GDM – Grand Dad’s Visitor Center. Mostra di Laure Prouvost a Milano

© Laure Prouvost. “GDM – Grand Dad’s Visitor Center”. Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2016. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto: Agostino Osio
© Laure Prouvost. “GDM – Grand Dad’s Visitor Center”. Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2016. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano.
Foto: Agostino Osio

Aprire l’immagine, entrarvi dentro, fare in modo di annusarne il profumo, assaggiarne il sapore, toccarne la forma uscendo dalla sola dimensione osservativa. Vincitrice nel 2013 del prestigioso Turner Prize, Laure Prouvost, di cui Pirelli HangarBicocca propone la mostra GDM – Grand Dad’s Visitor Center, ci invita a sperimentare tutto ciò mostrandoci immagini che trascendono il solo senso visivo, invitandoci a osservarle da punti di vista inusuali non sempre riconducibili alla realtà.

“Benvenuti, […] nel mio museo potete toccare ogni cosa”, recita il video If It Was (2015) posto all’inizio del percorso espositivo, dove l’idea è quella di un luogo in cui l’arte sia oggetto di osservazione ma anche di interazione con il visitatore. Ciò che si vede in questa mostra/museo può dunque diventare esperienza personale. Tale infatti pare essere l’intento che l’autrice vuole ottenere partendo dal sogno/desiderio di sua nonna: la rappresentazione di un luogo in cui il visitatore viene accolto da quella che possiamo definire una “domesticità” tipicamente femminile, che l’artista allestisce cercando di dare un senso allo shock rappresentato dalla presunta scomparsa del nonno, artista concettuale, che aleggia in ogni oggetto, in ogni suono, sapore, profumo che sprigiona dalle opere stesse.

Pur essendo composta da sedici tappe, la mostra si sviluppa come fosse un’opera unica (sovvertendo anche qui l’idea classica di museo). Ogni tassello seppure apparentemente scollegato dagli altri per tempi e modalità differenti di realizzazione, è in realtà saldamente parte di un percorso che si snoda a partire da una perdita/assenza per confluire, attraverso una sorta di scambio tra il mondo interiore e quello posto all’esterno, in un ritrovamento ma, questa volta, di sé. Here a large mirrored window è una “finestra”, posta all’inizio del viaggio, in cui è possibile specchiarsi, quasi come a fare una ricognizione delle proprie possibilità. Lo specchio però è rotto, frantumato dall’irrompere di una natura esterna che entra, disturbandola, nell’immagine riflessa. Osservando, ciò che ci ritroviamo a cercare è l’idea di voler entrare nelle fessure per vedere da dove arriva questo fuori. Un invito a guardare da prospettive diverse.

“Come può l’opera comunicare – si interroga Laure Prouvost – come la si può condividere?” L’aspetto narrativo che più interessa l’autrice è proprio quello che scaturisce dall’interpretazione del pubblico, conseguenza di una determinata comunicazione attivata da stimoli visivi. Nel caso specifico l’invito è quello a interagire con gli oggetti in mostra appartenuti ai nonni, riproposti in chiave appunto domestica, i quali “vogliono competere con la realtà, vogliono essere vivi”.

© Laure Prouvost . Into All That is Here, 2015 . Still da video, 09 min. 42 sec. Courtesy dell’artista e carlier | gebauer, Berlino; Nathalie Obadia, Parigi
© Laure Prouvost . Into All That is Here, 2015 . Still da video, 09 min. 42 sec. Courtesy dell’artista e carlier | gebauer, Berlino; Nathalie Obadia, Parigi

