Lost+Found. Mostra di David LaChapelle a Venezia

© David LaChapelle. The First Supper, 2017
© David LaChapelle. The First Supper, 2017

Surreale, barocco, pop, camp, stravagante, persino demenziale: è spesso con questi aggettivi che viene descritto il lavoro di David LaChapelle, uno dei più celebri fotografi contemporanei, nonché regista di videoclip per cantanti del calibro di Moby, Amy Winehouse e Whitney Houston. Le sue inconfondibili immagini, caratterizzate da uno stile a dir poco sopra le righe, sono popolate da eccentrici scenari tra il catastrofico e l’etereo, il disgustoso e il sofisticato, il drammatico e l’ironico, da superfici laccate e colori spudoratamente saturi, capaci di far risaltare in maniera tanto grottesca quanto seducente l’erotismo, a tratti volutamente esasperato, dei corpi. Elementi, questi ultimi, fondamentali per l’artista statunitense, dato che buona parte della sua poetica si basa proprio sull’idea di icona, ovvero di star, sulla desolante importanza del voler e dover apparire. Per riviste come Vogue, Vanity Fair e Rolling Stone LaChapelle ha immortalato sia grandi personaggi del mondo dello spettacolo – fra cui Madonna, Michael Jackson e David Bowie – che politici di fama internazionale (basti fare il nome di Hillary Clinton).

Dal 12 aprile al 10 settembre 2017 la splendida Casa dei Tre Oci di Venezia ospita la mostra Lost+Found, che attraverso cento immagini ripercorre in maniera esaustiva la carriera del leggendario fotografo, dai primi lavori degli anni Ottanta commissionati da Andy Warhol fino a New World, nuova serie presentata in anteprima mondiale.

© David LaChapelle. Once in the Garden, 2014
© David LaChapelle. Once in the Garden, 2014

Il principale pregio di Lost+Found è quello di dimostrare che LaChapelle non è soltanto il “fotografo delle celebrità”. Il suo è infatti uno stile ricco di sfumature, che nel corso degli anni ha subìto non poche metamorfosi. Si pensi a una delle serie di fotografie più suggestive della mostra, After the Deluge, nata dopo un viaggio a Roma di LaChapelle nel 2006, durante il quale l’artista rimane così ammaliato dai tesori della Cappella Sistina da decidere di prenderli come fonte di ispirazione. Ecco allora che in After the Deluge il fotografo, pur non rinunciando ai colori saturi, si allontana in parte dalla morbosità glamour ed esuberante dei suoi lavori più celebri, optando per atmosfere fra il post-apocalittico e lo spirituale. Tra sale di musei invase dall’acqua e chiese allagate che brulicano di presenze dall’aria smarrita, raramente si è vista nella fotografia contemporanea una fine del mondo così sofisticata e, a tratti, piena di grazia: in After the Deluge: Statue la struggente eleganza delle statue neoclassiche al centro di una sala rosa è talmente ipnotica da far quasi dimenticare la silenziosa distruzione che le circonda.

Un’altra interessante serie esposta è Earth Laughs in Flowers (2008-2011), in cui delle nature morte sono circondate da oggetti come sacchetti di patatine, cibo in scatola aperto e telefoni cellulari. Questa volta LaChapelle, rinunciando momentaneamente alla figura umana, affida agli oggetti il compito di mettere in evidenza i possibili danni collaterali delle tentacolari “comodità” della società postmoderna – come, appunto, i telefoni cellulari –, che rischiano di invadere perfino quel poco di purezza ancora oggi rimasta (qui rappresentata dalla natura morta).

Ma la serie più bella della mostra è forse Jesus is My Homeboy (2003), in cui Gesù Cristo compare in contesti metropolitani degradati. Accusare LaChapelle di blasfemia sarebbe un vero e proprio atto di pigrizia: l’artista ha infatti creato queste immagini soprattutto per dimostrare che se Cristo oggi fosse vivo, si dedicherebbe ai meno fortunati. Tuttavia, l’atmosfera desolata di queste visioni sembra far intendere che nemmeno la presenza del Salvatore riuscirebbe a vincere tali imbattibili drammi del quotidiano. Dunque, a ben vedere, a colpire in queste immagini non è soltanto la dicotomia fra l’incessante squallore dai toni cupi degli scenari e la luminosità del Cristo, bensì l’espressione quasi assente di quest’ultimo, come se egli stesso fosse alla fine consapevole di non poter fare niente di fronte al Male del mondo. Qui, perciò, quella del Figlio di Dio è un’apparizione impotente, un miracolo tanto abbacinante quanto inutile.

                      David LaChapelle                        David LaChapelle

                © David LaChapelle. Lightness of Being, 2017             © David LaChapelle. News of Joy, 2017

Si respira un’aria decisamente più distesa nella serie New World (2017), in cui misteriose presenze talvolta così maestose da sembrare quasi sacre troneggiano nella lussureggiante vegetazione di una foresta pluviale. Una nuova fase creativa che corrisponde a un ulteriore cambio di rotta sia dal punto di vista stilistico che tematico: attraverso l’incanto eccentrico di questa sorta di mondo fuori dal mondo, LaChapelle evoca i concetti di amore, armonia e spiritualità. Anche qui i colori che esaltano i corpi e avvolgono l’atmosfera sono particolarmente carichi, ma, soprattutto a causa del contesto spirituale e così fuori dal tempo in cui si trovano, risultano essere ben lontani dal “malato brillare” delle opere più celebri dell’artista. Si tratta però di un lavoro tutt’altro che riuscito: i colori, ottenuti con effetti di postproduzione a dir poco convenzionali, soffocano l’immagine, annientando così qualsiasi stimolante rapporto fra spazio e corpi. Tutte queste campiture di tonalità banalmente invasive, infatti, non permettono di percepire il potenziale fascino della foresta, mentre le varie presenze sembrano essere state inserite all’interno delle fotografie quasi a caso, tramite una sorta di copia e incolla (si vedano, in particolare, Lightness of Being, Lost and Found e News of Joy). Certo, simili “trovate” non possono che colpire il fruitore sulle prime, ma, a ben vedere, ci troviamo di fronte a una meraviglia superficiale, costruita ad hoc per chi ha voglia di stupirsi alla svelta, figlia stanca e pretenziosa delle visioni di Gauguin, Pierre et Gilles, Fellini e Ken Russell.

Forse per ritrovare la bellezza di una volta LaChapelle dovrebbe porre un freno a questo pigro barocchismo, tornare ai suoi lavori di evocativa essenzialità degli anni Ottanta e ricordarsi che, come dimostrano Helmut Newton e Robert Mapplethorpe, per essere grandi fotografi non è necessario ricorrere a mirabolanti set cinematografici e innumerevoli effetti.

© CultFrame 05/2017

INFORMAZIONI
Mostra: David LaChapelle. Lost+Found / A cura di Reiner Opoku e Denis Curti
Dal 12 aprile al 10 settembre 2017
Casa dei Tre Oci / Fondamenta delle Zitelle 43, Isola della Giudecca, Venezia / Tel. 041.2412332; 041.2414022 / Email: info@treoci.org
Orario: Tutti i giorni 10.00 – 19.00 / chiuso il martedì
Ingresso: 12 euro

SUL WEB
Il sito di David LaChapelle
Casa dei Tre Oci, Venezia

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