Museum of Machines. Mostra di Dayanita Singh al Mast di Bologna

©Dayanita Singh. Blue Book 9. Dalla serie “Blue Book”, 2008. Courtesy of the artist and Frith Street Gallery, London
©Dayanita Singh. Blue Book 9. Dalla serie “Blue Book”, 2008. Courtesy of the artist and Frith Street Gallery, London

Siamo abituati a pensare che un archivio debba rappresentare una noiosa serie di documenti e all’interno del quale chi si interessi di un determinato tema possa attingere per studiarlo approfonditamente. In generale tali luoghi ce li figuriamo come spazi caratterizzati da pile di faldoni polverosi e il fruitore come un topo di biblioteca munito di spessi occhiali e di parecchio tempo da spendere per qualcosa che ai più appare come una attività soporifera, priva di vita. Non è così per i “piccoli musei mobili” creati dalla fotografa indiana Dayanita Singh della quale si è da poco inaugurata al MAST di Bologna una mostra dal titolo Museum of Machines. L’autrice di New Delhi, che il pubblico italiano ha già potuto conoscere durante le partecipazioni avvenute alla Biennale di Venezia del 2011 e del 2013, attraverso l’originale esposizione del proprio lavoro, trasforma il tema in un divertente gioco in cui pone se stessa nel ruolo di “direttrice” dei suoi musei.

Nonostante la pretesa casualità nella quale pare essersi a volte imbattuta durante la sua carriera, osservando il lavoro di questa vulcanica artista è possibile vedere un filo conduttore che lo fa crescere e evolvere a partire dallo stadio documentale dei primi reportage fino ad arrivare a inusuali modalità di espressione come i libri fisarmonica (Sent a letter, Steidl, 2008) o le intelaiature a pannelli che danno vita a pareti mobili riempibili a piacere, strutture che vuote diventano sculture. Come lei stessa racconta, alcuni dei suoi lavori più importanti, quelli che l’hanno rapita e trasportata magicamente e con leggerezza in mondi fino a poco prima invisibili, sono stati innescati da bizzarre situazioni non previste, come nel caso della serie di paesaggi contenuti in Blue Book (2008) dove la particolare luce blu che li ammanta di un’aura quasi fiabesca è frutto dello sviluppo “sbagliato” di alcune pellicole utilizzate durante le riprese.

© Dayanita Singh. Storyboard, 2016. Courtesy of the artist and Frith Street Gallery, London
© Dayanita Singh. Storyboard, 2016. Courtesy of the artist and Frith Street Gallery, London

Dayanita Singh non aveva alcun interesse a fotografare le fabbriche rappresentate in queste immagini – dice durante la conferenza stampa a Urs Stahel curatore della mostra – ci arriva dopo aver tentato di fare un ritratto familiare al costruttore di una nota marca di motorini il quale, vedendola operare con una macchina fotografica “antiquata” (una Hasselblad), e non ritenendo di avere davanti a sé un vero fotografo, con aria un po’ canzonatoria la spinge ad andare a visitare le sue fabbriche. “Io non fotografo le fabbriche – protesta Singh – faccio ritratti”. Per gentilezza però accetta e lì avviene la folgorazione.

Incidenti di percorso che rivelano mondi altrimenti invisibili come l’universo che emerge perlustrando questi luoghi e gli individui che li popolano, raccontati dall’autrice senza alcuna enfasi, bensì con quella compostezza e dignità tipica di un popolo che ha attraversato ed è sopravvissuto al colonialismo. Museum of Industrial Kitchen (2016), Museum of Printing Press (2015), Museum of Men – Recent (2013), Office Museum (2016), File Museum (2012), quello di Dayanita Singh è un omaggio a questa compostezza, degli uomini e degli oggetti.

© Dayanita Singh. File Museum, 2012. Courtesy of the artist and Frith Street Gallery, London
© Dayanita Singh. File Museum, 2012. Courtesy of the artist and Frith Street Gallery, London

Nonostante tutto la sua è una fotografia istintiva, venata di un afflato poetico che le consente di creare il grande affresco di una realtà epica senza cadere nel meccanismo del folclore post coloniale. Il suo sguardo riconosce, per forma, simbolo, movimento, qualcosa che d’improvviso compare per essere immortalato e l’osservazione dell’insieme crea una narrazione fluttuante laddove la singola immagine può sembrare priva di senso. Per questo le esposizioni sui pannelli mobili costruiti come una sorta di primordiale “data base”, un alveare, catturano l’attenzione come fossimo davanti a sequenze di una immaginaria pellicola cinematografica che scorre dall’alto verso il basso o da destra verso sinistra (non ha importanza), offrendo sempre una visione congruente. In questa modalità diventa ben chiara al fruitore la differenza tra guardare il quadro generale e il singolo particolare per arrivare a comprendere come il particolare non può aver senso senza il quadro d’insieme e, viceversa come l’insieme sia necessariamente composto di molti particolari. È questo un elemento che emerge chiaramente nella poetica di Dayanita Singh, in particolare nelle serie di immagini che ritraggono gli archivi in cui sono custoditi i documenti di anni di burocrazia dell’Impero Britannico. L’affastellarsi apparentemente caotico ma al tempo stesso ordinato degli oggetti stipati nell’inquadratura, mostra tutto il sudore dell’India coloniale senza esibirne la retorica. Osservando un’immagine dopo l’altra ci pare di percorrere quei corridoi, abbagliati dalla straniante illuminazione al neon. Le forme si confondono pur rimanendo chiare, sortendo sul visitatore un effetto avvolgente.

“La fotografia per me è disseminazione, cambiamento, movimento – dice ancora Singh – nell’urgenza di trasformare la fotografia in arte, in un certo senso l’abbiamo castrata, collocandola dietro un vetro” mentre invece “la fotografia è un medium ricchissimo e fluido”.

© CultFrame 10/2016

INFORMAZIONI
Dayanita Singh – Museum of Machines / A cura di Urs Stahel
Dal 12 ottobre 2017 al 8 gennaio 2017
MAST / via Speranza 42, Bologna / telefono 051.6474345
Orario: martedì – domenica 10.00 – 19.00 / Ingresso libero

SUL WEB
Il sito di Dayanita Singh
MAST, Bologna

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