Poiché il nostro cervello sottopone le immagini che vediamo a un’operazione automatica di editing ponendole in una determinata sequenza che attinge dal nostro mondo interiore rapportato agli impulsi visivi, l’esperienza è un divenire oscuro a noi stessi, uno sliding doors che, in questo lavoro specifico, rimanda alla vicenda da cui tutto il progetto di Prouvost parte, ovvero la scomparsa del nonno in quel “tunnel opera concettuale” che egli stava scavando tra il suo studio e l’Africa, in gran segreto. Se tale vicenda sia reale o rappresenti lo stimolo per affrontare la visione delle opere da un punto di vista non convenzionale forse non è importante saperlo. Fa parte di quell’immaginario che l’artista vuole suscitare. “Segui la mia voce”, dice nel video Into All That is Here (2015), invitandoci a penetrare nel profondo più remoto dell’inconscio. “Io sono là, alla fine del tunnel”, dove ciò che desideriamo si potrà finalmente vedere e sarà fisico (vicino al reale), apparterrà alla sfera primordiale del sentire, quella che non ricordiamo più, molto d’appresso alla vita come alla morte, al dolore come al piacere. Conosciamo il tunnel dell’oscurità in cui siamo immersi? Qui l’autrice compie una riflessione su quanto siamo ancora capaci di vivere il nostro “dentro” al di fuori dei meccanismi visivi che manipolano la nostra presunta autonomia dalle cose e dalle persone.

Emblematici in tal senso sono due esperienze cui Prouvost sottopone il pubblico, la prima è un video in cui egli è protagonista. Osservata dalla macchina da presa che sta sul palco, si vede una platea di giovani che intona all’unisono alcune frasi: “Grand dad where are you? We will buy all your sculptures. Come back, please.” La figura del nonno diventa il collegamento non soltanto con il ricordo del passato, di un luogo dal quale si è venuti e che si è dimenticato, rappresenta anche la radice di noi stessi, una forma originaria che non può che essere reale, in antitesi a tutto ciò che di virtuale e manipolato ci circonda. Fantasia infantile che ritorna e tentativo di riconnettersi alla realtà per restare presenti a se stessi. Con tale logica si può leggere quel toccare cui si fa riferimento all’inizio del percorso espositivo. Il tatto è il primo senso che sviluppiamo appena nati. Le sensazioni provate attraverso il contatto rimangono indelebili nella memoria e sono quelle che da adulti ci fanno più paura. È il senso che più di ogni altro ci permette di ottenere un’esperienza. È quando poi oltrepassiamo la soglia che trasforma il conoscere in vissuto, che comincia l’iter della dimenticanza.

© Laure Prouvost . Grand dad where are you, 2014. Still da video, 01 min. 09 sec. Courtesy dell’artista e carlier | gebauer, Berlino; Nathalie Obadia, Parigi
© Laure Prouvost . Grand dad where are you, 2014. Still da video, 01 min. 09 sec. Courtesy dell’artista e carlier | gebauer, Berlino; Nathalie Obadia, Parigi

La seconda (una installazione alla fine del percorso) rappresenta il termine del tunnel, Magic Electronics, (2014). “Guarda qui. No. Qui. Non guardare. No. Qui”. Le parole inseguono un cono di luce stroboscopica che, a uno schioccare di dita, costringe il visitatore a cercare qualcosa che non c’è più. Dopo l’orgia di esperienze visuali, sensazioni tattili e sonore restiamo infine al buio, in uno stato di svuotamento dove fatichiamo a ricordare cosa abbiamo visto. Tutto è imploso, scomparso. Quanto a lungo siamo stati qui? Come è accaduto per il nonno di Laure Prouvost, ispiratore di questo viaggio spazio-temporale, ci siamo perduti. Perduti nel nostro tunnel immaginario.

© CultFrame 12/2016

INFORMAZIONI
Laure Prouvost. GDM – Grand Dad’s Visitor Center / a cura di Roberta Tenconi
Dal 19 ottobre 1016 al 9 aprile 2017
Pirelli HangarBicocca / Via Chiese, 2 Milano / Tel. +39.02 66111573 / info@hangarbicocca.org
Orari: giovedì – domenica 10.00 – 22.00 / chiuso da lunedì a mercoledì / Ingresso gratuito

SUL WEB
Il sito di Pirelli HangarBicocca, Milano

Lascia un Commento

Il tuo intervento è importante per noi, assicurati soltanto di rispettare alcune regole sui commenti.

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>