Mektoub, My Love: Canto Uno. Un film di Abdellatif Kéchiche. 74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Concorso

Abdellatif KechicheCome disse un giorno Sabrina Ferilli, i fotografi si dividono in due categorie: quelli che sanno fotografarti il culo e quelli che non lo sanno fare. Che cosa significhi però “fotografare bene un culo” è questione di contesto, di sguardo soggettivo, di scelta artistica e di percezione della luce. Il direttore della fotografia di Mektoub Marco Graziaplena, per esempio, che di deretani (sempre femminili) ne ha dovuti mostrare moltissimi in questo film, non liscia le superfici budinose di certi corpi, non appiattisce rotondità su cui le esperienze hanno tracciato una scia ma anzi le glorifica nel loro insieme plastico contribuendo così al discorso materiale e spirituale che sviluppa Abdellatif Kéchiche in questa riflessione sulla carnalità e sui piaceri di cui godere (o meno) a piene mani, occhi spalancati e bocca piena.

Anche se il titolo sembra annunciare un seguito, il film può essere visto come un’opera autonoma perché anche La vita di Adèle (2013) si concludeva implicando un seguito che fino ad ora non si è mai realizzato e quindi forse, fino a prova contraria, il regista è (volutamente) inattendibile. Mektoub, My Love prende spunto alla lontana dal romanzo autobiografico La blessure, la vraie di François Bégaudeau, scrittore e sceneggiatore dal cui Entre les murs (La classe) Laurent Cantet aveva tratto un film in cui lo stesso Bégaudeau recitava nella parte dell’insegnante. Il regista franco-tunisino si appropria di quel racconto estivo pieno di amorazzi ambientato nel 1986 per trasformarlo nel ritratto di un gruppo di “beur” (arabe), francesi di seconda o terza generazione, che si godono le vacanze e la vita sulle spiagge e nei locali di Sète, sud della Francia. La missione militare francese nella guerra del Golfo e in Rwanda sono presenti ma come echi di fondo in quest’ambientazione di metà anni Novanta resa dalla colonna sonora diegetica (quella extradiegetica alterna pezzi fine anni Settanta, dell’adolescenza di Kéchiche, e musica classica) ma soprattutto dall’assenza fondamentale di cellulari. Girato al giorno d’oggi, il film sarebbe stato diverso e i giovani non si sarebbero continuamente parlati e guardati negli occhi, cercati soprattutto fisicamente senza schermi a frapporsi.

Le scorribande del gruppo di protagonisti sono mostrate dal punto di vista di Amin che ha abbandonato gli studi in medicina a Parigi per dedicarsi alla scrittura di sceneggiature e alla fotografia. È facile identificare in Amin un alter ego del regista, poiché il suo personaggio rappresenta colui che sta allo stesso tempo dentro e fuori dalle cose, che non aderisce mai del tutto all’azione ma osserva e trasforma creativamente ciò che vede (con la scrittura, con l’immagine). Una delle sequenze iniziali dice tutto: Amin assiste da dietro la finestra a un accoppiamento che ci viene mostrato lungamente e in modo molto esplicito.

Abdellatif KechicheAmin è il bello della situazione ma a differenza del suo sodale Toni, dragueur compulsivo, sembra incapace o forse consapevolmente disinteressato alla conquista fine a se stessa che invece rappresenta un punto d’orgoglio e finanche uno stile di vita per i maschi della sua cerchia, invadenti nello sguardo e nella lusinga di bassa lega, caparbi nell’accerchiamento che non lascia scampo alle prede. È proprio uno scarto di habitus e di valori quello che si determina tra la società da cui proviene e un Amin a cui il destino (il mektoub, appunto) ha assegnato una vocazione, un desiderio che ha la consistenza di un fuoco sacro, di una luce. Una luce come quella a cui si riferiscono i due versetti mistici in esergo al film tratti dal Vangelo di Giovanni (9,5) e dal Corano (24:35), in cui l’onore divino non è acquisito ma si conquista con l’esercizio della volontà e della saggezza, proprio come l’arte. La luce e il contro-luce sono perciò un elemento cardine dell’estetica e della narrazione del film e non già un pretesto per avvolgere i corpi in una grazia madreperlacea puramente decorativa.

Ogni nuovo film di Abdellatif Kéchiche spinge un po’ più in là i limiti del suo cinema dell’estenuazione (la sequenza di danza in Cous Cous…) ma non è un atto di inutile sadismo la sequenza centrale del film, che pare interminabile, girata in discoteca per lo più ad altezza fondo schiena (un po’ la prospettiva che dovevano avere gli ominidi del Paleolitico…). È il labirintico rischio di soffocamento del desiderio nell’ingordigia, la tentazione più immediata a consumare l’esistenza in un turbinio di illusioni. In quella scena Amin attraversa il vuoto spinto dell’estate, spirale potenzialmente infinita di chiacchiericcio inutile, di scaramucce erotiche, di incontri sessuali che come un buco nero assorbono e dissipano energie. Nel cuore nella scena, il personaggio Hafsia Herzi esclama: “Libertà!”: dietro la dichiarazione il film nasconde un interrogativo, lancia una provocazione, che cosa trascende l’opzione dicotomica tra l’oppressione integralista e il mercato dei pezzi di carne scelta del male gaze? Forse la via d’uscita non si trova nella sequenza classicheggiante e un po’ abusata di Amin che fotografa la nascita degli agnelli ma piuttosto in quel finale in cui due persone di spalle, a figura intera, camminano insieme, si parlano, si confrontano, si rispettano in tutta serenità.

© CultFrame 09/2017

TRAMA
Amin torna a Sète durante l’estate per le vacanze dopo aver deciso di abbandonare gli studi in medicina per dedicarsi alla scrittura e alla fotografia. Lì ritrova la famiglia e gli amici di sempre, in particolare Toni, che ha una passione per le donne e la bellissima Ophélie. La vita estiva scorre tra la spiaggia, i locali notturni e gli amori che vanno e vengono.

CREDITI
Titolo originale: Mektoub, My Love: Canto Uno / Regia: Abdellatif Kéchiche / Sceneggiatura: dal romanzo La blessure, la vraie di François Bégaudeau / Interpreti: Shaïn Boumédine, Ophélie Bau, Salim Kéchiouche, Lou Luttiau, Alexia Chardard, Hafsia Herzi, Delinda Kéchiche / Fotografia: Marco Graziaplena / Montaggio: Nathanaëlle Gerbeau, Maria Giménez Cavallo / Produzione: Quat’Sous Films / Distribuzione: Good films / Francia-Italia, 2017 / Durata: 180 minuti.

SUL WEB
Filmografia di Abdellatif Kéchiche
Mostra Internazionale del Cinema di Venezia – Il sito
Good films

1 commenti

  1. Bellissima recensione e notevole apertura “sui generis” che ti porta a capire meglio e bene il contesto in cui opera il regista. Finalmente qualcuno che non ha paura di dire le cose con il proprio nome!

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