Elle. Un film di Paul Verhoeven

Paul VerhoevenCome in Oh… di Philippe Djian, il romanzo da cui è tratto, anche Elle di Paul Verhoeven ruota intorno alla scena di uno stupro, con cui il film si apre. Mentre vediamo il volto impassibile del gatto della vittima, udiamo fuori campo le grida di lei che, dopo la fuga dell’assalitore, si ricompone e mette a posto casa quasi come se niente fosse. Non c’è denuncia, non c’è particolare shock, non ci sono pianti né devastazione visibile, solo una donna d’acciaio che impassibile torna ai suoi doveri professionali nell’impresa di videogiochi che capeggia con mano ferma. Eppure, nel corso del film, quello stesso stupro viene rimesso in scena varie volte, ciascuna con angolature di ripresa diverse, dettagli in più, perché quello a cui assistiamo è comunque, il processo di rielaborazione di quanto accaduto da parte della protagonista. Una rielaborazione che ci cala nei meandri più oscuri e perversi della mente di Elle.

Nel romanzo, la voce della protagonista descrive lo stupro in questi termini: “ce chat est resté assis à quelques mètres de moi tandis que je me faisais violer”. Apparentemente, niente di strano. Infatti, in una lingua si cristallizzano forme e rappresentazioni sociali di cui, con il tempo e con l’uso, non si percepisce più il peso e la portata, come se andassero da sé, come se fossero naturali: in francese la costruzione causativa se faire per esprimere un’azione passiva oggi è comune e non stupisce. Tuttavia, non è poi così anodino che chi subisce un’aggressione, uno stupro per esempio, dica je me suis fait violer, je me suis fait agresser cioè “mi sono fatto/fatta aggredire, violentare”, come se fosse il soggetto a decidere di subire violenza, come se da qualche parte si attribuisse una responsabilità a chi riceve, a questo punto in modo attivo e volontario, un’azione violenza. Quest’uso del verbo se faire porta anche e soprattutto le tracce di un desiderio (non individuale ma culturale come sono gli usi linguistici) di rendere il soggetto che parla un soggetto tutto pieno di volontà e di capacità di autodeterminazione. Un soggetto onnipotente al punto da essere responsabile del male che esperisce. Un soggetto la cui supposta capacità di autodeterminazione arriva anche in territori in realtà incontrollabili e forse, anzi, è proprio in quelli che questo desiderio linguisticamente codificato di onnipotenza si manifesta e si rende più eclatante.

Nel film, significativamente, la sceneggiatura non fa pronunciare all’attrice l’espressione causativa ma quella al semplice passivo (J’ai été agressée). Ciò avviene quando la donna, durante una cena tra amici al ristorante, in attesa delle portate, decide di comunicare quanto le è accaduto, dicendo di voler trovare le parole più naturali per dirlo, per non farla troppo lunga, insomma. Ciononostante, la protagonista del film di Verhoeven si inserisce completamente in quest’ideologia del dominio soggettivo sull’esperienza, anche su quella subita, al punto da rielaborare lo stupro in chiave perversa e di mettersi volontariamente in condizioni di subire violenze per meglio convincersi di essere soggetto di quanto le accade e non oggetto nelle mani di un altro.

Isabelle Huppert, onnipresente per tutto il film, è l’attrice perfetta per incarnare questo personaggio: secca, dura come l’acciaio, padrona di sé e delle situazioni che affronta, impeccabile nell’abito e infallibile nell’azione. È ancora una volta quella “persona” Huppert, costruita nell’equilibrio tra attrice, personaggio pubblico e personaggio interpretato, che ritroviamo su schermo. Ma Elle sembra quasi una risposta ad alcuni ruoli recentemente interpretati dall’attrice. In particolare sembra il rovescio, una sorta di face cachée della bidimensionale protagonista de L’Avenir di Mia Hansen Løve.

Teso, ritmato e palpitante, Elle si immerge nel profondo di un’ossessione per il controllo e ne restituisce tassello dopo tassello l’architettura psichica perversa costruitasi a partire da un’esperienza infantile agghiacciante legata alla figura paterna. Non c’è giudizio ma neppure cinismo né semplificazione, solo l’audacia, seria e scevra da gratuite provocazioni, di mettere mano a quanto di più incandescente si annida nei recessi di una psiche apparentemente solida e padrona di se stessa ma in realtà martoriata dal dolore.

© CultFrame 11/2016 – 03/2017

TRAMA
Michèle sembra insensibile allo stupro che ha subito in casa propria da parte di un aggressore mascherato: non sporge denuncia e continua a vivere la vita di sempre. Ma riceve sempre più frequentemente minacce a sfondo sessuale sia a casa sia sul posto di lavoro.


CREDITI

Titolo: Elle / Titolo originale: id. / Regia: Paul Verhoeven / Sceneggiatura: David Birke dal romanzo Oh… di Philippe Dijan / Interpreti: Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Anne Consigny, Virginie Efira, Christian Berkel, Charles Berling / Fotografia: Stéphane Fontaine / Montaggio: Job ter Burg / Musica: Anne Dudley / Produzione: Saïd Ben Saïd, Michel Merkt / Distribuzione: Lucky Red / Paese: Francia-Germania-Belgio, 2016 / Durata: 130 minuti

SU CULTFRAME
34° Torino Film Festival. Programma di Claudio Panella e Silvia Nugara

SUL WEB
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Lucky Red

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