Lavoro in movimento. Quattordici autori in mostra al MAST di Bologna

Yuri Ancarani. Il Capo, 2010. Pellicola 35mm, 5.1 dolby digital,. videoproiezione a un canale, 15’.  Collezione MAST.  Courtesy l'artosta e Gallery ZERO, Milano
Yuri Ancarani. Il Capo, 2010. Pellicola 35mm, 5.1 dolby digital,. videoproiezione a un canale, 15’. Collezione MAST.
Courtesy l’artosta e Gallery ZERO, Milano

Che cosa è il lavoro? La risposta a questa domanda è giunta forse oggi al suo massimo grado di complessità. Quattordici artisti provenienti da tutto il mondo – Yuri Ancarani, Gaëlle Boucand, Chen Chieh-jen, Willie Doherty, Harun Farocki/Antje Ehmann, Pieter Hugo, Ali Kazma, Eva Leitolf, Armin Linke, Gabriela Löffel, Ad Nuis, Julika Rudelius e Thomas Vroege – provano a descrivere tale complessità in una articolata mostra in corso alla Fondazione MAST di Bologna. “Il lavoro è in movimento – scrive nelle sue note introduttive il curatore Urs Stahel – e con esso la realtà in cui viviamo, il fondamento della nostra esistenza, la nostra identità, la nostra autostima e la sicurezza in noi stessi”. Il lavoro determina inequivocabilmente lo svolgersi delle nostre vite dunque, pertanto la comprensione di come evolve il mondo attorno a noi, di come evolviamo noi stessi, non può prescindere da esso.

I molteplici aspetti del movimento cui allude Stahel, appaiono in modalità differenti di esecuzione alle diverse latitudini in cui avvengono, mostrano lo sfruttamento cui chi lavora è sottoposto, il silenzio dei luoghi dove il lavoro “non è più”, dando vita a una vasta quantità di letture di quello che ormai è l’aspetto più pregnante delle nostre vite.

Willie Doherty. Empty, 2006. Videoproiezione in 16:9, colore, suono, 8’, loop. Courtesy Collection Irish Museum of Modern Art, Dublin
Willie Doherty. Empty, 2006. Videoproiezione in 16:9, colore, suono, 8’, loop. Courtesy Collection Irish Museum of Modern Art, Dublin

Tale pregnanza si manifesta con evidenza nel video d’apertura dell’esposizione, Empty (2006) del fotografo irlandese Willie Doherty, nel quale ci viene mostrato un palazzo di uffici vuoto reso quasi sacro dalle riprese dell’autore. Attraverso immagini fisse, montate in sequenza, l’imponenza che traspare trasforma il luogo abbandonato in una sorta di monumento da preservare. L’affascinante colore blu, di cui è ammantato, appare come un mantello che lo ricopre. L’edificio in questione si trova al limite del confine tra la zona cattolica e quella protestante di Belfast, come a voler sottolineare tale sacralità, in lotta tra il prima e il dopo.

La forza racchiusa nel gesto, quale è la sequenza giusta in cui il lavoro deve compiersi per riuscire al meglio, è il tema ben ripreso nel video dell’artista Yuri Ancarani Il Capo (2010). Come fosse un direttore d’orchestra, le mani del capo dirigono lo spostarsi della benna dell’escavatore che, operando nelle cave di marmo di Carrara, stacca il blocco dalla parete come e quanto serve, con estrema precisione. La stessa che guida, in altri due video sempre dell’autore ravennate, un chirurgo che opera con il “sistema Da Vinci” e i ricercatori che, a bordo di una capsula subacquea, scandagliano il fondo degli oceani: esempi di come la forza tragga la propria compattezza proprio dall’accuratezza dell’esecuzione.

Ali Kazma. O.K., 2010. Video a 7 canali, loop. Courtesy l'artista e Vehbi Koç Foundation. (Production Still; ph. Selen Korkut)
Ali Kazma. O.K., 2010. Video a 7 canali, loop. Courtesy l’artista e Vehbi Koç Foundation. (Production Still; ph. Selen Korkut)

Ali Kazama nel video O.K. (2010) prende di mira il cosiddetto lavoro di “concetto” (diffusa denominazione del lavoro d’ufficio). L’abilità manuale sulla quale l’autore si concentra, trasforma il gesto continuo e ripetitivo, in una sorta di balletto. La concentrazione posta nell’arto, prima di iniziare l’atto del timbrare una serie di moduli, appare come quella insita nelle gambe di un ballerino prima dell’inizio della danza. C’è un’estetica, nel movimento ritmico, che lo rende straniante, grande è l’attenzione alla gestualità, quasi a voler enfatizzare un momento ormai perduto per far posto alla tecnologia. La relazione tra l’uomo diventato “operatore” e lo strumento che utilizza per “operare” indica come sia mutato il rapporto nell’era dell’uso di attrezzature sofisticate necessarie al raggiungimento di un livello di precisione al quale, si insinua, l’essere umano non è più in grado di arrivare. Ciò che percepiamo non è la scomparsa della persona bensì quella del corpo, in una ricerca sempre più protesa alla rilevanza dell’abilità intellettiva a scapito di quella manuale.

