Human Flow. Un film di Ai Weiwei

Ai WeiweiQuando un artista visuale (ma ciò vale anche per registi cinematografici), per di più molto famoso a livello internazionale, si incaponisce nell’effettuare operazioni creative di alto profilo politico-sociale e che abbiamo una risonanza mondiale, a causa dei significativi temi trattati, di solito il risultato è discutibile, in alcuni casi decisamente scadente.

Le arti visive (cinema, fotografia, video), perfino quando vengono collocate nell’ambito del documentarismo, sono allergiche al “politicamente corretto” e alla profondità contenutistica, a meno che dietro il dispositivo ottico si trovi un autore in grado costruire un impianto creativo e narrativo che non si faccia dominare totalmente dalle tematiche che dovrebbe comunicare. In tal senso, Human Flow è emblematico, anzi rappresenta un caso di studio interessante riguardo quanto asserito fino ad ora. Autore di questo documentario è il super celebrato artista cinese, con studio a Berlino, Ai Weiwei.

Il cuore contenutistico di questo film è di estrema attualità e anche assolutamente condivisibile sul piano sociale, umano, financo politico: il gigantesco e tragico problema dei migranti che arrivano in Europa (e non solo) in molte occasioni in fuga da rovinosi conflitti e nella speranza di una vita migliore.

Ebbene, di fronte a cotanto argomento la tentazione che coglie il critico è quella di arretrare, di lasciar spazio alla profondità del concept, in sostanza di rinunciare allo spirito del proprio mestiere: analizzare e cercare di capire fino in fondo un testo senza guardare in faccia nessuno. Noi però ci proveremo.

Iniziamo dalle scelte registiche e visive di Ai Weiwei. Lo spettatore si trova in presenza di un’architettura formale di rara banalità, caratterizzata da un presunto modernismo tecnologico infinitamente ingenuo. L’artista cinese si diletta a riprendere orde di disperati in mezzo al fango o in una tendopoli nel deserto con un meraviglioso smartphone ultimo modello (a parte la videocamera di ordinanza gestita dalla troupe). Non capiamo il senso di quest’operazione e neanche il motivo per cui Ai Weiwei abbia scelto di montare nel suo film innumerevoli inquadrature in cui è ripreso nell’atto di filmare “l’altro” con il suo magico cellulare. Ma su questo aspetto torneremo in un secondo momento.

Ai Weiwei

Human Flow è caratterizzato, inoltre, da un uso continuo di inquadrature dall’alto, probabilmente realizzate con l’utilizzazione di droni, che sembrano essere strizzatine d’occhio ai cinéphiles. La cosiddetta “istanza narrante” (o “sguardo divino”) si palesa in continuazione ma non con la forza morale e sovversiva delle immagini delle opere di Werner Herzog bensì con l’atmosfera della bella inquadratura dalla natura quasi estetizzante. E anche quando, improvvisamente, nel flusso del racconto emerge un’immagine registicamente potente tale forza viene distrutta dall’apparizione continua e inutile di didascalie descrittive e divulgative, spesso superflue. All’interno di questa corrente di frame, poi, si presentano costantemente volti di esperti internazionali (che non dicono mai nulla di realmente significativo) e inquadrature estremamente scolastiche in stile fotografia documentaria.

Dal punto di vista della narrazione, il problema più ingombrante di Human Flow riguarda l’enorme pastone contenutistico sul quale è basato, pastone in cui è collocato tutto e il contrario di tutto. Dentro questo garbuglio caotico di argomenti, l’unica certezza è quella di vedere Ai Weiwei entro i bordi delle inquadrature: mentre si trova in riva al mare, mentre cammina sotto la pioggia, mentre segue dei migranti, mentre si fa rasare la testa a zero, mentre scherza con un profugo, mentre cucina della carne alla brace, mentre assiste una donna che si sente poco bene, mentre partecipa a una conferenza stampa, mentre segue la sua troupe, mentre intervista qualcuno, mentre…

Risultato di questa nostra analisi? Cercheremo di essere sintetici. La povertà, il disagio sociale, le guerre, l’emarginazione sono questioni aperte e importantissime. Vanno trattate con attenzione e fuori da ogni stereotipo, al di là degli stilemi della comunicazione contemporanea e, soprattutto, non perdendo di vista l’estetica (non l’estetizzazione): ovvero la raffigurazione creativa, e in questo caso visiva, dei sentimenti (soggettivi) che si generano nell’esperienza della percezione.

© CultFrame 09/2017

TRAMA
Ai Weiwei uno dei più famosi artisti cinesi costrusce un complesso e gigantesco mosaico visivo narrativo intorno al tema della migrazione dei popoli. Dall’Iraq alla Francia, dalla Macedonia all’Ungheria, fino all’Italia meridionale e alla Grecia il suo personale viaggio nella disperazione umana si sviluppa come un insieme di quadri del dolore.


CREDITI

Titolo: Human Flow / Regista: Ai Weiwei / Fotografia: Ai Weiwei / Murat Bay, Christopher Doyle, Huang Wenthai, Konstantinos Koukoulis, Renaat Lambeets, Li Dongxu, Lv Hengzhong, Ma Yan, Johannes Waltermann, Xie Zhenwei, Zhang Zanbo / Montaggio: Niels Ragh Andersen / Musica: Karsten Fundal / Produzione: Ai Weiwei, Human Flow, AC Films, Participant Media / Distribuzione: Rai Cinema / Paese: Germania, 2017 / Durata: 140 minuti

SUL WEB
Filmografia di Ai Weiwei
Mostra Internazionale del Cinema di Venezia – Il sito
Rai Cinema

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