Icone. Mostra di Gus Van Sant al Museo Nazionale del Cinema di Torino

Gabe Nevins in Paranoid Park di Gus Van Sant, 2007. © MK2
Gabe Nevins in Paranoid Park di Gus Van Sant, 2007. © MK2

Il portfolio dell’immaginario di Gus Van Sant: si potrebbe presentare così la mostra Icone, curata da Matthieu Orléan per la Cinémathèque française, co-prodotta dal Museo Nazionale del Cinema e dalla Cinémathèque de Lausanne, già allestita a Parigi dal 13 aprile al 31 luglio scorso, e ospitata fino all’inizio del prossimo anno dalla Mole Antonelliana di Torino.

L’esposizione raccoglie circa 180 stampe fotografiche originali e disegni preparatori, e propone al visitatore diversi filmati con montaggi di sequenze tratte dai film del regista americano, oltre che i sui primi corti e i numerosi video musicali che ha diretto. Testimonia, così, soprattutto la passione visiva, tra pittura e fotografia, di un autore che ha collaborato con artisti quali William Eggleston, Bruce Weber e miti della beat generation come William Burroughs (che scrisse da sé le battute per il suo personaggio in Drugstore Cowboy), Allen Ginsberg e Brion Gysin.

Dopo una prima sezione intitolata Cinepark, che accoglie lo spettatore in una saletta di proiezione dove passano su schermo sequenze emblematiche di questo cinema poetico in bilico tra underground e mainstream – fatto di spazi urbani ai margini e di desideri a fior di pelle – la mostra si snoda lungo la spirale ascendente della Mole in diverse sezioni: Photography, Constellations, Painting e Music.

© Gus Van Sant. Cut-Ups, 2010. Boy and Girl
© Gus Van Sant. Cut-Ups, 2010. Boy and Girl

Photography è un’immersione nelle polaroid e nelle bellissime rielaborazioni fotografiche degli inizi, quale la serie cut up che ibrida volti maschili e femminili. Diplomato in cinema alla Rhode Island School of Design, verso la metà degli anni Settanta, Van Sant comprò una vecchia Polaroid potenziata con un obiettivo di qualità e con un caricatore che permetteva di ottenere dei negativi da cui trarre poi stampe anche di grande formato. Con quella iniziò a ritrarre tutti coloro che, noti o meno, si presentavano ai provini per i suoi film ma anche amici, musicisti, artisti, persone incontrate per caso, astri nascenti (come i giovanissimi Keanu Reeves, River e Joaquim Phoenix, Josh Hartnett, Nicole Kidman…) e fiori mai sbocciati (i tanti “non identificati” delle didascalie). Ne emerge una collezione straordinaria di volti e corpi “belli e dannati”.

Constellations ricostruisce attraverso materiali fotografici vari quella “costellazione d’influenze virtuose” al centro della quale lavora questo cantore di Portland: dagli spazi urbani alle geografie umane (marchettari, lavoratori stranieri, giovani scappati di casa), dai riferimenti artistico-letterari (Shakespeare, la beat generation) a quelli cinematografici (il neorealismo italiano, Dogma, Béla Tarr, Tarkovskij, Hitchcock – il curatore della mostra scrive che “Con Psycho, Van Sant sperimenta ciò che significa fare un film ultraleggibile e già visto. Elephant, invece, è il tentativo di creare un lungometraggio illeggibile e mai visto”).

© Gus Van Sant, Untitled, 2010. Courtesy of the artist and Gagosian Gallery
© Gus Van Sant, Untitled, 2010. Courtesy of the artist and Gagosian Gallery

Painting è una carrellata di angeli e demoni in forma di collage o ritratti in punta di acquerello: Elvis che muove le pelvi su un campo da golf, uomini piegati su un inginocchiatoio, efebi nudi, giovani terribilmente belli e inafferrabili. Ci sono poi anche storyboard, e labirinti grafici elaborati come sintesi di progetti cinematografici mai realizzati o realizzati (lo schema a elefante dei movimenti dei personaggi di Elephant), strutture stratificate, diagrammi di dispersione onirica preparati su carta a quadretti da scolaro (gli schemi per le riprese de La foresta dei sogni).

Infine, a conclusione dell’esposizione, la sezione Music ci ricorda che, oltre ad aver realizzato videoclip (per David Bowie, Red Hot Chili Peppers, Hanson) e film in cui la musica è una dimensione estetica o tematica fondamentale (Last Days, Cowgirl, Paranoid Park), Van Sant è stato anche compositore di colonne sonore per Mala Noche o L’amore che resta, il che gli ha permesso di arricchire ulteriormente il suo lavoro registico. Interessantissima la serie di fotografie dedicata al gruppo degli Hanson da cui emerge il talento di Van Sant nella messa in scena e nello sviluppo di profondità e mistero a partire da tre ordinari adolescenti americani che suonano musica pop fanciullesca.

Per questa ricca mostra Silvana Editoriale ha stampato un catalogo che comprende una introduzione a firma di Alberto Barbera, una lunga intervista al regista realizzata da Matthieu Orléan, che ricostruisce l’intero percorso artistico di Van Sant dagli anni della formazione a oggi, e i saggi di Stéphane Bouquet, Stefano Boni, Bertrand Schefer e Benjamin Thorel.

La mostra è accompagnata da una retrospettiva completa che ripropone tutti i film di Gus Van Sant in lingua originale sottotitolati in italiano e che è in corso di svolgimento al Cinema Massimo (fino al 31 ottobre 2016).

© CultFrame 10/2016

INFORMAZIONI
Gus Van Sant – Icone / A cura di Matthieu Orléan
dal 6 ottobre 2016 al 9 gennaio 2017
Museo nazionale del cinema / Mole Antonelliana / Via Montebello 20, Torino / Tel. 011.8138560/1
Orario: martedì – venerdì e domenica 9.00 – 20.00 / sabato 9.00 – 23.00 / chiuso lunedì (dal 1° luglio chiuso il martedì / lunedì 9.00-20.00)
Biglietto: intero € 10,00 / ridotto € 8,00

SUL WEB
Filmografia di Gus Van Sant
Museo Nazionale del Cinema, Torino

 

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