Due mondi. Mostra di Kensuke Karasawa e Francesca Rivetti a Milano

© Francesca Rivetti.  Plastic Bottle #1, 2016, stampa inkjet su Baryta, 45x30cm, courtesy Viasaterna
© Francesca Rivetti. Plastic Bottle #1, 2016, stampa inkjet su Baryta, 45x30cm, courtesy Viasaterna

A partire dal confronto più ovvio, quello tra l’Occidente e l’Oriente, e i rispettivi modi di affrontare temi quali la relazione tra natura e vivere contemporaneo, la mostra Due mondi curata da Fantom, in corso presso la galleria Viasaterna di Milano, fa dialogare l’artista nipponico Kensuke Karasawa con l’artista italiana Francesca Rivetti. Attraverso le loro opere, i due autori ci introducono in un dominio in cui è necessario un esercizio di richiami a diversi ambiti i quali si intrecciano inanellandosi in un susseguirsi di pensieri che scaturiscono mano a mano che ci si addentra nelle immagini e nelle sculture che Rivetti e Karasawa ci propongono.

I Want To Talk To Seymour Too è un progetto cui Francesca Rivetti approda dopo diversi lavori in cui la questione estetica, elemento molto presente nelle sue immagini, passa dal giocare arditamente con i concetti che l’autrice esprime, ad essere segmento compositivo precipuo con l’intento chiaro di “usarlo” per dimostrare tali concetti ancor più precisamente. Articolato in tre sezioni, il lavoro testimonia la capacità di affrontare la condizione dell’essere che attraversa l’esistenza, tema da sempre presente nella ricerca di Rivetti. Nella prima di tali sezioni, Displacement, viene mostrato ciò che affiora dal profondo del mare, oggetti per lo più abbandonati, dei quali ci si è disfatti, che ritornano a galla come a voler sottolineare il carattere inconscio di ciò che non vogliamo vedere ma con cui dobbiamo fare i conti prima o dopo.

La seconda sezione, Ocean, mostra immagini di grande formato dove la natura artificiale affiorata invade il mondo che circonda l’uomo tanto che pare addirittura voler uscire dal rettangolo della cornice in cui è confinata. Nella terza, Grottesche, troviamo piccoli ritagli di antiche pitture parietali incorniciate, come spiega l’autrice, con elementi di plastica i quali rimandano in cortocircuito sia al materiale utilizzato per le riprese (la pellicola fotografica) sia a quello recuperato in mare.

© Francesca Rivetti, Black Wave #3, 2016, stampa inkjet su carta Baryta, cm 110x164 , courtesy Viasaterna
© Francesca Rivetti, Black Wave #3, 2016, stampa inkjet su carta Baryta, cm 110×164 , courtesy Viasaterna

I reperti con i quali Rivetti compone le sue immagini, simili a scenografie, assumono dignità di memorie accostate ad altre memorie anch’esse raccolte nel corso del tempo. “Ho cercato di inscenare gli elementi dando forma ad una mia visione. – dice l’autrice – L’azione è più simile alla realizzazione di un quadro, ad un disegno che ho in mente. Compongo una scena, teatro di un vissuto, e la riprendo in modo tale da mettere lo spettatore frontale ad essa. Tendo ad un linguaggio ibrido, dove si immetta un elemento nell’altro. Fotografia che può esprimere un disegno.”

Per contro Kensuke Karasawa ci invita ad attivare l’immaginario circa il sottile senso di erosione che avvertiamo nel ghiaccio e nella roccia rappresentati dalle sue sculture. La percezione e il punto di vista sono elementi preponderanti dell’opera di questo autore, le cui esili strutture in legno di canfora e cera mettono il fruitore nella condizione di modificare il proprio sentire a seconda del punto di osservazione in cui esso si pone. Allo stesso modo l’opera site specific #2, che potremmo identificare come la stilizzazione di un albero, interpreta un’apparente fragilità umana tenuta assieme da pezzi di raccordo (il nastro adesivo), mostra le “deviazioni” della linea vitale e dunque il trasformarsi dell’esistenza. L’idea di Karasawa di voler “segnare” il territorio mediante queste particolari quanto leggere unità di misura, vuole anche sottolineare come la percezione dello spazio si sia completamente perduta per essere soppiantata dall’idea che tutto è ovunque (come del resto accade nel mare di Rivetti, ma anche nel mondo virtuale) e come non si sia più in grado di capire quali siano i confini non soltanto geografici, ma anche di pensiero e di azione, in cui la natura appare sempre più sottratta alla sua funzione primordiale di portatrice di vita per la quale è stata creata.