© Eva Leitolf. Ein Konzern, eine Stadt, 2015-2016. 24 immagini e 30 testi proiettati in sequenze continue su 5 schermi, 12’, loop.  Creato in cooperazione con il Kunstmuseum Wolfsburg per la mostra “Wolfsburg Unlimited” (2016)
© Eva Leitolf. Ein Konzern, eine Stadt, 2015-2016. 24 immagini e 30 testi su 5
schermi, 12’, loop. I cooperazione con il Kunstmuseum Wolfsburg per la
mostra “Wolfsburg Unlimited” (2016)

È ancora la relazione il tema affrontato in Ein Konzern, eine Stadt (2015-2016) di Eva Leitolf, letteralmente “Un gruppo, una città”, questa volta tra la comunità e la fabbrica. In un bianco e nero asettico, vediamo alternarsi immagini e testi che parlano di come reagisce la popolazione difronte alle ingerenze di una fabbrica del gruppo automobilistico Volkswagen presente sul territorio della città di Wolfsburg, la sua incidenza sulla politica, la cultura, la vita sociale. La rappresentazione iconografica pone l’accento su un rapporto che non riesce a mantenere la distanza tra la vita della comunità stessa e l’ingombrante (in tutti i sensi) stabilimento industriale.

Infine quanto pesa l’uomo e quanto la macchina nel sistema lavoro? Tale rapporto è mostrato in una installazione dell’artista sudafricano Pieter Hugo dal titolo emblematico Permanent Error (2010), formato da dieci video in ciascuno dei quali viene mostrato l’orizzonte di una discarica situata alla periferia della capitale del Ghana. L’azione si svolge alle spalle di un individuo, sempre diverso, che lavora allo smaltimento dei rifiuti tecnologici provenienti da ogni parte del mondo. Nessuna protezione per questi uomini che non sono più tali, rifiuti anch’essi, come del resto è inteso, da più parti, il territorio africano: la discarica della Terra. La civiltà tecnologica universale finisce in fumo e a doverla eliminare è quella parte del mondo che con essa non ha nulla a che vedere. Scarti scartati da altri scarti, in un errore che permane. Accanto a questi video è simbolicamente collocata un’altra opera di Ali Kazma Automobile Factory (2012) in cui il processo altamente tecnologizzato di assemblaggio delle automobili Audi, costruite nel (e per) “il primo mondo”, mostra tutto il contrasto tra due modi di intendere l’uso della forza lavoro apparentemente diversi ma in realtà molto simili: null’altro che un componente del processo.

© Pieter Hugo. Permanent Error, 2010. Videoinstallazione con 10 monitor. Collezione MAST. Courtesy l'artista e  Priska Pasquer Gallery, Cologne
© Pieter Hugo. Permanent Error, 2010. Videoinstallazione con 10 monitor. Collezione MAST. Courtesy l’artista e Priska Pasquer Gallery, Cologne

In tutto questo che fine fanno i rapporti umani? Le aspettative di chi guarda agli oggetti prodotti come a qualcosa che aumenta il benessere dell’individuo, hanno trasportato la concezione della realtà vissuta su un piano di costante simbiosi con la percezione scaturente dai valori del marketing e della pubblicità – Rituals (2012) – così come da quelli che vogliono il futuro ben avviato sulla strada del passaggio di testimone tra generazioni – Rites of Passages (2008) – temi entrambi affrontati dall’artista tedesca Julika Rudelis. Il livello è quello della competizione, dove lo spazio è completamente occupato da meccanismi di sopravvivenza assoggettati a regole precise.

Siamo e saremo sempre più stormi compatti che volano in apparente uguale direzione pur mantenendo ognuno la propria traiettoria impazzita? Questo pare chiedersi Armin Linke nelle suggestive immagini di Flocking (2008) che concludono la mostra le quali cercano di interpretare, attraverso lo studio del comportamento degli uccelli in volo, la direzione che prenderà il futuro del lavoro.

© CultFrame 02/2017

INFORMAZIONI
Il lavoro in movimento. Lo sguardo della videocamera sul comportamento sociale ed economico / A cura di Urs Stahel
Dal 25 gennaio al 17 aprile 2017
Fondazione MAST / Via Speranza, 42 – Bologna / Telefono 051.647 4345
Orario: martedì – domenica 10.00 – 19.00 / Ingresso libero

SUL WEB
Fondazione MAST, Bologna

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