noi’ da ‘loro’. Anche il senso di continuità e di permanenza nel tempo rappresenta una caratteristica rilevante, in quanto riferita alla costruzione di una memoria storica, basata sull’elaborazione di miti, simboli, riti celebrativi e commemorativi, comuni.

L’identità è strettamente legata al concetto di visione, immagine, conoscenza; è espressione della straordinaria capacità umana di pensare, essere coscienti ed autocoscienti. Se costruire l’identità, privata e collettiva, implica l’atto del vedere, dovremmo gioire perché una delle caratteristiche più evidenti della “contemporaneità” è la crescente tendenza a visualizzare cose di per sè non visive, complice anche la capacità tecnologica di rendere visibile ciò che l’occhio nudo non vede, fondamentale nell’era dell’informazione. Eppure la proliferazione di immagini fa annegare in un mare di indifferenza problemi enormi, che richiedono di essere almeno visti, se non risolti. Il tema è il ruolo della fotografia, la necessità di trovare immagini adeguate, cioè proporzionate, convenienti, giuste.  L’interrogativo – una sorta di terremoto violento che stenta a placarsi – è posto da Mosse nel video citato: “come possiamo mantenere caldi questi temi?”

Nelle mostre sul tema del lavoro di Foto/Industria (Bologna) le immagini non solo documentano, ma pongono interrogativi sulle “magnifiche sorti e progressive” dell’industria, del lavoro, delle ideologie e del futuro dell’umanità.

© Thomas Ruff, Jpeg CO01, 2005. Dalla serie "JPEG". © Thomas Ruff, by SIAE 2017. Courtesy the artist and Lia Rumma Gallery
© Thomas Ruff, Jpeg CO01, 2005. Dalla serie “JPEG”. © Thomas Ruff, by SIAE 2017. Courtesy the artist and Lia Rumma Gallery

Così per Thomas Ruff le macchine industriali sono i soggetti di “ritratti” inseriti  tra misteriose macchie bianche, visioni di antiche fabbriche e fantasmi di chi vi ha lavorato; al contempo gli esseri umani, nei volti privi di nitidezza, sembrano macchine essi stessi. Il paesaggio si configura attraverso pixel ingranditi, che in forma vaga e liquida definiscono l’identità del rappresentato. Joan Fontcuberta, stavolta nel ruolo di curatore e non di inventore di paesaggi immaginari,  indaga il rapporto realtà/finzione in un archivio sovietico finora sepolto, relativo a  un’impresa spaziale fallita, dove la presunta “verità” fotografica è piegata ad una costruita verità di regime.

Del lavoro come era, dell’orgoglio di appartenenza, delle lotte in difesa della sua dignità non rimangono che le tracce, nelle foto ormai d’epoca di Rodchencko, Lee Friedlander e Mimmo Jodice.  Oggi esso non può che essere raffigurato come in “Forza lavoro” di Michele Borzoni: stanzoni vuoti di aziende dismesse, enormi scaffali tra cui si muovono robot/individui senza volto, uomini irriconoscibili e non distinguibili dalle scrivanie dei call-center di cui sembrano essere parte.

I danni all’ambiente provocati dalla ricerca di fonti energetiche negli USA trovano una tragica fascinazione estetica nelle immagini di Mick Epstein, mentre le magistrali panoramiche di Josef Koudelka trasfigurano i paesaggi industriali dismessi, facendo loro assumere un carattere surreale, con toni quasi onirici, che travalicano ogni scontata denuncia sociale. Per Mathieu Bernard-Reymond il lavoro si è come liquefatto. Sono piccoli dettagli molto ingranditi a costituire le immagini. Qui la forma si riempie di significato: possiamo forse dire che il lavoro sia solo un dettaglio nella vita di un essere umano? Anche quando è poco, il lavoro definisce la sua identità sociale.

La Fotografia a Bologna ha svolto la sua funzione con intelligenza e modernità.  Restano tanti interrogativi: dove sono oggi la coscienza politica e l’impegno sociale? Prevale ormai una cecità collettiva? Agli artisti resta il compito di restare umani creando immagini adeguate, di far camminare le idee di giustizia e libertà, nell’impermanenza di tutto ciò che passa, sulle gambe di altri uomini che guarderanno.

© CultFrame 12/2017

SUL WEB
Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro – Il sito

 

Lascia un Commento

Il tuo intervento è importante per noi, assicurati soltanto di rispettare alcune regole sui commenti.

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>