© Kensuke Karasawa, Continuous Horizon Series I N. 5, 2016, Wood and wax, cm h35x45x45, Courtesy of Star Gallery_Viasaterna
© Kensuke Karasawa, Continuous Horizon Series I N. 5, 2016, Wood and wax, cm h35x45x45, Courtesy of Star Gallery_Viasaterna

“L’ambiente nel quale siamo cresciuti fino ad oggi, – spiega Karasawa – viene percepito da ognuno di noi, dal proprio singolare punto di vista, come normalità. Però il modo in cui guardiamo questo mondo normale, normale non è. Cambiando il punto di vista, istantaneamente muta d’aspetto. Il mondo non cambia. Tuttavia il non convenzionale che abbiamo messo in connessione con ciò che percepiamo come convenzionale è subito dietro l’angolo”.

© Kensuke Karasawa, Fertile Vessel No. 1, 2015, Wood and wax, cm h14x20x71, courtesy Star Gallery-Viasaterna
© Kensuke Karasawa, Fertile Vessel No. 1, 2015, Wood and wax, cm h14x20x71, courtesy Star Gallery-Viasaterna

Un ulteriore spunto di riflessione sul dialogo tra questi due autori, è di carattere più politico. Mostra come ciò che facciamo al mare, gli oggetti che abbandoniamo nelle sue acque come a volerci liberare di zavorre che non ci consentono di proseguire nel nostro incessante progredire verso un’esistenza sempre più contraffatta, provochi disastri annunciati in luoghi percepiti come inalterabili quali la roccia e il ghiaccio. Il nulla avanza sotto le spoglie del progresso, il mondo è sempre più finto ma non ce ne accorgiamo più. La plastica come la roccia è elemento millenario, ed è come assistere ad una lotta tra titani: la forza del passato, di ciò che crediamo di conoscere, si antepone a quella del presente che siamo certi di conoscere. L’esito di tale scontro, quand’anche ipotizzato, non lo vedremo mai poiché è inimmaginabile.

Infine in questi due lavori scompare l’aspetto del divino, vale a dire quell’elemento che rende ogni cosa unica e irripetibile, poiché l’uomo, attraverso l’invenzione della tecnologia, lo ha reso seriale e riproducibile. Viviamo nell’era in cui il genere umano prenderà definitivamente il posto del divino, inteso come forza spirituale insita nelle cose naturali? E con quali conseguenze? In questo senso la presenza delle scene Grottesche di Francesca Rivetti rappresenta l’evidenza dell’abbandono di una concezione in cui vigeva una certa qual deferenza, e anche timore, verso il divino stesso e le sue manifestazioni, tipiche di un’epoca in cui il rapporto con il “visivo” apparteneva alla scoperta. Oggi, viceversa, il visivo appartiene a un personale archivio di plastica (termine appropriato per evidenziare qualcosa che è finto) raccolto mediante i nostri dispositivi ipertecnologici. Un archivio che non possiede futuro perché, molto probabilmente, non lo guarderemo mai.

© CultFrame 11/2016

 

INFORMAZIONI
Due mondi – Kensuke Karasawa e Francesca Rivetti / A cura di Fantom
Dal 12 ottobre al 23 dicembre 2016
Viasaterna Arte Contemporanea / via Leopardi 32, Milano / telefono 02.36725378 / info@viasaterna.com
Orario: lunedì – venerdì 12.00 – 19.00 / La mattina e il sabato su appuntamento / Ingresso libero

SUL WEB
Il sito di Francesca Rivetti
Il sito di Kensuke Karasawa
Viasaterna Arte Contemporanea, Milano